(forse) Si.Può.(ri)Fare!

Vivere da sola in Italia, a 25 anni, con 450 euro al mese e a impatto zero.

Quanto è ecologico il sapone per piatti Viviverde Coop ?

Detersivo1

E’ da un po’ che non vi propino qualche etichetta, ma il coinquilinato me ne ha presto dato l’opportunità: l’anno scorso avevamo trovato il compromesso di comprare il detersivo dei piatti Viviverde della Coop. Si trattava di una via di mezzo tra la mia necessità di avere un impatto basso e la necessità dei coinquilini di non avere le palle stracciate. Se abitassi da sola lo fabbricherei, se abitassi col Miomone compreremmo quello ecologico alla spina … ogni coinquilino vuole il suo detergente-piatti !

Ebbene, l’altro giorno il mio coinquilino tirchio, quello di cui non parlo mai perché non c’è molto da dire, ha preso l’omologo non Viviverde del detto detergente e mi è capitato per caso di confrontare le etichette dei due detergenti, già estremamente simili.

Detersivo 3Detersivo 2

Potete ingrandire le immagini, oppure faccio io, dai …

Ingredienti del detersivo non Viviverde: 5-15% tensioattivo anionico, inf. 5% tensioattivo anfotero, tensioattivo non ionico, conservanti (ovvero due tipi di silicone dal nome bello lungo + un bromo, un nitro e un diol), profumo, bitrex. Insomma una combo di roba non biodegradabile pronta a depositarsi in mari e fiumi.

Ingredienti del detersivo Viviverde: tensioattivi (non specificati) biodegradabili, 5-15% tensioattivi anionici, <5% (rispetto a cosa non si sa) tensioattivi non ionici, tensioattivi anfoteri, profumo, i due siliconi di cui sopra, bitrex.

Cosa notiamo ?

Innanzitutto ben poche differenze, poi la beffa di aggiungere tensioattivi biodegradabili a quelli già presenti anziché sostituirli. In somma … Verde un par di palle … e quegli smaneggioni nerd di Greenpeace ancora che sponsorizzano i prodotti Viviverde nella guida al consumo !!!

Senza contare la certificazione Ecolabel che lascia un po’ il tempo che trova. Ebbravi !

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BLOGCOMBO3: Calzini ecologici-equosolidali a 6 euro !!!

Il seguente articolo fa invece parte del modesto bottino di regali che ho fatto a me stessa in quanto impavida sopportatrice di me medesima.

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Sì, esiste anche il calzino ecologico. Esiste quello riciclato, ovvero fatto a mano con lana o cotone riciclato. Esiste quello che te lo passa la tua maledetta sorella che undici anni porta un numero più di te.

Ma oggi vi parlo di quello prodotto in maniera sostenibile, in particolare dal Calzificio Zambelli Pierino, che già il nome fa simpatia. Ho scelto questi calzini in una cesta in cui ce nerano molti altri perché sono stati i primi della mia taglia e non colorati. E confermo che questo metodo funziona.

Sono lavorati in Italia e fatti per l’80% di lana non tinta, e dunque di lana di pecora nera … ho deciso così. E per il 20% di cotone biologico. Se volete informazioni sulla provenienza e le certificazioni basta andare sulla sezione dedicata del loro sito, ovvero cliccare qui.

Io che li ho provati posso dire che sono caldissimi e traspirantissimi … non puzzano MAI ! E si lavano insieme a tutto il resto con una temperatura bassa, oppure a mano con acqua fredda.

Ah, se non vi piacciono, esistono un sacco di altre marche di calze ecologiche pronte a piegarsi alle più svariate esigenze … Date un’occhiata in giro !!!

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Tris di etichette contro i mali di stagione !

                                 Polline_frontPolline_back

Immagino di avervi già sufficientemente sfinito col “meglio preveni’ che cura’”, vero ? O era “Meglio prevenire che curaro” … boh, de gustibus

E invece eccomi di nuovo a parlare, seppure indirettamente, di prevenzione. Il fatto è che ha davvero molto senso farlo per una serie di vantaggi che questa pratica offre a chi deve risparmiare tempo e denaro senza andare a inquinare troppo il pianeta: ammalarsi fa perdere tempo e denaro perché non si può lavorare e si spendono soldi per le medicine, in più le industrie farmaceutiche sono mediamente dei covi di capitalsti inquinomani dediti alle stragi di massa. Beh, dai … le stragi di massa sono relative …

