(forse) Si.Può.(ri)Fare!

Vivere da sola in Italia, a 25 anni, con 450 euro al mese e a impatto zero.

“Io lo so fare” … spoiler: ricetta del dentifricio !

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Titolo: “Io lo so fare”

Sottotitolo: “Dagli oggetti quotidiani all’energia: piccola guida all’autoproduzione creativa e al riuso”

Autore: Marinella Correggia

 Casa editrice: Altreconomia Edizioni

 Prima pubblicazione: Supplemento al numero 130, settembre 2011, di Altreconomia … della nuova edizione, intendo …

 Prezzo: 3.00 Euro (gratis per me, visto che me l’ha prestato il Miomone)

 Pagine: 71 (ultimamente mi do alle letture leggere)

 Quarta di copertina: Sapete fare gli spaghetti con la cucina solare ? Vi siete mai lavati i denti con un dentifricio fatto in casa ? O regalato un gioiello “vegetale” ? Questa preziosa guida al fai-da-te ecologico e alla “sobrietà creativa” vi spiega come fare: dall’orto sul davanzale ai prodotti di igiene e bellezza, dall’energia (di mani e piedi) al frigorifero wireless, dalla cancelleria ai mobili, al riuso di mille oggetti quotidiani. Una nuova edizione per riappropriarsi della saggezza fare e saper autoprodurre il necessario. Non per passatempo, ma per dovere eco-sociale e personale.

Recensione e spoiler: Il brutto è che ti viene voglia di chiuderti in casa, ordinare via internet quelle quattro cose che servono e dare inizio ad un’esistenza autarchica, e magari di coinvolgere parenti e amici in modo da barattare ciò che non si può autoprodurre. Ho avuto serie difficoltà a continuare a fare la lavatrice … volevo quella a pedali ! Non solo le ricette sono accattivanti e collaudate … ma sono così mostruosamente semplici e riguardanti oggetti quotidiani che viene davvero voglia di provarle tutte e covertirsi definitivamente alla vita da Prosumer.

Esempio collaudato anche da me ( quindi dannatamente for dummies) e a cui mi sono ufficialmente convertita:

Il dentifricio in polvere

Tre parti di argilla biancaun cucchiaino di bicarbonato -semi di finocchio/foglie di salvia essiccate/menta essiccata/oli essenziali in polverechiodi di garofano

L’autrice consiglia di tenerlo in un barattolo di vetro con dentro un cucchiaino di legno che serva a distribuire la polvere sullo spazzolino e sconsiglia di intingere lo spazzolino bagnato direttamente nella polvere. Io invece faccio proprio quest’ultima cosa perchè tanto ne produco una piccola quantità per volta e non fa in tempo a crearsi muffa o roba simile.

Altre ricette che voglio provare: deodorante di bicarbonato, oleolito di iperico, sapone, colla di riso e collane vegetali.

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“Riconoscimento e disprezzo” di Axel Honneth e il dilemma dell’attivista.

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Vi ho sorpreso, eh ?! Pensavate che fossi una simpatica cialtrona che si affogava di Dan Brown, e invece !!! [Lode a RaimondoRizzo, che invece mi ha “sbuggerato” più d’una volta !]

Ci riprovo anche per quanto riguarda i libri. L’anno scorso ero partita abbomba col proposito di recensirne o comunque di parlarne almeno una volta al mese. Il tutto si è irrimediabilmente arenato quando ho cercato di recensire il mio libro preferito … il post giace tuttora incompleto nella draft-case di WordPress. Vi parlo di questo libro in particolare perché mi ha regalato un’ottima chiave di lettura per la mia storia familiare – della quale vi farò salvi sia i dettagli che eccetera – ma soprattutto per un disagio psicologico con il quale molti dei miei simili devono confrontarsi almeno una decina di volte al giorno, ovvero “Il dilemma dell’attivista”. I sintomi di questa patologia sono molto vari, ma vanno tutti a confluire nella sindrome Post-Report (ampia e scientifica trattazione qui), ovvero quel misto di malinconia, frustrazione e rabbia, condita di senso di impotenza, depressione e volontà di ledere al prossimo e a sé stessi. Dinnanzi allo svuotamento di senso delle nostre quotidiani azioni di contrasto il pensiero si fa mantra: “E allora No” oppure “MAVVAFFANCULO”. Una tale mole di sconforto può essere curata tramite molteplici terapie. Ebbene, recensendo questo piccolo-grande libro, cercherò di spiegarvi la mia (che se vi interessa più di Honneth potete trovare in coda al post).

Titolo: “Riconoscimento e disprezzo”

Sottotitolo: Sui fondamenti di un’etica post-tradizionale.

Autore: Axel Honneth

 Titolo originale: “Anerkennung und Mibachtung. ”

 Casa editrice: Rubettino (compratelo, che Rubettino è nell’estremo sud … e resiste !)

 Prima pubblicazione: 1993

 Prezzo: 6.00 Euro

 Pagine: 48 (Sì, dai, si può fare !)

 Quarta di copertina (in questo caso è all’interno della copertina): “Essere riconosciuti dagli altri è essenziale per l’affermazione della nostra identità. La mancanza di tale riconoscimento – il disprezzo – è un attentato alla fiducia, al rispetto e alla stimache noi sviluppiamo verso noi stessi. Le caratteristiche del riconoscimento e del disprezzo reciproci tra gli individui sono la base per una riflessione sulle forme di un’etica che non si limiti ad enunciare principi astratti, né ad identificarsi con il rispetto di una tradizione, ma che sappia indicare le condizioni di una vita degna di essere vissuta, all’altezza delle esigenze poste dalle società contemporanee.”

