(forse) Si.Può.(ri)Fare!

Vivere da sola in Italia, a 25 anni, con 450 euro al mese e a impatto zero.

Scarpe ecologiche di lusso El Naturalista: verdi “il più possibile””

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Brrr è arrivato l’inverno ! E anche le scarpe per superarlo !

A più riprese ho parlato di scarpe e di piedi, ma date le mie abitudini in fatto di acquisti e data la mia situazione finanziaria in generale, non ho potuto esplorare più di tanto il mondo delle fabbriche di scarpe ecologiche. Per fortuna che esiste questa fantastica consuetudine del dono associato all’antica festa pagana dei Saturnali … ciò mi consente di parlarvi di nuovo di scarpe ecologiche che, ve lo dico già, non sono affatto a basso costo (difficilmente si scende sotto i 100 euro), a meno di trovarle in saldo come pare essere successo a chi me le ha regalate con tanta disinvoltura, ovvero LaMutter.

Ma vediamo co’è che andiamo a comprare:

  • Le scarpe da donna e da uomo sono realizzate in Spagna e in cuoio (niente roba per vegani);
  • La suola è in gomma riciclata su quasi tutti i modelli, ma è abbastanza evidente quando non lo è;
  • Le solette interne sono in microfibra riciclata o di pelle traspirante, ma non viene specificata l’una o l’altra cosa all’interno della confezione;
  • Il packaging è tutto di cartone riciclato;
  • La pelle è lavorata a mano con oli e grassi vegetali “il più possibile”;
  • Usano colla “il più possibile” a base d’acqua per il rispetto della manodopera … il più possibile;
  • I colori sono di tipo organico, ma non sempre, ovvero … il più possibile. Se comprate una roba giallo acido, o blu elettrico la vedo difficile … ma d’altra parte perché si sono sentiti in dovere di produrre un mocasso giallo acido ?
  • I modelli non mi piacciono tutti, anzi, sono più quelli che non mi stanno bene affatto. Però questa è una questione mia: porto 36 e ho un piede finissimo come tutto il resto della mia fisionomia e siccome le loro scarpe tendono “al ciotto”, ovvero al tozzo, mi fanno sembrare un palombaro molto facilmente. Però le mie le adoro !
  • Nella scatola ci sono anche uno zainetto-busta in materiale riciclato e una cartolina per destinare il 2.14% del valore del tuo acquisto a progetti umanitai di vario tipo inserendo un codice sul loro sito.

In generale riguardo all’ambiente prevale la teoria del “Più possibile”, ovvero non è TUTTO verde, tutto controllato, tutto certificato … e, soprattutto, quando mi dici “Il più possibile” non mi stai dicendo in che misura stai facendo ciò che dici di fare. Allora mi scadi un bel po’. Perché c’è gente molto più “piccola” di te che riesce a creare un prodotto equiparabile al tuo, che me lo vende alla metà e che si impegna a fare TUTTO per bene.

Ah, hanno anche accessori di vario tipo (tra cui calzini, per riallacciarci al post precedente) … d’altra parte, oggi come oggi, chi non ha 259 euro da spendere in una borsa ?

Ps: per un commento più puntuale e dettagliato ci sarebbe da leggere la loro politica ambientale o il loro rapporto sulla sostenibilità … ma, hey, sono sotto esame io !!!

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Conti di fine meSettembre e di inizio anno …

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Foto vecchia e già usata, ma qui la lentezza di linea è endemica: ho fatto le PULIZIE !!!

Alla velocità della connessione gratuita di ateneo, mi tingo di autunno e riappaio su questi schermi con un primo elenco di spese atto a rendere note le mie nuove e pericolosissime intenzioni. Alla fine non ho resistito ed ho collezionato avidamente anche gli scontrini di settembre … anche perché evitando di farlo avrei macchiato la mia deontologia non professionale escludendo le spese della registrazione del contratto di casa e ben due soggiorni romani.