Pappa Reale

Ognuno di noi ha il suo fisico e dunque ha le sue falle da tappare. Io, per esempio, forse perché ho avuto un genitore iperfumatore, perché ho una doppia deviazione al setto nasale – sapete, di spazio ce nè parecchio … mo’ famo il progetto pe’ la tangenziale … – e perché non ero ancora abbastanza vegetariana, ero soggetta a raffreddori, otiti, sinusiti e stavo al letto una settimana con l’influenza stagionale sia a inizio stagione che alla fine dell’invernata. Da quando sono vegetariana, come vi avevo confessato nel celeberrimo articolo “Vegetariani, non rompiamo il cazzo al prossimo”, ho avuto la febbre una volta l’anno in media e per una notte e basta, un solo attacco di sinusite anziché la malattia cronica per settimane e il raffreddore un paio di volte in tutto. Ma non mi fido.

Quest’anno devo seguire le lezioni, scrivere la tesi, imparare il francese, pimparmi il curriculum per poter ambire all’ingresso in un master decente,  laurearmi con 110 e lode, andare in Cina e in tutto ciò lavorare in un posto che prevede una mutua che non posso usare perché non ho il medico qui a Venezia o fare altri lavori che se salto non mi pagano e basta. Quindi, il mantra è semplice: non mi posso ammalare. NON. MI.POSSO.AMMALARE.Infuso di rosa canina

Ed ecco allora disseminate per il post le etichette dei seguenti tre prodotti zeppi di vitamine e minerali, che assieme alla mia dieta stagionale con barattoli di miele che scompaiano, crucifere a gogo’ e carote diurne dovrebbero consentirmi di andare al massimo, a gonfie vele:

– Polline* toscano/piemontese: euro 13.85

– Pappa reale* pugliese: euro 12.00

– Infuso di rosa canina: euro 3.75

Sì, le foto sembrano un sacco fighe (a parte quella della rosa canina che è bella sfocata …), co’sto sfondo nero profescional … ma tranquilli, tenevo i barattoli sulle gambe e ho i pantaloni del pigiama neri !

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Da Betta: Un negozio pieno di etichette verdi, etiche e di qualità !

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Shampoo, due saponi e crema per le mani.

Siccome le etichette sostenibili latitano da un po’, oggi vi propongo una vera e propria combo di etichette di prodotti dell’Italia del sud biodegradabili, sostenibili, biologici, vegani e alla spina ! Vi propongo inoltre un luogo molto speciale dove andarli a comprare.

Nella periferia di Roma sud, in zona Cinecittà Est, c’è un mercato rionale situato in Via Stefano Oberti. Ci sia arriva a piedi dalla fermata metro A di Cinecittà (dieci minuti a piedi, sempre dritti, alla seconda rotonda si gira a destra) oppure prendendo il 559 dal piazzale degli autobus di fronte alla fermata metro di Subaugusta.

All’interno dei mercato uno dei box ospita l’attività di Betta, un’amica di famiglia che rimasta senza lavoro e successivamente separatasi da un marito poco consono che provvedeva al sostentamento suo e della figlia teenager si è caparbiamente data da fare per cavarsela da sola e … ce l’ha fatta. Ha ribaltato l’universo di sussidi, le associazioni che si occupano di donne senza reddito e senza marito, i fondi dell’Unione Europea per l’imprenditoria femminile, si è informata, ha studiato ed ha rimediato brillantemente all’errore più madornale e sconsiderato che una donna possa fare: non lavorare e farsi mantenere dal marito, anche solo per un periodo breve.

Nel box di Betta potete trovare prodotti a peso e alla spina: dal sapone solido alle creme, dai detersivi di ogni tipo ai detergenti per qualsiasi cosa, passando poi per incensi, oli essenziali e gioielli di materiale riciclato. Il fornitore principale è LaSaponaria, azienda italica con sede nelle Marche e produzione pugliese che produce artigianalmente cosmesi bio-etica; il loro sito offre molti spunti anche per l’autoproduzione di cosmetici. Della stessa filosofia sono i fornitori di oli, detergenti e di tutti i prodotti proposti. Data l’altissima qualità dei prodotti, ci si aspetterebbe un prezzario proibitivo, ma il fatto che sia tutto privo di imballaggio e disponibile alla spina, nonché proveniente da vicino, abbassa notevolmente i costi finali.

Davvero, potete evitare di girare il prodotto per controllare l’etichetta: ci ha già pensato Betta !!!