Recensione con citazioni (grassetti e sottolineature sono miei): a seguito dell’Introduzione ad opera del traduttore del volume, l’allievo di Habermas apre il discorso citando “Il diritto naturale e la dignità umana” Bloch e in particolare la distinzione che egli opera tra l’utopia sociale e il diritto naturale e della quale riporto solamente la conclusione: “Perciò l’utopia sociale si orienta soprattutto all’eliminazione della miseria, e il diritto naturale soprattutto all’eliminazione dell’umiliazione.”. La dignità umana viene dichiarata come “accessibile” solo nel momento in cui vengono descritti e specificati i modi dell’umiliazione e dell’offesa personali. Ma/Eppure sono queste esperienze negative che generano il conflitto necessario a far sì che la dignità umana stessa sia tutelata a livello normativo. L’integrità delle persone umane dipende in maniera costitutiva dall’esperienza del riconoscimento intersoggettivo e, poichè può subire violenza e molteplici forme di dispregio viene vista da Bloch – che in questo modo ci consegna indirettamente ciò che viene intesa come Una teoria del riconoscimento reciproco – come dipendente dall’approvazione e dal rispetto da parte di altre persone. Occorre garantire un’ampia comprensione del termine dispregio che viene inizialmente e genericamente definito come un riconoscimento negato che colpisce le persone nella stima positiva che hanno di sé. Per approfondire l’indagine Honneth si serve di Hegel e Mead per delineare il profilo della teoria sistematica che vuole il pocesso di individuazione della persona, come dipendente dal pervenire del singolo ad una identità pratica nella misura in cui esso abbia la possibilità di accertarsi del riconoscimento di se stesso attraverso una cerchia sempre più vasta di partner della comunicazione. Da questo tipo di categorizzazione, tuttavia, deriverebbe una sorta di mutilazione dell’essere umano (spregio) che implica il crollo dell’identita dell’intera persona a seguito di una violenza subita. Appare chiaro come il termine “spregio” e i suoi satelliti semantici – così come il diametralmente opposto termine “rispetto” – debbano essere accompagnati da opportune distinzioni di grado che vanno irrimediabilmente a finire in secondo piano all’interno del linguaggio comune. Questa utile categorizzazione appare viva nel discorso sulla teoria morale di Kant che distingue i gradi del rispetto in base a un criterio centrato sull’analisi di quali tratti caratteristici della persona vengano riconosciuti, e in che modo. A partire da tale dibattito, Honneth propone la sua propria categorizzazione dei tipi di spregio che riguardano rispettivamente:

1) Integrità fisica: forme di maltrattamento che con la violenza tolgono a una persona qualsiasi possibilità di disporre liberamente del proprio corpo.

2) Forme di spregio personale: che colpiscono un soggetto escludendolo strutturalmente dal possesso di determinati diritti* nell’ambito di una società. La negazione dei diritti sottende la mancata attribuzione di una capacità morale di intendere e volere pari a quella degli altri individui. In merito a quest’ultima affermazione suggerisco un’analogia con la posizione dei regimi totalitari rispetto ai loro stessi cittadini.

*ci viene fornita una puntuale definizione del senso del termine “Diritti”, ovvero, quelle pretese individuali che una persona può legittimamente far conto di poter vedere socialmente soddisfatte in quanto, come membro a pieno titolo di una comunità, partecipa con diritto pari agli altri all’ordinamento istituzionale della stessa.

3) Negazione del valore sociale a singoli o gruppi: la negazione, cioè, dello status – definito come il grado di considerazione sociale che, nell’orizzionte culturale della società, attiene al modo di aautorealizzazione che una persona persegue – ma anche della possibilità di ascrivere un valore ssociale alle proprie capacità.

La differenziazione delle tre forme di spregio fornisce una chiave per distinguere altrettante relaziooni di reciproco riconoscimento:

1) Amore (n.b. Hegel): quando l’individuo ha esprienza del fatto di nutrire reciproci sentimenti di particolare apprezzamento, ciò che sperimenta è la fiducia in se stesso. Questa modalità non può essere estesa oltre l’ambito dei rapporti sociali primari.

2) Diritto : in cui il singolo impara a comprendersi dalla prospettiva del suo partner (anche se non sono particolarmente d’accordo con la scelta di questo sostantivo) come un portatore di diritti egualmente legittimato. Questo tipo di relazione genera autorispetto.

3) Solidarietà : in essa i soggetti, nelle loro particolarità individuali di persone biograficamente individuate, troverebbero il riconoscimento di un reciproco incoraggiamento. Questo tipo di relazione, inclusiva per posologia di un elemento affettivo di partecipazione solidale, funge da elemento propulsore per la stima dei se stessi.

I concetti basilari sui quali si basano le norme etiche che consentono agli individui di riconoscersi reciprocamente nella loro unicità individuale sono aperte al processo di detradizionalizzazione (perdendo, cioè il loro carattere prescrittivo e instaurando un riconoscimento della differenza egualitaria) e vengono conseguentemente citati e ridefiniti da Honnet come segue: 

Integrità_Un soggetto può sentirsi sorretto dalla società rispetto all’intero arco del suo autoriferimento pratico.

Morale_Punto di vista che permette di portare eguale rispetto a tutti i soggetti, o di tenere in eguale considerazione i loro interessi.

Etica_L’insieme delle condizioni intersoggettive rispetto a cui è possibile dimostrare che fungono da presupposti necessari della autorealizzazone individuale.

Tutto ciò è il presupposto della divulgazione di un modus operandi che può determinare la riuscita di una vita dipendente, tuttavia, da una variabile storica: il livello di sviluppo del modello di riconoscimento.

La post-tradizionalizzazione era stata già teorizzata e sviluppata da Hegel e Mead, che idealizzavano una società in cui le conquiste universaliste dell’uguaglianza e dell’individualismo sono impresse a tal punto nei modelli di interazione, che tutti i soggetti trovano riconoscimento come persone insieme autonome e individuate, trattate in modo eguale e tuttavia uniche. Entrambi i filosofi sono già stati pregiudicati dal loro contesto sociale e da quelli successivi, dunque Honneth si rivolge alla teoria psicoanalitica delle relazioni oggettuali, dichiarando che i soggetti possono reciprocamente esperirsi come amati nella loro individualità solo nella misura in cui hanno la capacità di restare da soli con se stessi senza paure.