Il grosso della “teoria di base” su questo nuovo inizio la trovate nel nuovo “About che ho poc’anzi composto, ma la mia incrollabile fiducia nell’empirismo mi costringe a rendere esplicite un po’ di cosette: per prima cosa ciò che mi tratteneva dall’aggiornarvi con cadenza meno saltuaria era fondamentalmente l’assenza di internet – che perdura ! – a casa, la sessione d’esami di settembre, il cambio di facoltà, la ricerca forsennata e senza risultati di un lavoro veneziano – che perdura ! – e circa basta. In secondo luogo, i cambiamenti nel conteggio delle spese di fine mese che potete vedere con i vostri occhi poco oltre: ho aggiunto la voce Spese Veneziane. Se è vero, infatti, che una più assennata gestione delle colazioni al bar nel mese di luglio da poco trascorso, come la conoscenza del carsharing di per sé avrebbe salvato dal naufragio la mia impresa …

… è pur vero che questi hanno davvero rotto il cazzo !

Sono ufficialmente stufa di comprare prodotti agroalimentari discutibilmente commestibili a prezzi da crisi del ’29: Mi rende isterico-depressa che nelle brioches da due euro ci sia un cucchiaino di crema rancida, che il caffè a un euro sappia di miscela del motorino, che il pane da 5 euro al chilo sia buono solo per giocarci a rugby, che si vendano chili di frutta letteralmente immangiabile a tre euro al chilo quando ti va bene, che sei uova biologiche costino 70 centesimi più che a Roma, ma che scadano a cinque giorni dall’acquisto e che il loro stramaledetto prezzo salga di mese in mese di pochi centesimi alla volta, chiaro, come se uno non lo notasse. Lo spritz nemmeno mi piace, e poi ho visto con i miei occhi usare boccioni rossi e arancioni da discount del blocco sovietico con su scritto “Aperitivo” per riempire di soppiatto i vuoti di Aperol e Campari, mantenendo tuttavia il prezzo a 2.50, mi sembra ovvio, senza contare il fatto che per mangiare qualcosa bevendo devi rimettere mano al portafogli e incrociare le dita … Se bevo un ombra di vino rosso il mio stomaco mi dice: “La prossima volta annusalo e basta che risparmi un euro!”. Ne ho le gonadi stracciate di pagare decine di centesimi per fotocopie fatte a cazzo di cane, rigorosamente mai fronteretro e puntualmente illegibili o decentrate. Non ho tempo di controllare tuuutto lo scontrino ogni volta che compro qualcosa per evitare che siano stati aggiunti “X2” random, o che vi sia indicato un ottavo di ciò che ho acquistato. Non ho nessuna intenzione di finanziare l’inquiamento dei canali abbonandomi al vaporetto: preferisco sapere di spendere sette fottuti euro a viaggio così, semmai ne avessi, mi passerebbe subito la voglia di salirci sopra.

Soprattutto non posso partecipare e sovvenzionare questo scempio e molto altro sapendo che vado a Roma almeno una volta al mese e che una volta a settimana vedo il Miomone che abita a Trieste ! In entrambe le suddette città il rapporto qualità-prezzo ha un senso matematico non irrazionale e non è stato tutto architettato a regola d’arte per inquinare, globalizzare, lucrare e far andare in fuori di testa le persone.

Quindi, fatte salve le verdure del gruppo d’acquisto di Sant’Erasmo (santisubbito), la mia mitica padrona di casa che ci ha consegnato un appartamento praticamente ristrutturato senza chiederci un centesimo, e quelle rarissime realtà Anti-Venefiche … ehm … Veneziane, che scovo di tanto in tanto e che vi segnalerò prontamente nella simpatica rubrica “Recensioni Veneziane”(ehllosò, che l’ho scritto con la zeta lì accanto … ma nessuno è perfetto !) … io BOICOTTO VENEZIA.