Intanto vi dò un assaggio degli ingredienti dello shampoo della foto colorandoli con i colori del Biodizionario:

Shampoo: Aqua, Salvia Officinalis Water*, Coco-Glucoside, Sodium Coco-Sulfate, Glycerin, Moringa Pterygosperma Seed Extract, Panthenol, Linum Usitatissimum Seed Extract*, Urtica Dioica Leaf Extract*, Glyceryl Oleate, Citrus Limon Fruit Oil, Potassium Undecylenoyl Hydrolyzed Wheat Protein, Salvia Officinalis Oil, Sodium Chloride, Sodium Benzoate, Potassium Sorbate, Sodium Dehydroacetate, Benzyl Alcohol, Sodium Phytate (non è sul biodizionario), Citric Acid, Limonene, Linalool, Citral.

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Oops … sono diventata una ECOquattrocchi !

Occhiali uno

Oops, sono diventata una ECOquattrocchi !

Avevo gli occhi secchi, stanchi, doloranti e mi veniva il mal di testa a stare davanti al computer per ore, come avevo sempre fatto.

Eh, si invecchia !

L’oculista della USL ha detto che mi era peggiorato l’astigmatismo inesistente che già avevo: di poco, ma abbastanza da rompere le scatole e richiedere un po’ di riposo, eccosì mi ha prescritto ciò che a Roma si chiamano i Bernardi: GLI OCCHIALI.

E allora che occhiali mi compro ?

Ero partita con un modello artigianale prodotto dallo stesso signore che li vende – il sempiternemente elegante signor Spiezia – e che credo riciclerò come occhiali da sole: sono occhiali asimmetrici con una lente tonda e una quadrata, con la montatura spessotta e disponibile in diversi colori, tra cui prediligevo – dopo numerose prove – il blu. Gli facevo la posta da sette anni buoni, con i miei occhi asimmetrici pronti a ricevere giustizia,  sperando di aver ereditato qualche acciacco oculare dai Janitors o così via … e invece no ! Tra l’altro, a parte il fatto di essere italiani e artigianali e molto belli … costavano un botto !

Ho quindi virato su dei modelli in legno … sempre costi alti e spesso produzione estera, senza accortezze particolari per la fase di produzione e stoccaggio.

Eppoi mi sono buttata sull’hightech e le riciclerie dell’ultimo minuto: gli occhiali che vedete nella foto sono della Nau!

Azienda italiana e che produce in Italia. I loro occhiali sono in plastica riciclata al 96% e la loro produzione ha ricevuto la Certificazione Ambientale UNI EN ISO 14001:2004, sono approvati da Legambiente e tra i vari portaocchiali ce n’è alcuni che vengono fatti da donne detenute con tessuti di scarto … indovinate quale ho comprato …

astuccio occhiali

La montatura degli occhiali in realtà è blu … però la luce gialla lavora contro.

In più c’è una promozione che si chiama Prezzozero: le montature di questa collezione sono gratuite e si pagano solo le lenti … ma a me stavano maluccio. In ogni caso ho addebitato la spesa delle lenti ai miei (90 euro), che le scaricheranno dalle loro tasse, di cui sono ancora partecipe. Io ho pagato 74.95 di montatura e 4.9 di astuccino etico.

Eppoi, li ho provati. Mi sembrava di vedere un mondo dentro un acquario di vetro e di vederlo da una quindicina di centimetri più in alto. Sarà normale ?

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Il Greenwashing AGAIN !(il primo ha subito un Brownwashing !)

Il verde a Venezia è verticale.

La chiave delle strategie di marketing è quella di appropriarsi di informazioni sui gusti e le abitudini dei consumatori per tradurle in beni di consumo che vendano su una scala geografica e sociale più ampia possibile. L’evidente tendenza di una notevole fetta di popolazione nell’ultimo decennio ha messo però in crisi i teorici della crescita sfrenata, del guadagno facile e della moltiplicazione stellare dei dividendi: il nuovo spettro che si aggira per il mondo occidentale è infatti quello dell’ecologia.

Il verde fa tendenza, l’eco è cool e l’impatto zero è sempre più fashion: le aziende si convertono al solare per rendersi energeticamente autosufficienti e risparmiare, sempre più persone passano al biologico prodotto localmente per non avere sorprese nel piatto, le razioni settimanali di carne precipitano a ritmo con le ondate epidemiche di aviaria e le disfunzioni ormonali infantili, le malate di make-up si convertono all’eco-bio e divorano etichette sature di formule chimiche fuorvianti, perfino le fashioniste iniziano a preferire il cotone biologico e le collezioni etiche.