Riportando questa teoria su un piano giuridico, è attraverso la condivisione dei diritti sottostanti le suddette tre relazioni curative dello spregio che la struttura dell’etica post-tradizionale può difendere l’egualitarismo radicale dell’amore contro le costrizioni e le influenze esterne. L’ndividuo, allo stesso modo, deve essere protetto dal rischio di una violenza psichica che è strutturalmente presente nel precario equilibrio di ogni legame emotivo. Lo stesso si applica al tema della solidarietà, entro il quale la legge può limitare la costruzione  degli orizzonti valoriali che costituiscono le comunità. In merito a tali orizzonti, e concludo, Honneth include solo quelli tanto aperti e pluralisti da permettere a qualunqu membro della società di vedersi (…) socialmente apprezzato per le sue capacità.

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So di aver messo davvero troppa carne al fuoco, per coloro che non hanno saltato a piè pari la recensione, ma è giunto il momento, dopo tanta teoria, di ribaltare il tutto sul piano pratico e di rendere nota la mia cura alla Sindrome Post-Report e al dilemma dell’attivista.

L’attivista, giuro, è un essere umano. E se l’attivista è un  ecologista, sillogisticamente, anche l’ecologista è un essere umano. Dunque, dal momento che, torno a citare, non si può concepire una riuscita autorealizzazione senza presupporre un certo grado di fiducia in se stessi, di autonomia giuridicamente tutelata e di sicurezza riguardo al valore delle proprie capacità, ciò di cui è necessario fare scorta o – come nella maggior parte dei casi – ciò su cui bisogna rendersi consapevoli delle proprie potenzialità è l’amore, il diritto e la solidarietà intersoggettiva. Mi rivolgo in particolare (ma la cura è valida per tutti), dato che si tratta della “mia comunità”, agli ecologisti frustrati e disillusi che si accaniscono contro i non ecologisti non potendosi accanire con un soggetto più potente e ampiamente responsabile, o che invece si accaniscono contro l’aleatorio Potente e in ogni caso finiscono per essere vessati dalla Sindrome post-Report. Lavorare sull’applicazione pratica e quotidiana di ciò in cui crediamo, questa è la mia cura, altresì detta COERENZA. Sono fermamente convinta che se davvero tutti coloro i quali si dichiarano solennemente e spontaneamente ecologisti si comportassero coerentemente e praticamente – le chiacchiere stanno a zero – come tali, non ci sarebbe inquinamento su cui indignarsi e su cui condurre inchieste. Allo stesso modo, sono fermamente convinta che se tutti coloro i quali si dichiarano di sinistra/antirazzisti/antiglobalisti/femministi … eccetera si comportassero coerentemente e praticamente come tali, i rispettivi problemi forieri di disillusione non potrebbero fare altro che soggiacere alla nuova tendenza dominante, la loro. Agire contro e urlare contro, anziché pensare contro, vagamente, una tantum, il lunedì sera.

Se leggo che la prima causa di inquinamento dell’aria nelle metropoli italiane è l’auto e io non ne ho mai posseduta una … perchè dovrebbe venirmi il sangue acido? Se mi dicono che la prima causa di disboscamento e di conseguente desertificazione è la produzione di carne a livello industriale e io non ne consumo da anni … perché dovrei sentirmi angustiata?

Io non partecipo. Punto.

E la miglior soddisfazione dell’essere coerenti con se stessi (dopo aver acquisito fiducia, rispetto e stima di sé), non è fare inutili proselitismi. Ripeto: le chiacchiere stanno a zero e si acquisiscono “seguaci” semplicemente dimostrando che si ha una vita stupenda anche occupandosi dell’ambiente e del prossimo … e si spende anche meno ! Dicevo, la soddisfazione più grande è riconoscere e sbuggerare l’incoerenza altrui: sbattere in faccia a chi ha tre auto che non può lamentarsi dell’assenza di piste ciclabili o di aria respirabile, prendere nota e chiedere il conto a chi solidarizza con i migranti di Lampedusa e ruba posti negli asili nido iscrivendoci i figli senza mandarceli (“Perché è piccolo e mia moglie mo’ si licenzia perchè so’ arrivate le romene che prendono meno”), piantare delle scenate grottesche al commerciante che non mi fa lo scontrino invece di lamentarmi della carenza di servizi pubblici, far sentire una merda lo studente che ha 5000 euro addosso e si becca la borsa di studio perché i suoi dichiarano un reddito di 10000 euro l’anno. Provare per credere: è un orgasmo.

La mia disillusione è stata capire che il nemico ce lo abbiamo in casa, e tutti, perchè i razzisti, i fascisti e gli inquinatori sono esseri di una coerenza inintaccabile. E noi no.

Dedico questo post alle vittime

dell’ultima insensata strage di Lampedusa.

dedi

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Guida striminzita alla tecnologia eco-cheap …Kindle sorpresa !

Hippie kindle ci prova con la sua Mrs Robinson

Questo è il mio hippie-kindle che si approccia a una omologa Mrs. Robinson incontrata in libreria …

>>Io amo i nerds<<

Abbiamo aperto parzialmente questo capitolo quando ho inveito contro la Nokia sparlottando un po’ di cellulari e smartphone vari. Oggi che ho comprato il Kindle, mi pare giunto il momento di approfondire il tema delle moderne tecnologie.

Ma come hai comprato il Kindle ? Gesùssanto ! Ti sei messa a dare i soldi ad Amazon – una multinazionale delle più merdose – per comprare un oggetto ad alto tasso di schiavismo sinico e di coltan … per non parlare del prezzo ! Ma cazzosanto. E ora andrai a mangiarti il quarterpound dal Mc, indosserai un paio di Nike, ti farai l’Iphone, diventerai macchina-dipendente … NUUUU !