Ed ecco a voi i CONTI DI SETTEMBRE: 

(legenda: pane, rose, spese poco verdi, spese superflue, spese Veneziane)

230 affitto; 26 contratto; 2 fotocopie varie;110 Roma-Venezia a/r per due volte con Blablacar; 4 yogurtiera di seconda mano; 24 Venezia-Trieste a/r; 7 prima spesa triestina: latte*, yogurt, tre pacchi di pastalluovo; 10 ricarica telefonica; 10 verdure di Sant’Erasmo; 1.8 cinque copie del CV; 1.5 limoni*; 1.6 biscotti; 2.2 hamburger vegani; 1.1 panna da cucina; 1.3 fotocopie; 4.5 piadina con stracchino, gorgonzola, fontina e parmiggiano a Trieste; 1.28 succo di frutta all’arancia, me lo potevo pure evita’ … ma non era strettamente per me; 1.9 mele*   = 440

+ spesa di legumi e cereali a peso da Mammapapa + 40 stipendio + 100 Miononno + cena cinese dal Miomone + miele di sulla e di castagno e quadernini di carta di pietra da Cammelo&Cammelina + biglietti del treno, aperitivo e cena del Quinto Anniversario dal Miomone + un ombra di vino e un pasticcino e le lenzuola matrimoniali zebrate da Cammelo&Cammelina

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Montagna Low-cost … con il barefooting !

Sentiero 12_Vallone di Lòò

Sentiero 12 del Vallone di Lòò_Valle D’Aosta.

La scoperta giunge, in realtà, casuale quanto la mela di Newton.

Dopo due orette e mezza di scarpinata per arrivare al Vallone di Lòò e ricevere la polenta rituale, ci si levano le scarponi e si vegeta giusto un po’ tra vacche e insetti ronzanti, nel dopo pranzo. La siesta dura poco per gli irriducibili della scalata e subito si propone di andare un po’ più sù, mezzoralmassimo, ai laghi che sono rigorosamente tre e rigorosamente chiamati Lago Blu, Lago Verde e/o Lago Nero. Siccome gli alpinisti sono notoriamente ben più bugiardi del più bugiardo dei pescatori, dopo ben tre mezzorealmassimo, stavamo ancora salendo in mezzo a punteggiature di neve perenne. Io e Miasorella, con la scusa di essere terrone e cittadine, abbiamo raggiunto un sasso piuttosto piatto, ci siamo tolte gli scarponi e ci siamo sdraiate con i piedi a mollo nel ruscello.

Dopo un’altra mezzoralmassimo è risceso il Miomone e ci ha raggiunte. Non avevamo nessuna voglia di rimetterci gli scarponi, essiccome ci ricordavamo un percorso piuttosto pratoso e acquoso … non lo abbiamo fatto: siamo scese per due mezz’ore a piedi scalzi ! E abbiamo anche incontrato dei ragazzi che salivano a piedi scalzi. Tornate giù un signore che era salito con noi vedendoci ha detto “Ah, fate barefooting !” … e noi che non facciamo quarant’anni in due – lui ne ha oltre 70 – abbiamo scoperto che, sì facevamo proprio barefooting o, come si dice in italiano, per sviare ogni interesse al primo colpo, facciamo gimnopodismo.

Ebbene, i vantaggi di questa attività sono molteplici: a livello medico è un po’ come fare ginnastica posturale, a livello psichico dà un gran senso di libertà e rusticaggine, a livello estetico è esfoliante, a livello godereccio è dimorto godereccio sentire l’erba sotto i piedi, poi la pietra, poi il fango caldo … e perfino la merda di vacca ! Machennesapete !?

Inoltre, non necessita di alcuna attrezzatura e quindi costituisce un’attività perfetta per giovani squattrinati ed ecologisti come me che hanno un po’ lo schifo di tutti quegli sport – e l’alpinismo è uno di questi – che necessitano un montepremi di 200 euro di chincaglierie in plastica solo per andare a vede di cosa si tratti. Senza parlare di chi sfoga la smania da shopping comprandosi attrezzature allucinanti che userà tre volte all’anno massimo ecceteraeccetera …

Dal punto di vista filosofico, si rifà alla corrente slow e di decrescita e restituisce la dimensione più umana e meno agonistica alla montagna. A piedi scalzi non si può fare un percorso da otto ore in otto ore come se niente fosse, non si può correre, la montagna la si sente e per gustarsi il panorama occorre fermarsi a guardarlo per evitare di inciampare o ferirsi … almeno all’inizio, quando si ha ancora la pianta “da scarpa” e ci si sente piuttosto nudi e indifesi a contatto col suolo.