Ora che anche il premio Nobel per l’economia Paul Krugman ha ammesso che la rivoluzione ecologica conviene e conviene a tutti anche dal punto di vista economico, gli strategic managers non possono più girarsi dall’altra sorseggiando caffè al ginseng con aria di vago disgusto. Dunque, come accaparrarsi la fetta di clientela in fuga verso l’ecologia se non elaborando una strategia ad hoc? Ed ecco che corre in loro soccorso il Greenwashing, la ricetta diabolicamente perfetta: facciamo finta che i nostri prodotti non siano poi così male, assottigliamo le differenze – soprattutto estetiche – rispetto a quelli ecologici, appropriamoci di parole chiave, di design del packaging, oliamo il compratore, confondiamolo e depistiamolo, limiamo le criticiatà. In altre parole: prendiamo per il culo a sprn battuto … ma in una nuova e sfacciata versione !

A questo evidente slancio di lungimiranza dobbiamo le miriadi di pubblicità di automobili che spargono fiori dal tubo di scappamento, saponi gonfi di tensioattivi che però non inquinano grazie al nuovo tappo color smeraldo, nonchè l’aberrazione semantica per eccellenza: l’abuso incessante e indiscusso dell’attributo più vuoto e truffaldino attribuibile a qualsivoglia bene di consumo: “Naturale”. Aberrazione più che mai sconfessabile, cari miei : il petrolio è naturale, ma è inaccettabile che sia parte dell’INCI di una crema per il viso; l’olio di palma è naturale ma è notoriamente cancerogeno, eppure fa parte della lista degli ingredienti di un numero sempre crescente di generi alimentari.

Ciò che lorsignori non hanno infatti debitamente preso in considerazione è la psicolgia delle suddette persone, o meglio dei compratori che stanno via via aderendo a questo nuovo modello di consumi. Si tratta di individui che non seguono le logiche neoliberiste di mercato a cui loro sono abituati dalla nascita: non perseguono “razionalmente” il proprio benessere contro quello degli altri, non si lasciano comprare da un prezzo ribassato sulle spalle di qualcun’altro, non dimenticano la faccia scura di multinazionali che hanno sfornato per decenni prodotti dal prezzo esorbitante e dal valore infimo il cui nome era associato a scandali sul lavoro minorile, l’inquinamento delle falde acquifere di mezzo mondo e il disboscamento delle foreste equatoriali con annesso esodo di nativi e che ora strizzano l’occhio presentando la “linea green” dei medesimi prodotti che continuano comunque ad essere venduti. O, più semplicemente, queste persone sanno che dal tubo di scappamento delle auto a benzina non escono certo margherite e viole mammole.

Chi adopera il proprio spirito critico nell’acquisto di beni sostenibili non ha neppure bisogno di tenere sott’occhio le guide al consumo sostenibile di Greenpeace o i vari Greenwashing index. Il senso del ridicolo prevale ed è ben allenato, e il compratore non può che sghignazzare bonariamente di fronte alla goffagine di queste azioni, pane, rose e Rolls Royce per gli azionisti, e seppellirli tra risate e ondate di vernice acrilica color prato.

Postefatto: chiedo a chi si è perso una puntata di fare un saltello all’indietro e leggere il penultimo post, ma soprattutto i commenti e trarne le dovute conclusioni. No, non avevo salvato l’articolo perchè non pensavo che me l’avrebbero censurato. Ho cercato di riproporvelo in versione Alzaimerata e Dubbada e Migliorata. Colgo l’occasione per ringraziare il Bellotti (fammi sapere se ricordi qualcosa del vecchio articolo che ho perso per strada !), sì, il mio fornitore personale di Altrescarpe che aveva linkato l’articolo su Faccialibbro e accortosi che non funzionava più, mi ha scritto una mail. Questo articolo lo dedico a lui e alle sue scarpe !

Dov’è Shpalman quando serve ???

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Greenwashing, ovvero, ciò che mi renderà un serial-killer.

Scrivo anch’io, no tu no !

Ho fatto un esperimento: su un sito in formazione cercavano pubblicisti a titolo gratuito e io mi sono offerta volontaria dopo aver letto il taglio populista e l’italiano pecoreccio di collaboratori già presenti.

Voglio vedere nascosto l’effetto che fa …E per farlo ho scritto un articolo su un argomento che volevo trattare qui da un po’.

L’articolo qui.

Invece qui c’è uno dei greenwashing index che ho scoperto recentemente.

L’antidoto migliore, però, rimane quello di allenare il senso del ridicolo.