Karmacoma: l’ho preso usato ! A parere dei misuratori di footprint e di svarie altre fonti attendibili che non sto ad elencare perché questo è un blog e non l’ultimo numero di Wired, gli ammennicoli high-tech e low-tech, così come i vestiti e mooolta altra robba, sono ecologicamente “smmortizzati” se di seconda mano. Essùvvia: vi pare che mi sputtano a un mese da “LA FINE” ? Ebbene, non solo non mi sputtano, ma come al solito ci ricarico sù: l’ho pagato cinquanta euro e ci ho guadagnato un pranzo e un caffè da uno sconosciuto molto simpatico che ha ricevuto in regalo la “versione nuova”. Le forme alternative di commercio – quelle dello sharing, quelle del B2B – pagano sempre anche a livello sociale e di grasse risate.

Ebbene, parliamo quindi delle moderne tecnologie che, almeno in taluni casi sembrano giunte per farci risparmiare tempo, denaro e varie ed eventuali. Ad esempio, l’oggetto che ho acquistato oggi l’ho preso perchè ho rischiato svariate ernie portando tonnellate di libri in valigia, nonostante ne avessi lasciata una pila della mia statura – non molto in termini assoluti, ma molto in termini relativi – a Venezia. Forse se avessi pagato io i libri dell’università sarei giunta prima alla conclusione di essere effettivamente abbastanza facilitata da questo oggetto da poter considerare l’opzione di acquistarne uno. Ma concedetemela ancora un po’ di piccolinitudine.

Ma ecco qui la mia personale ode ai nerd di tutto il mondo: la Skimpy-Guide alle Moderne Tecnologie !

1. Computer: sì, serve. Senza non potrei prenotare i viaggi su Blablacar, usare Skype per sentire erasmus ed espatriati vari, consultare Santa Internet per informarmi sulla vita, l’universo e tuttoquanto … Sia io che altri simpatizzanti salvatori del mondo, abbiamo cercato pc usati con scarso risultato. Questo non significa che non valga la pena di tentare: ricordiamo che i meravigliosi nerd sono al mondo per procurarci moderne tecnologie usate per un paio di mesi e tenute come non terranno mai una donna. Parlo per esperienza personale avendone frequentati  ben due in tempi non sospetti. La guida al consumo di Greenpeace continua imperterrita a non essere aggiornata ma, nel lontano 2010 pare che l’azienda produttrice di laptop (più piccoli e meno ciucciaenergia) meno dannosa fosse l’HP … chepperò costa un boato. Se volete fare i fighi triturateci anche sopra dello scalogno, ma imbottitelo con un software libero, tema di cui discorreremo in seguito … ovvero quando Abba non sarà più ostaggio del menù vegetariano a me dedicato. In ogni caso, alcune lungimiranti aziende iniziano a venirci incontro, è il caso del pc in cartone riciclato.

2. Riproduttori musicali: anche qui le versioni ecologiche non mancano, tutto sommato anche abbastanza cheap per quanto riguarda le versioni portatili. In merito allo stereo, che per me è un oggetto piuttosto indispensabile essendo una fanatica del progressive, esiste la sempiterna possibilità di trovarne uno usato e a buon mercato. Si noti bene che gli auricolari, le cuffie isolanti e le casse esistono – e sono facilmente reperibili – anche in cartone riciclato e in legno.

3. Robot da cucina prima dei 50 anni = morte. Esistono fondamentalmente due indirizzi ideologici per quanto riguarda gli utensili da cucina: quello de mi’ madre e quello de mi’ socera. Mi’ madre fa TUTTO con un coltellino Opinel che ha una lama di quattro centimetri … and so do I. Mi’ socera ha un utensile per ogni funzione immaginabile – roba da pelapatate e pelacarote distintamente utilizzati e riposti – più un robot da cucina high-tech. Quando l’ho conosciuta aveva anche un frigo gigante e un pozzetto freezer nel seminterrato benchè in casa fossero solo in tre … erano i reflussi del boom economico anni ’50-’60, lo stesso che colpisce mi’ madre in presenza di scarpe.

4. (ed ecco appunto) Il frigo e gli elettrodomestici della cucina: questi vale la pena prenderli nuovi perchè esiste una gradazione di ecologicità ed efficienza energetica in merito – gli A+++++ sono +++++ verdi. D’altra parte è il caso di moderarsi ponderando l’effettiva utilità degli stessi: le lavatrici esistono di varie misure, così come i frigoriferi, che potrebbero tranquillamente stare spenti e fungere da dispensa per la maggior parte dell’anno. Per quanto riguarda la lavastoviglie, credo che non valga la pena di averla se non si è almeno in quattrocinque a casa … ma il tutto è chiaramente opinabile. Certo, ho testato personalmente che l’aspirapolvere da Roma in sù è evitabile.

5. Home video: la tv no e quindi nemmeno il lettore dvd. Investire in un proiettore usato con settofrigorifero ecologicotto casse di misure assortite non sarebbe malaccio … ma quello ha senso per i pazzoidi cinefili come me …

6. Se la vostra casa è alimentata “verdemente” potete comprarvi quasi qualsiasi stronzata nerd senza rimorsi … Ricaricando alcune delle suddette stronzate con pannellini pass-par-tout il grosso del lavoro è fatto. In particolare se se ne fa un uso moderato ed accorto.

7. L’inutilità è: tv, micro-onde, asciugacapelli, gli scaldini da bagno, circa tutto ciò che finisce in -ice e sta in cucina, la piastra per capelli, la “play” e simili, il silkepil promotore di infiniti peli incarniti, il mondo I, spazzolino elettrico … il buon senso un tanto al chilo.

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Recensione Triestina: un libraio da salvare !

Libreria San Marco

Trieste_Febbraio 2013

Da quando il Miomone si è trasferito a Trieste si è subito affezionato ad una libreria in particolare. Sì, perchè una delle caratteristiche più apprezzabili di questa magnifica città è il particolare rapporto con la letteratura, l’editoria e il libro in generale.

“Ogni triestino ha scritto almeno due libri. Uno dei quali su Trieste.”