E il bello è che esistono degli itinerari pensati apposta per i barefooters: in Germania ce n’è tantissimi perchè – tanto per cambiare – questa cosa se la sono inventata loro, ma anche in Italia c’è il Club dei Nati Scalzi che organizza parecchie cosette sia in Italia che all’estero. Ma, semplicemente, se vedete che il terreno è buono, levatevi le scarpe e andate !

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Questa foto l’ha scattata Miasorella: se volete fare BarefootingSCassandresco, non dimenticate lo smalto rosso !

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Mi fanno venire il latte alle giNokia.

Mi sto drogando con una canzoncina nientemale !

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GRRRRRR !

Eh, sì, lui se li sarebbe pure presi i telefoni e i caricabatterie … ma li avrebbe portati nei centri di smaltimento del comune. Anche lui. D’altronde la Nokia si è data una bella zappata sulle palle partorendo l’ultima merda degli smartphone e abbandonando completamente le progettazioni ecosostenibili i cui prototipi avevano dato modo di sperare in telefoni con la scocca di legno e la batteria che va a succo di frutta …

A questo punto mi risolvo su due ipotesi contrastanti:

IPOTESI A Mando il tutto in un bel pacco tramite corriere con allegata una lettera d’odio come quelle che si scrivono agli ex. O, il che è sulla stessa linea, affitto un elicottero ad Helsinki e gli tiro addosso tutta la mia roba dall’alto come fa la donna tradita – e sottolineo Donna – che caccia la bestia di casa tirando in strada tutte le sue cose. N.B.: è perfettamente inutile che Zuckenberg abbia dei soldi e io no, visto che io li impiegherei fruttuosamente in iniziative simili a quest’ultima … e lui no.

IPOTESI B Evitando di inquinare l’immacolato ecosistema finnico, posso optare per uno smaltimento di tipo etico aderendo ad una delle iniziative proposte qui, anche se l’articolo in questione è un po’ vecchiotto.

Si accettano consigli … anche se ammetto che vorrei che la pagassero e una vendettuccia morale la apprezzerei parecchio. Alla fine ne ho talmente tanti che potrei dividerli a metà e fare entrambe le cose. Ma sono tendenzialmente partigiana e intendo perseverare.

Il “piesse” boicottaro è … Nokia, Nokia, Va-ffan-culo !

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Telefonia ecocheap: Cose che, NO !(kia), non riesco a buttare.

[Tanti auguri eggrazie ! Non tanto per i 101 articoli, quanto per i 103 followers: ma che malattia avete ? =)]

NO_kia

NO!

1. Iniziò così … la mia avversione per i telefoni cellulari.

Tutto ha avuto inizio con un Nokia 3310 che comprai all’età di 12 anni dopo un anno di Grande Depressione fatto di risparmi e nulla più. Lo pagai la bellezza di trecentoventi milalire e aveva cinquanta milalire di ricarica al suo interno che l’odiato genitore, allora privo e determinatamente contrario ad ogni supporto di telefonia mobile, aveva prosciugato durante le settantadue ore che separarono l’acquisto dall’arrivo nelle mie mani della bestiola. Me lo rubarono quattro anni dopo. La perdita fu – non proprio col senno di poi, dato che un cellulare indistruttibile non l’anno più fatto – riparabilissima: mi ero già scocciata dell’assiduo parental control a cui l’oggetto mi costringeva, con tutto che allora la metro era ancora un silenzioso rifugio anti-radiazioni. Come da copione, la mia scarsa di riaverlo volontà, ma soprattutto le motivazioni per le quali non mi misi a risparmiare ogni centesimo che pioveva dal cielo, portarono i Janitors a regalarmene uno per il Santo Anale, ovvero quello azzurrino in basso a sinistra nella foto. Si vede che l’oggetto era particolarmente indesiderato e posseduto da spiriti maligni, perchè il mio ragazzo di allora mi lasciò per mezzo dello stesso il giorno successivo dando inizio a due anni buoni di odioso tira e molla adolescenziale … sì, per telefono, il giorno di Nasale. Il successivo – sia telefono che fidanzato, in effetti ! – durò una settimana … e non in senso biblico ! Era uscito dalla fabbrica difettato … sì, anche qui vale per entrambi. Quindi ci fu l’unico cellulare per cui spesi più di venti euro dai tempi gloriosi del 3310 e che durò un annetto e mezzo. Dopodiché, mi venne nuovamente regalato quello attuale, sempre perchè paventavo la volontà di liberarmi dalla schiavitù del reperibilismo perpetuo.