Postilla: l’articolo è ricomparso con la dicitura “admin” al posto dell’autore. Non so per quanto lo lasceranno stare, quindi lo copio qui sotto, per i puristi dello stile che hanno voglia di vedere se il Bellotti aveva ragione a dire che l’originale era più armonioso. Secondo me aveva ragione dal momento che il successivo è stato un pachwork attorno a stralci attaccati alla mia precaria memoria. In ogni caso, ecco qua:

Greenwashing, il nuovo volto della disonestà di mercato.

Il marketing non conosce ormai frontiera alcuna: se  qualcosa fa tendenza è un peccato disdicevole non approfittarne elaborando una qualche teoria pubblicitaria avanguardistica ad hoc. E’ il caso del nuovissimo must del terzo millennio, l’attributo più cool e più fashion dell’estate: l’ecologicità, o presunta tale. Sì, il verde è di moda più che mai, ormai da una decina d’anni a questa parte le statistiche confermano un’invasione di questo colore a tutto campo: le aziende si convertono al solare per rendersi energeticamente autosifficienti, le famiglie comprano cibo biologico prodotto localmente per evitare di avere sorprese nel piatto, le dosi di carne precipitano a ritmo con la ricomparsa di aviaria e disfunzioni ormonali infantili, perfino le malate di make-up sono diventate fans dell’eco-bio ed avide lettrici di etichette zeppe di formule chimiche e le fashioniste, non da meno, preferiscono il cotone biologico.

 Ebbene, ora che persino il premio Nobel per l’economia Paul Krugman ha ammesso che la rivoluzione verde conviene, gli strategic managers non possono più girarsi dall’altra parte sorseggiando caffè al ginseng con un vago senso di disgusto di fronte ad un fenomeno ormai massificato. Ecco quindi la ricetta diabolicamente perfetta, ovvero il nodo teorico del greenwashing: se i prodotti verdi vendono di più, facciamo finta che i prodotti inquinanti non siano poi così terribili, o che lo siano meno del previsto o, meglio ancora, che non lo siano più, assottigliamo le differenze, limiamo le spigolosità del cliente, oliamo i cardini del consumatore.

A questa brillante intuizione dobbiamo la cascata di pubblicità di autovetture a benzina che sparano fiori dal tubo di scappamento; detersivi gonfi di tensioattivi che però, grazie alla nuova confezione col tappo color smeraldo, non inquinano più; aziende multinazionali famose per delocalizzazione selvaggia e sfruttamento minorile che promuovono la linea equa e solidale palliativa; nonchè l’aberrazione linguistica portata allo stremo nell’uso pedissequo della parola “naturale”, un aggettivo vuoto e truffaldino per antonomasia: il petrolio è un elemento naturale, ma difficilmente lo vorrei inserito negli ingredienti di una crema per il viso, l’olio di palma è naturale ed impazza in tutti gli alimenti nonostante sia scientificamente cancerogeno.

Non si può, tuttavia, ignorare la presenza di un happy-ending davvero gratificante, lorsignori non hanno infatti tenuto conto di un elemento fondamentale della faccenda: la tipologia psicologica di tutti i soggetti che si sono negli anni convertiti al biologico, al rinnovabile, al biodegradabile, al kilometro zero. Queste persone, o meglio, questi consumatori, mal si collegano con le teorie neoliberiste di cui gli strateghi del marketing si sono cibati ancor prima di aver pronunciato la prima parola – che probabilmente è stata “Mercato” -e non perseguono “razionalmente” il proprio benessere in contrapposizione con quello degli altri, non si lasciano comprare da un prezzo ribassato, non dimenticano il volto oscuro di chi si propone come paladino dell’ambiente e, forse più banalmente, si ricordano ancora che dal tubo di scappamento di una macchina non escono certo margherite.

Tutti coloro i quali si arrogano il diritto di sfruttare il proprio spirito critico di fronte alla messa in scena del greenwashing non hanno nemmeno bisogno di consultare le liste smascheratrici presenti sul web: davanti all’insensatezza di queste patetiche azioni – pane per gli azionisti – ridono beati e li seppelliscono letteralmente tra risate e vernice acrilica color prato.

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Lavarsi i denti ecocheap !

[Stavo forse andando un po’ fuori tema ultimamente, le circostanze mi hanno un po’ forzata a farlo. Ma ora è il caso di dispensare nuovamente consigli su come fare le cose verdi e a buon mercato !]

Lavarsi i denti

Lavarsi i denti in verde comporta tre grattacapi principali in ordine di difficoltà:

– Il dentifricio.

– L’acqua.

– Lo spazzolino.