_ La padrona di casa del Miomone _

La grande editoria/distribuzione prende piede relativamente. Credo che le tre librerie più grandi siano la Feltrinelli, quella di Saba (col Saba di bronzo che la fissa per l’eternità) e la Lovat, con tutto il bar akm zero che c’è dentro. Per il resto proliferano a catena piccole librerie, anche tematiche e quasi sempre portatrici sane di case editrici molto originali e vivaci.

Io e il Miomone, tra le tante, abbiamo scelto la libreria San Marco e alla connessa Casa Editrice Asterios in Via Donizetti, vicino all’omonimo caffè storico e davanti alla sinagoga.

L’affetto per questa libreria in particolare è dato da una serie di fattori sentimentali e materiali. Primo fra tutti il fatto che questo luogo e il suo proprietario abbiano accolto un novello triestino Miomone, appena trasferitosi in città nel settembre 2011. In secondo luogo, ma non perchè sia necessariamente meno importante, il proprietario della libreria ha letto la maggior parte dei libri che vende e quelli che non ha letto li conosce e te li trova. Per questo i titoli presenti costituiscono una raccolta estremamente originale: l’uomo in questione è un vero e proprio Libraio, come ne esistono e resistono ormai pochi.

Da più di un anno e mezzo andiamo lì ogni volta che cerchiamo un libro, un consiglio di lettura o una chiacchierata con un pozzo di scienza. E’ invece solo da gennaio che ci siamo presi un impegno ulteriore: comprare un libro ciascono al mese – io ne compro uno a lui e lui uno a me – in questa libreria per sostenere il nostro libraio preferito contro i mozzichi della crisi.

Provate a dare un’occhiata al catalogo … se leggete questo blog ci sono buone probabilità che troviate qualcosa di interessante da leggere o da regalare.

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“Io non compro” di Judith Levine, le imprese si fanno anche dopo i 30 anni ! E riescono !

E’ circa un mese che “lavoro” a questa recensione. Per la verità, è circa un mese che mi chiedo come sia possibile scrivere di questo libro e di questa donna straordinaria senza evitare di mancare totalmente il colpo, di non rendere giustizia al suo lavoro ed alla sua impresa. Ebbene, riuscirò a farlo o morirò nel tentativo. Che sennò mi si accumulano i libri da recensire ed è un disastro !

Scheda “tennica”:

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Titolo: “Io non compro”

Sottotitolo: Un anno senza acquisti, un’esperienza per riflettere sul potere del mercato.

Autrice: Judith Levine

 Titolo originale: “Not buying it – My year without shopping”

 Casa editrice: Ponte delle grazie

 Prima pubblicazione: 2006

 Prezzo: 14.00

 Pagine: 243

 Letto in circa 3 mesi, ma una studentessa-lavoratrice non fa molto testo …

 Quarta di copertina: “Facciamo promesse solenni. A partire dal 2004, io e Paul acquisteremo solo il necessario per il sostentamento, per la salute e per il lavoro […]. Non lo faccio solo per risparmiare, tuttavia sarei felice se succedesse. Non canterò le lodi della vita semplice e non dispenserò consigli su come viverla […]. Da un punto di vista materiale sopravviveremo. Non è certo quello che mi preoccupa. Ma mi chiedo se sia possibile che una persona continui ad avere una vita sociale, comunitaria o famigliare, un lavoro, relazioni culturali, un’identità, persino un sé al di fuori del regno delle esperienze e delle cose acquistate ? E’ possibile sottrarsi al mercato? ”