2. Il cellulare ecologico non esiste.

Mi spiace (?) ma è proprio un controsenso in termini. Il telefono cellulare in quanto oggetto è assolutamente non etico e non sostenibile: è prodotto in paesi sedicenti in via di sviluppo in cui i diritti dei lavoratori non hanno mai messo piede, la produzione è decentrata e non è raro che ogni singola componente affronti svariate ore di volo prima di essere assemblata ed altrettante planate per giungere a noi; i materiali di cui è composto sono inquinanti in ogni fase di produzione, difficilmente smaltibile e – vedi coltan – forieri di conflitti, deforestazione e sfruttamento. Quindi già l’oggetto di per sè, ancora privo dell’altrettanto inquinante e non smaltibile batteria, crea più danni di una bimbaminkia repressa dell’Opus Dei infettata di AIDS. Poi lo accendi e, a meno che tu non abbia comprato il modello col pannellino solare sul retro (che sarà il mio prossimo telefono, anche se la fotocamera potevano risparmiarsela) o il caricabatterie ad energia solare, inizi a consumare energia elettrica. A questo punto ti serve giusto un antennone cancerogeno ogni centocinquanta metri e sei apposto.

3. E’ l’uso che se ne fa …

Uno dei motivi per i quali non citerò gli smartphone in questo articolo – a parte ora … anche se ne esiste almeno uno che non faccia totalmente vomitare ECCOLCACCHIO che vi metto il link ! – è che sono stati ragionati PROPRIO per evitare accuratamente che il loro uso possa essere anche solo vagamente poco nocivo per ambiente, psiche, interazione sociale, vita di coppia, vita sessuale, applicazione e sviluppo di capacità ecc. Emmidispiace per chi è persuaso del contrario: caricare uno smartphone col pannello solare equivale ad andare col SUV alla fattoria biologica, ad andare in aereo al G8/Social Forum di Genova, a farsi lo chatouche (si vede che ho delle colleghe femmine ?) sui rasta

sì, la pianto. Ecco un non-so-quantalogo del cellulare col minimo impatto su ambiente, umano e psiche: usatelo il meno possibile, mandate perlopiù sms, usate l’auricolare, spegnetelo la notte, non tenetevelo acceso vicino alla testa mentre dormite, comprate telefoni che facciano i telefoni e non le macchine fotografiche/ le badanti/ la pasta / il caffè / la baby-sitter/ il vibratore/ l’analista / la panchina / la piazza / la manifestazione / il letto / la scuola / il pub / il cinema / la sala giochi / la mignotta / il telegiornale / il libro / il computer … approfittatene quando si rompe per regalarvi una VERA settimana detox, cercate di non identificare il vostro Io in un telefono cellulare, consultate Santa Internet prima di comprarne uno (vedi modello solare sopra), cercatelo usato, date un’occhiata al sito i Greenpeace (chemmagari prima o poi le aggiornano ‘ste guide al consumo critico), dimenticatelo volutamente a casa una tantum, in attesa del caricabatterie semistantaneo – oltre che di quello che va a scuregge – ricaricatelo con i pannelli solari o con le manovelle(GUARDATE I PREZZI), una volta rotti smaltiteli comeccristocomanda, se quello precedente non si è ancora rotto lasciandovi “fuori dal mondo” nel momento cruciale della vostra vita – vedi “gente che ti lascia per telefono il giorno di natale”- non cambiate cellulare.