Il dentifricio è la questione più semplice da risolvere, innanzitutto perchè ci hanno già pensato un sacco di persone e poi perchè pone meno dilemmi o trilemmi delle altre due. Il problema principale è il tubetto di plastica in cui è contenuto che va inevitabilmente buttato a fine uso. In altri paesi esistono distributori di dentifricio che ti permettono di comprarlo alla spina, ma in Italia a quanto ne so, no. Inoltre, c’è da considerare quello che ci mettono dentro: se ti fai ispirare dal simpatico guru dell’INCI, ovvero Carlita, vengono fuori diverse marche di dentifricio che non ci mettano dentro … LAMMERDA ! Così, te ne vai tutto fiducioso al mercato e scopri che un tubetto striminzito e tutto-tappo ti costa cinque euro !!! Così si torna a casa e si scopre da Santa Internet che il dentifricio si può fare in casa e che è a anche piuttosto facile. Ecco alcune ricette pescate a caso:

– Gel d’aole vera+caolino+olio essenziale a scelta

– Argilla di qualsiasi tipo (quella verde costa meno) e semi di finocchio/cardamomo tritati

– Un osso di seppia bollito per mezzora e ridotto in polvere + olio essenziale a scelta (questa la adoro perchè fa un sacco fattucchiera !!!)

Molte ricette propongono anche il bicarbonato, ma siccome è molto corrosivo ne andrebbe messo giusto un pizzico. Un’alternativa anche abbastanza etica è quella che vedete lassù nella foto, il Lavadenti Ardente di Lush. Premetto di non adorare i prodotti Lush sempre&comunque perchè le schifezze le fanno anche loro … però le fanno trasparentemente e si impegnano molto nella ricerca di soluzioni serie, come le iniziative sul vuoto a rendere ecc. Se tutte le aziende cosmetiche si facessero il mazzo che si fanno loro staremmo messi molto meglio. La scheda del prodotto è qui. Io l’ho scelto perchè mi soddisfa da tutti i punti di vista: ha un inci perfetto, la scatole è in carta riciclata, il prodotto è Fairtrade e costa poco. Tra l’altro una pasticchina fa talmente tanta schiuma che io le divido in due o in quattro prima di usarle ! Inoltre ce l’ho già da mesi e funziona benissimo. Se vogliamo fargli le pulci possiamo dire che c’è una punta di bicarbonato e che alcuni ingredienti, essendo Fairtrade vengono da paesi in via di sviluppo, quindi da lontano, quindi aereo, quindi diossina … ma la perfezione non esiste !

L’acqua è una questione piuttosto storica. Oltre il canonico “Chiudila mentre ti spazzoli”, la mia malattia verde mi ha fatto elaborare due metodi extra per la conservazione di questo scarso e preziosissimo elemento:

1) Il metodo del bicchiere: tenetevi un bicchiere bello grande lì dove vi lavate i denti. Per iniziare immergete lo spazzolino nel bicchiere, poi indentifriciatelo e lavatevi i denti. Quando è il momento di sciacquarvi i denti fatelo con lacqua del bicchiere e versate l’ultima parte sullo spazzolino strofinando un bel po’.

2) Il metodo del lavandino a fondo perduto: questo metodo non è applicabile da tutti, ma solo dai possessori di quei fantastici lavandini de ‘na vorta, con il tubo di scarico a vista sotto il lavabo … Avete presente? Spero di si perchè ho cercato delle foto in giro ma non ne ho trovate ! In compenso ho trovato un meccanismo che si monta su qualsiasi lavandino e che funziona nello stesso modo, ma vabbè …  In somma, tenendo aperto il tubo sotto il lavandino con un secchio sotto si riciclano le acque grigie utilizzando le “secchiate” una tantum, al posto dello scarico del water. Oh, non sono mica matta! C’è gente che lo fa !

Se pensate che la cosa sia irrilevante, provate a mettere una bacinella vuota nel lavandino e a lavarvi i denti normalmente: usate un solo bicchiere d’acqua ?

Lo spazzolino è stata la faccenda più ardua e ha richiesto mesi di sperimentazione. Non scherzo. Allora, intanto sfatiamo il mito dello spazzolino che si cambia ogni tre mesi: un sonoro COL CAZZO alla Merdadent e compagnia bischerando. Io ne cambio due all’anno quando VEDO che è rovinato e sono ancora viva e vispa. Il problema è che è di plastica e che si butta ogni volta. La rete ci suggerisce una serie di ricili creativi molto simpatici, ma se pensate che – continuando così e campando fino a 80 anni – io ne userò ancora altri 152 … avoglia a braccialetti ! Avevo trovato un paio di fabbriche che vendevano spazzolini compostabili, ma tutte in America o Canada, ergo aereo ecc. Quindi ho provato questo, ovvero la radice lavadenti di sewak: ha di positivo che è compostabile e biodegradabile, non serve il dentifricio, ma viene anche questa da “fuori europa” e poi … il mio tartaro retrodentale l’ha bocciata. Per sbiancare e pulire la parte esterna e laterale dei denti è una bomba, ma per il retro NON C’E’ VERSO ! Eqquindi ho optato per il male minore: uno spazzolino tedesco con setole vegetali e testina intercambiabile.