Recensione con citazioni: lo scenario si apre su una NY natalizia post-9/11. L’imperativo per il salvataggio della nazione è spendere, spendere, spendere. Lo shopping è divenuto un dovere patriottico, così come lo è il servizio di leva … e proprio a questo proposito Judith, l’autrice, la sua personale obiezione di coscienza: Io non compro ! Seguito da una densissima rassegna degli stili di consumo statunitensi con riferimenti a studi di mercato ed evidenze statistiche, salvo poi scoprire un vero e proprio buco per quanto riguarda le ricerche sulle scelte delle persone di essere meno compulsive e materiali nel soddisfare i bisogni. Il Buy Nothing Day è solo il piede prima di una ideale linea di partenza, ma essendo celebrato nel venerdì dello shopping statunitense per eccellenza, quello immediatamente precedente al Thanksgiving, acquisisce un valore di rito propiziatorio, canto alle muse, iniziazione. Il canto del gallo arriva carico di compulsione nell’ultima settimana dell’anno: convinto il marito della sensatezza dell’impresa, i coniugi passano il Capodanno nella tenuta del Vermont in preda ad acquisti last-minute di dubbia natura, come se il giorno successivo si dovesse scatenare un vero e proprio cataclisma. Una prospettiva sensata per una coppia di cinquantenni, rispettivamente un consulente di politica e risparmio energetico e una scrittrice ed editor a tempo pieno, istruiti, cosmopoliti e senza figli. Il bello è che Judith crede che siano proprio queste loro caratteristiche a renderli costituzionalmente adatti al ruolo. Rispetto alla media del paese in cui vivono, loro sono consumatori saltuari di beni deperibili, hanno perfino una sola tv, perfino molto vecchia. La dimensione delle cose ci sbatte prepotentemente in faccia quando la protagonista, ovvero, autrice del diario si abbandona ad una descrizione del contenuto della dispensa: otto tipi di riso, tre tipi di sale (aiutatemi a capire !) e nove bottiglie contenenti il medesimo numero di aceti diversi, può dare un senso a ciò che sottintendo. Un’amica cubana alla vista di ciò sei è sentita sopraffatta e nauseata … e te credo ! Il problema di gennaio, poi diventa quello di stabilire cosa sia la necessità e, soprattutto di stabilirlo apertamente, di fronte ad amici e parenti più che sconcertati. D’altra parte, ci viene ingenuamente ricordato che una coppia ambientalista vegetariana vive in 160 metri quadri di casa e può possedere tre auto con una naturalezza allarmante, ecco come: oltre al pick-up Chevy, che ci serve per andare nel bosco a raccogliere legna sterpi e concime per il giardino, Paul pissiede anche una Subaru Legaci del 1999 e io una Honda Civic del 1995. Il pick-up non è adatto per i viaggi lunghi. La Subaru, che invece lo è, consuma troppo perchè ha quattro ruote motrici. La Honda ha consumi ridotti, è affidabile per lunghi viaggi e ha un bagaglio capiente molto utile per gli spostamenti dal Vermont a NY, he può essere riempito all’inverosimile (compreso Julius nella sua gabbietta). Ma la Honda non ha quattro ruote motrici e diventa un rischio – infatti da noi in Umbria ne muore uno al giorno – usarla sulle strade innevate o fangose del Vermont. Durante la stagione piovosa usiamo la Subaru. Se alla guida della Honda mi impantano o resto bloccata in strada, Paul l’aggancia al pick-up e mi trascina a casa. Questo è il punto di partenza: ogni commento è superfluo. Il capitolo successivo, sulla psicologia del consumatore, si apre con un’imprecazione e con un flusso di coscienza semplicemente lirico dei percorsi “logici” che un consumatore medio è abituato a fare nei rari casi in cui deve giustificare a se stesso un acquisto inutile, che non gli porterà alcun beneficio se non quello momentaneo ed immediato di far parte della specie homo oeconomicus. Nel momento esatto in cui state per chiudere il libro in preda a spasmi soffocanti, la signora che citava Thoreau nel primo capitolo fa nuovamente capolino imbastendo una puntualissima analisi sull’economia neoclassica destreggiandosi tra Smith, Keynes e Malthus e gabbandoli tutti e tre. Ma a questo punto, e con un vuoto bibliografico insoluto, occore stabilire la falla nell’analisi neoclassica e si delibera che il consumo veicolato da quell’analisi passa per un individuo solitario che si relaziona agli altri tramite un’emulazione scientifica dei loro bisogni (che in economia è chiamata razionalità) che lei riporta all’aberrazione patologica di freudiana memoria. E’, in sintesi, una grave epidemia a cui il mercato pare aver risposto addirittura con un apposito farmaco, nella fattispecie un antidepressivo. La sua personale guarigione passa per un buddhismo indiretto che elimina i desideri e che compenetra i propri bisogni reali con quelli degli altri iniziando a parlare di mutuo soccorso disinteressato. E siamo solo al secondo capitolo. Da qui in poi, sul piano teorico sarà tutto un susseguirsi di consapevolezze, esperienze, domande e risposte supportate da analisi cristalline di fattori psicologici, economici, sociali ed intimi; sul piano pratico le vecchie abitudini spariranno e saranno poi rimpiazzate da quelle nuove. A livello lavorativo, senza un bicchiere di vino o una tazza di caffè, una riunione finisce per trasformarsi in un arido incontro di lavoro e la vita culturale è imperniata attorno al quesito E’ gratis? Si schiudono le porte delle biblioteche e del loro stato decadente, si spalancano le persiane del teatro fatto dalle associazioni ( il divertimento gratuito è rimasto un secolo indietro rispetto a quello a pagamento) e dei gruppi Voluntary Simplicity di auto-coscienza tardiva in cui gli squattrinati decantano le gioie autoindotte del vivere semplice e i nostri due privilegiati astensionisti cercano di non sembrare troppo ridicolmente sfacciati. In primavera, dopo aver ripercorso la storia dell’uomo in chiave consumista, sorge un nuovo problema : la sensazione di scarsità materiale e quella emotiva, anche la noia: quest’anno io e Paul abbiamo volontariamente deciso diessere bambini all’interno di una cultura che equipara la condizioe di adulto all’autonomia e l’autonomia alla capacità di trovare una via d’uscita dall’impasse comprando; l’mpasse è la noia, la designazione del desiderio. Il superamento del desiderio passa per le foto di Abu Ghraib, i tagli all’amministrazione pubblica, il taglio fiscale da 350 miliardi di dollari … la figura di Paul manca un po’: un diario a 4 mani sarebbe stato più completo, ma la voce femminile avrebbe perso di intimità, forse. L’estate porta questioni pratiche e sentimentali: l’etica del dono si scontra con la convenzione sociale del dono: non vi dico cosa vince … ma è poesia e c’è una grande lezione da imparare sull’affetto e sul valore affettivo degli oggetti. Le lezioni imparate permettono a Judith di allontanarsi dal mercato ed essere fiera di se stessa dopo mesi di rmbrott allo specchio e senso di inadeguatezza, così passiamo alla Radical Simplicity di Richard, che vive in autosufficienza, ai limiti della povertà economica ma ben proiettato verso una pace interiore e dichiara che i soldi non sono utili. Sono ben utili per la macchina del terror-business, invece: torna l’11 settembre e la chiave è imparare a gestire le proprietà, i regali degli amici, il doni … giusto in tempo per aderire alla campagna Compra il tuo presidente ! In piena campagna elettorale giunge puntuale la riflessione sul branding e sul consumo che è politica, perché anche l’attività politica è una forma di consumo. Judith non può godersi i comfort della vita newyorkese senza pensare ai problemi dei lavoratori e all’impatto ambientale, ma appena è libera dal desiderio di acquistare ecco che è libera dal desiderio di giudicarecoloro che desiderano comprare. Ed ecco che si lancia nella descrizione del suo mondo ideale in cui ho sottolineato uno stato forte.

 Ho adorato la cultura, l’ironia e la voglia di mettersi in discussione di questa donna. Dalla prima all’ultima pagina. La sua personale “Follia della donna”, sparisce davanti al cambiamento radicale delle sue abitudini. Non si limita a non comprare la maggior parte delle cose che riempivano il suo carrello di settimana in settimana, ma radicalizza il cambiamento iniziando a fare acquisti consapevoli, sempre di più e con spirito critico.

Vi sfido a provarci per una sola settimana.

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“Dormire nudi è verde” di Vanessa Farquharson: La redenzione della Barbie.

[L’altroieri ho avuto 138 visite perlopiù da facebook: QUALCUNO MI SPIEGHI ?]

[La recensione è lunga. Lo so.]