Chi offre di più ???

Chiaramente, pochi mesi dopo il mio acquisto, una ditta italiana ha tirato fuori la sua versione che ha anche il manico di legno ! Eccola qua !

Epperò costa il doppio del mio … hummm …

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Etichetta2: Il latte di soia … Perchè ?

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 Per la fortunata serie “W la relatività”, qui presentata con lo slogan (molto  apprezzato) “Vegetariani … non rompiamo il cazzo al prossimo”, ho appena lasciato un lungo commento a seguito di un articolo che stavo leggendo su greenme.it e che potete trovare cliccando l’apposito link. Mi raccomando: leggete prima i commenti degli altri, così capirete perchemmai ho scritto e scritto così tanto. Poi, se vi interessa l’argomento, anche il sito non è niente male, c’è più o meno di tutto, ma va letto con molto spirito critico e attenzione, ad esempio evitando di soffermarsi sul banner del junk-food di tendenza mentre si legge un articolo sugli usi “alternativi” del seme di zucca.

Ed ecco la nuova puntata del mondo delle etichette ! Oggi è venuto a trovarmi il Miomone perchè domani è la festa di una mia amica e ci ha invitati entrambi, quindi mi sono risolta per andare a fare una spesa decente e riempire il frigo in maniera accogliente. Ultimamente ho comprato piuttosto “spesso” il latte di soia per preparare la cioccolata calda, la besciamella e altre amenità e, in particolare, ho comprato questo latte di soia per via delle sue ben 3 etichette molto rassicuranti che potete vedere qui attorno e che mi dicono circa tutto ciò che potrei chiedere ad un latte di soia parlante: è prodotto in Italia con acqua, sale marino e soia italiana non transgenica, da un’azienda italiana che usa energie rinnovabili, che è qui vicino e che ha un sito internet pieno di contenuti interessanti e utili sul proprio lavoro, oltre che di schede-prodotti meticolose. Tutto ciò per l’abbordabile cifra – benchè se ne faccia un uso moderato, come faccio io, ovvero un paio di litri al mese – di 2.25 euro. Purtroppo ha il tappo di plastica … epperò non si può mica avere tutto … consigli per gli investimenti all’azienda: boccioni di vetro con tappo ermetico – come quelli anni ’50 ! – e vuoto a rendere !!!

Latte2Ma facciamo un passo indietro: dopo aver detto peste e corna dei vegani sto ammettendo di non bere (neppure) il latte?! In realtà si tratta di un cambiamento iniziato circa un anno fa, nel periodo in cui analizzavo le spese familiari alla ricerca di una quadra perfetta da utilizzare durante la mia futura impresa di indipendenza a buon mercato. Ho preso degli appunti in proposito:

 Se si beve una tazza al giorno, ad esempio la mattina, si consuma circa mezzo litro di questo alimento giornalemente, senza contare i cappuccini o i milkshake e compagnia … Un litro di latte in Italia – e questo dovrebbe far ben riflettere – ha un prezzo che varia dai 0.60 centesimi a 1.80 euro. Questo non solo in virtù delle riverse specialità di latte, ma anche a livello di territorio: in Friuli un latte standard costa pochissimo (per chi “scavalla in Jugo” ancora meno) e a Roma costa tantissimo, ad esempio. Allora, consumando un litro di latte ogni 4 giorni in una località X in cui un litro dello stesso costi un prezzo italico medio, diciamo 1 euro, il conto è presto fatto: ogni consumatore di latte spende più di 80 euro l’anno. Una famiglia di quattro persone ne spende quindi 280 … pochi ?