Il primo libro che ho scelto di analizzare – oddio, questo verbo mi fa troppo ridere … – è il suddetto, perchè è il primo libro che ho letto dopo aver maturato l’idea di compiere questa mia impresuccia. Andiamo.

Scheda “tennica”:

4542482  Titolo: “Dormire nudi è verde”

  Sottotitolo: 366 consigli per vivere “bio” e divertirsi

  Titolo originale: “Sleeping naked is green”

  Tratto da: http://greenasathistle.com/

  Casa editrice: Sonzogno

  Prima pubblicazione: 2009

  Prezzo: 15.30 Euro su Amazon (a me lo hanno regalato usato: +verde !)

 Pagine: 356 (l’avranno fatto apposta?)

 Letto in 23 giorni: dall’1 al 23 maggio 2012

 Quarta di copertina: “Poche cose nella vita mi annoiavano come l’ecologia. Finchè ho voluto vederci chiaro e per un anno ho provato a fare una piccola cosa al giorno. Come dice quel proverbio cinese? Un viaggio di migliaia di miglia inizia con un piccolo passo. A me ne sono serviti 366 per rinnovare alla grande la mia vita e divertirmi come mai avrei immaginato. A te quanti ne serviranno ?”

Recensione con citazioni:

 Lo dico senza filtri: i primi almeno quattro capitoli sono piacevoli come una sonora mazzata sui coglioni. Il nome Van-essa è solo il titolo di testa dell’incubo. Abbiamo la dichiarazione di intenti e la presentazione del personaggio: una Barbie teledipendente consapevole e ingenua quanto un’undicenne disadattata che a 28 anni (e solo perchè ha la fortuna di abitare in Canada) è una giornalista che campa di ciò che scrive su un giornale reazionario. Assistiamo inoltre all’uso improprio e forsennato della parola “hippie” e a delle uscite da “Eh, a me non la fate !” che fanno venire le lacrime agli occhi dalla pena e che mi fanno scrivere a mergine di ogni pagina commenti come : “Che paura, eh ?”, “Ah ah ah! … NO !”, “Poraccia !” … eccetera.

Sì, ammisi, è possibile che nelle ultime settimane abbia visto Una scomoda verità [ascoltate bene le parole di Al Gore e contate i riferimenti a 9/11 e terrorismo, leggete con attenzione le frasi in bianco … questa fa la “giornalista” e la sua prima ricerca informativa sull’argomento parte da QUESTO ?] e sì, potrei essere stata influenzata dalle immagini create al computer dell’orso polare che affoga. [eggià che ne hanno dovuta creare una al computer, perchè dove s’è mai visto che gli orsi polari se la passano male ?] Ma il punto per me è starmene bene alla larga dalla politica [ ??? ], dimostrare  che essere attenti alle questoni ambientali non implica necessariamente partecipare a dimostrazioni di protesta [oh, sarebbe così disdicevole !!!] o portare pantaloni guatemaleschi [che paura, eh ?].

 Ma la mia regola in fatto di lettura è FINIRE IL LIBRO. SEMPRE. RESISTERE RESISTERE RESISTERE.

E quindi superando le domande esistenziali: E’ peggio essere una blogger o un hippy ? [E’ peggio essere una donnetta !!!]; il suo primo incontro con degli ambientalisti assolutamente “Uncool” e “old-fashon” e solitamente meno interessati a farsi dare il vostro numero di telefono che non a discutere sull’efficienza dei bio-combustibili; dopo che la donna-OCA fa sfoggio di abilità fascinatorie tentando di approcciare un uomo scelto a partire dalla maglietta che indossava dicendo “Non ho capito !” … arriva l’ammissione di essere una snob, arriva il piacere di bere acqua dal rubinetto : E’ più acqua della solita acqua !, arrivano gli elettrodomestici rigorosamente extralusso caricati a detersivi “meno chimici”.

 Continua imperterrita la parlata da giornaletto per preadolescenti con abuso di termini quali “accessorio di moda” e iperboli quali “crimine estetico” e l’adesione totale al cliché della “Donna moderna” che fa acquisti idioti d’impulso praticamente tutti i giorni, che chiama i suoi oggetti col nome del marchio a cui appartengono … perfino la borsa di nylon con cui sostituisce quelle usa e getta diventa: La mia three wishes … VUOI UN APPLAUSO ? Eh si, lo vuole, perchè piagnucola per pagine inveendo contro il commesso cattivo che non l’ha degnata di alcuna attenzione quando ha detto di non volere il sacchetto per la spesa perchè aveva, appunto, la sua Three Wishes. Più avanti ammetterà di volere una medaglia d’oro.

 E poi ancora slanci di consapevolezza sul fatto di essere Un’orrenda consumista, il sogno di ogni esperto di marketing. Ma anche sonori richiami allo Yankeeismo puro parlando della condizione dei braccianti agricoli di alcune aziende del biologico con Salari assurdamente alti. La connotazione del personaggio continua per tutto il libro, in realtà, e a essa si aggiungono le descrizioni di sorelle Naziconformiste che fanno due volte il giro dell’isolato per sfoggiare un articolo acquistato da Tiffany e amiche che non prenderebbero mai e poi mai in considerazione l’idea di usare creme – benchè di lusso, mi raccomando – in cui lei ha già immerso le dita. Così, dopo i primi mesi di cambiamenti blandi e poco dispendiosi di materia grigia, contando il fatto che lo stile energetico nordamericano, e quindi quello canadese, ti permettono di arrivare ad asciugare i panni in uno stendino  in ben 4 passaggi [1. Usare un prodotto meno chimico per l’asciugatrice (che prodotto si mette in una centrifuga calda Per fare cosa ?). 2. Staccare l’asciugatrice dalla spina. 3. Portare i panni ad asciugare i panni in una lavanderia. 4. Asciugare i panni su uno stendino.] a un certo punto questa tizia rimbalza su ciò che ha iniziato a fare, come una macchina in un’incidente che rincula contro un muro:

 … comincerò a restare senza idee e sarò costretta a fare qualche cambiamento importante.

 Come si può facilmente immaginare, questa Nordamericana privilegiata con troppo tempo a disposizione cerca una scusa per mollare l’impresa, perchè non può Agitare un Martini se ha dello sporco sotto le unghie … qualcuno mi spieghi il nesso !!! Ma l’ironia vuole che proprio quel giorno il suo blog registri mille visite. Quindi si galvanizza abbestia e inizia a parlare di Madre Natura scrivendo proprio le lettere in maiuscolo e l’elenco dei cambiamenti di aprile inizia a farsi davvero interessante. Questo però fa sì che ci si addentri nello specifico di una serie di questioni in cui la signorina è totalmente impreparata e, visti i metodi che usa per informarsi … scopriamo, ad esempio, che secondo lei il carrube è cioccolato senza derivati del latte, anzichè un fagiolone che ha il vago sapore di cacao. Oppure che se usi filo interdentale vegano (alzi la mano chi usa il filo interdentale !!!) fatto con cera d’api (quindi tecnicamente NON-vegano)sei più giustificato a mangiare miele … mah.

 Verso la fine di aprile, quando si decide a comprare le lampadine a basso impatto, scopriamo il reale scopo della sua impresa durante uno sfogo sulla Brutale realtà estetica del risparmio energetico :

 Se anche nel corso della mia ridicola impresa verde riuscissi a trovarmi un uomo, come potrei mai flirtare con lui se sotto quella luce la mia carnagione somiglia all’interno di una teiera del diciottesimo secolo ?

 Ancora una volta la seienne che è in lei si salva leggendo sulla confezione delle lampadine che esse consentono un risparmio energetico di un tot. e che quindi lei ha contribuito ad abbassare il livello di gas serra. Contenta del biscotto, Fido ? Tra l’altro il cambiamento più importante del mese, ovvero quello di raccogliere tutti i rifiuti che vede in giro e differenziarli nei bidoni, viene abbandonato dopo pochi giorni perchè butta una lattina con dentro qualcosa di pesante, inizia a fare congetture su cosa potesse essere e si schifa … così giura a se stessa che non toccherà mai più i rifiuti altrui. Cosa che non smette di fare è quella di paventare conoscenze che non ha e di aver letto libri che forse pianta lì solo perchè ci si aspetta che lei debba averli letti, visto il lavoro che fa, la sua preparazione accademica e l’impresa che sta intraprendendo. Un esempio su tutti è quello di No Logo di Naomi Klein, che recensirò prossimamente, e che è un libro che parla di sistemi economici, sinergia tra aziende e globalizzazione e che quindi non consiglia certo di usare i mezzi pubblici al posto della macchina per andare al lavoro. Tra l’altro continua a presentarsi a riunioni ambientaliste di ogni sorta salvo poi piagnucolare a casa su quanto si sia sentita a disagio, e ad intervistare gente che non usa la macchina  e a fare domande idiote su come facciano ad andarea ai cocktail-party o quanto sia fastidioso doversi vestire di Gore-Tex come dei “montanari” … e io son sempre alla ricerca del nesso … ricerca che permane nelle 365 pagine. Sempre.

Se si pensa però al mondo in cui è immersa, o da cui è sommersa, si nota che i cambiamenti che intraprende da un certo punto in poi sono davvero significativi e si inizia a leggerla con un po’ più di rispetto. Non quando smette di andare in palestra e inizia a correre la mattina dopo aver acquistato i seguenti “accessori necessari”: scarpe, giacca a vento, cuffiette speciali, cintura-marsupio per l’Ipod, borraccia, fascia e polsiere. Ma quando a maggio gli hippies diventano buoni e quando guardare male la persona che guida un SUV diventa una giusta umiliazione … capisci che è in corso una vera e propria mutazione genetica !!!

Ed ecco che a giugno vende la macchina ! Continua a parlare di “carote vegane”, come se ne esistessero di non vegane e di “pomodori organici”, anche se forse è una svista della traduttrice … ed è tormentata da un senso di vergogna molto WASP … continua a credere di nn poter trovare un uomo fino a che non potrà ricominciare a farsi la piastra e a laccarsi le unghie di rosa …

Ma il luglio porta una doccia di tre minuti fatta al buio ! Ed ecco il compostaggio domestico in bidone costruito in casa, il volontariato ambientalista gli eco-hotel e i capelli corti ! E un viaggio in Palestina comprendendo la realtà in cui si trova ! E anche un giro in Spagna con attività multiculturali !I cambiamenti non sono affatto graduali perchè era totalmente impreparata e sostiene che esista il formaggio senza caglio, poi impara cos’è e si schifa e crede che i formaggi di fattoria non lo abbiano perchè secondo lei è una cosa industriale … ma cacchio se si impegna !

 In somma, ad un certo punti, non dico che diventa simpatica … ma le frasi allucinanti sugli hippies vanno scemando, i cambiamenti si fanno sempre più drastici e ispiranti … inizi a rispettarla … e il bello è che dopo l’anno in cui è diventata un’hippie prendendoci anche un certo gusto, come potete vedere dal blog, ha continuato !!!

Così si conclude il primo capitolo dell’affascinante saga delle recensioni di libri. Questa saga è molto importante per me perchè da quando ho iniziato l’università c’è stata una diminuzione delle mie letture del 90% circa. Al liceo impiegavo le sei ore di lezione mattutine esclusivamente per occuparmi della mia preparazione culturale: leggevo a stufo. Anche più libri in una sola mattinata. Dei miei amici, siccome venivo puntualmente beccata e mandata fuori dalla classe dagli insegnanti, mi avevano appositamente regalato dei libri molto piccoli, perlopiù raccolte di poesie: ne tenevo sempre uno di scorta nella tascona davanti della felpa. Così se mi buttavano fuori potevo leggere lo stesso. Una volta la professoressa di lettere che mi aveva mandata fuori, ha aperto la porta per chiamarmi, mi ha trovata seduta per terra a leggere e non è riuscita nemmeno ad arrabbiarsi: era una persona davvero intelligente.

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