Latte4Personalmente, poi, il consumo di latte mi dava da pensare anche per altri motivi: il fatto che mi dava una certa sensazione di acido e digestione lenta; la difficoltà di reperire un “latte decente” per i miei standard che non costasse quattro euro al litro; il fatto, ancora, che forse questo alimento non era un elemento positivo nella mia dieta, tanto per cominciare perchè non mi aiuta ad assumere il ferro di cui sono storicamente carente, eppoi perchè non sono ormai da tempo una “lattante” – sì, lo ammetto, ho letto dei libri sull’alimentazione, sì, so chi è Kousmine – anche se conservo l’aspetto di quei giorni soprattutto per quanto riguarda la statura. Per queste ragioni ho smesso di bere latte ogni mattina e l’ho sostituito con varie cose di cui vi parlerò quando faremo colazione tutti assieme, poi ho eliminato i cappuccini e ho smesso di comprarlo. Personalmente ho notato una “svegliezza” più rapida al mattino, ma magari è una coincidenza o semplicemente l’allegra sensazione di non stare per fare un rutto alien in faccia al compagno di pendolarismo di turno. L’ultima volta che l’ho bevuto mi sa che è stato in forma di cioccolata calda una volta che avevo finito il mio latte o ce n’era troppo poco e abbiamo usato quello di un coinquilino a caso, perchè il fondamentalismo MAI.

P.s.: il latte di soia non piace a tutti. Lo so. Ma esistono miriadi di tipi di latte vegetale che può essere sostitutivo di quello di origine animale … lo dico per gli intolleranti al lattosio e per chi volesse provare, eventualmente, quello di avena per ora mi è sembrato quello più assimilabile a quelli di origine animale, forse perchè è piuttosto dolce. 

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Etichetta del mese 1: lo shampoo del Miomone

Benvenuti nella nuova rubrica sviscerante i segreti delle etichette.

Uno dei motivi per cui sono diventata vegetariana è che sono un’avida lettrice di etichette, ergo, evitando carne e pesce mi sono tolta una bella rogna e posso evitare di imparare a memoria i nomi della maggior parte dei conservanti, ormoni, metalli pesanti e schifezze varie che buttano indiscriminatamente i prodotti animaleschi.

 Questo mese porto ad esempio un prodotto cosmetico acquistato ieri dal Miomone, ma in generale l’etichetta perfetta per me dovrebbe seguire i seguenti criteri :

Cosa? Corta ma non troppo – Indicare esaurientemente tutti gli ingredienti presenti nel prodotto : se si tratta di cibo voglio sapere da dove vengono e se sono biologici tutti gli ingredienti che dovranno essere pochi e non nocivi, niente aromi, conservanti e coloranti, per esempio; se si tratta di cosmetici usiamo il biodizionario e scansioniamo tutta la faccenda dal punto di vista chimico; se si tratta di altra roba … distingueremo caso per caso. Vorrei in ogni caso sfatare il mito dell’etichetta corta perchè mi sono sentita alcuanto presa in giro quando uno yogurt da discount riportava sull’etichetta che l’unico ingrediente era “yogurt” …

Dove ? – Indicare il luogo di produzione e quello di eventuale imballaggio del prodotto in questione: la prima scelta sono i prodotti a cosiddetti kilometri zero, ovvero quelli “regionali”. Se un determinato prodotto non è prodotto nella regione in cui mi trovo, cerco un equivalente italiano o in ultima analisi europeo. Se il prodotto è cinese, mi chiedo se sia davvero qualcosa di irrinunciabile: posso scusare un dizionario elettronico inglese-cinese che provenga dalla Cina, ma una maglietta, ad esempio proprio no. Anche il discorso sui vestiti sarà trattato in separata sede.

 Naturale de che ? – Faccio particolarmente attenzione, specie in ambito culinario e cosmetico all’uso indiscriminato della parola NATURALE. Un esempio su tutti: il petrolio è perfettamente naturale, ma non per questo intendo mangiarlo o spalmarmelo in faccia.

 Il di più – Benvengano informazioni su attenzioni etico-ambientali si sorta: uso di materiali riciclati e/o riciclabili, uso di energie rinnovabili nella catena di produzione, adesione al commercio equo e solidale, particolare attenzione a temi sociale o ambientali … e fricchettonate varie.

Ed ecco a voi il primo prodotto scansionato dall’ossessivamente attento occhio della sottoscritta:

 Front etichetta

Se cliccate sulle singole foto potrete gustarne i dettagli: prodotto ad Ancona, INCI tutto verde con un solo pallino giallo che viene ammortizzato dalla plastica riciclata di cui è costituito il flacone e dallo stop ai test sugli animali oltre che dagli ingredienti provenienti da agricoltura biologica.Etichetta Gennaio13

Ma quanto costa ??? Sei euro per mezzo litro di prodotto altamente concentrato.

E dove lo troviamo ??? In erboristeria o nei negozi specializzati in prodotti ecologici.

A Roma, Trieste e Venezia c’è.

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