4. SCassandra contro Nokia.

E’ tardissimo ma ‘sto post mi ha appassionata: lo voglio concludere. Il succo è che ho tutta quella robba lassù, tanto per cambiare. Non l’ho mai buttata perchè la Nokia si vanta di essere ecosostenibile – nel 2010 Greenpeace le dava un 7.5 molto lusinghiero – e di riciclare i vecchi modelli ritirandoli e smaltendo ciò che resta inutilizzato e inutilizzabile. Ebbene, in dodici anni di fedele customeraggio, mai nessun centro di raccolta Nokia si è degnato di riprendersi nemmeno uno dei miei sgorbi. Ho mandato mail all’insegna del “Buttiamo ‘sto pomeriggio”, ho subito tristi telefonate di circostanza dai call-center in cui mi si indicavano i centri di stoccaggio dell’AMA, ho camminato per chilometri per andare a stanare i centri raccolta di Roma salvo poi tornare indietro a mani piene e con in testa le scuse più disparate, stavo meditando di portarmeli ad Helsinki e filmare l’evento di me che entro alla Nokia col paccotto … Ma forse è finita: vicino al luogo in cui lavoro c’è un centro assistenza Nokia che ha un cartello affisso fuori: “CENTRO RACCOLTA CELLULARI NOKIA”.

Io domani ci provo … NO ?

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Sferruzzo Ergo Sum Ep. 0 La scelta dei filati e riciclo di filati usati.

[dedico questo primo postutorial alla Finlandese, con tante scuse per il ritardo !!!]

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Il mio arsenale bellico.

L’avevo anticipato millenni fa, ci ho messo un bel po’, ma eccoci qua con il primo pseudo-postutorial sul fantastico mondo dello sferruzzo. Ho deciso di partire dai fili, poi aggiungerò un ferro per volta: dall’uncinetto passeremo a due ferri, fino poi a quattro. Premetto che non sono un’esperta, sono più che altro un’amatrice.

Partiamo dunque con il senso di SCassandra per lo sferruzzo. La pre-premessa è che lo sferruzzo è unisex: guardate qua ! La premessa è che non tutto ciò che è autoprodotto è conveniente e non tutto ciò che è autoprodotto è ecologico.

Detto ciò, ecco quando – secondo me – è il caso di sferruzzare :

– Sferruzzare per riparare.

– Sferruzzare per i bambini: serve meno lana, meno tempo e gli abiti per bambini, se di qualità, costano tantissimo! D’altra parte i pupi crescono a vista d’occhio, quindi conviene usare lana riciclata e riciclarla una volta che il golfino o chi per lui non gli va più. Eviterei invece la tendenza al “corredinismo”, foriero di spese pazze, bimbi formato cicciobbello e mamme in depressione post-parto dopo le 115 ore passate a guardare telenovelas sudamericane sferruzzando. Siete affette da corredinismo SE: sognate un mondo in cui tutti sono vestiti di tutine uncinettate con cappello, scarpe, guanti e mutande uncinettate in coordinato; avete confezionato venti paia di scarpine da neonato dimenticando che il neonato non cammina e state progettato altrettanti abitini da cocktail ai ferri dimenticando che i cocktail-party a tre mesi non sono uno spasso.

Per fare i regali: anche qui però è sempre in agguato la tendenza “oggettinista”, ovvero la tendenza a creare oggetti totalmente inutili da affibbiare a qualsivoglia amico-amica malcapitata ad ogni occasione. Siete affette da Oggettinismo SE, dopa il portacellulare, il portapenne e il portamonete vi avviate convintamente verso il porta-borsa, il porta-pochette, il porta-porta-penne; oppure se state progettando di vestire il telecomando con un pagliaccetto fatto ai ferri; oppure se avete fatto pupazzi evocativi di tutti i membri dell’albero genealogico fino al quinto grado e ancora state lì a reperire foto della quadrisavola Bertilla per capire se era bionda ed evitare di pupazzarla in bianco e nero;  oppure se fate bignè-pupazzo all’uncinetto e li regalate alle amiche a dieta e poi vi vogliono uccidere … è chiaro ???

Avremo modo più avanti di disquisire su questo punto, ovvero l’utilità di ciò che si crea. La cura per i suddetti disturbi è comunque quella di smettere per un po’. Come con l’alcol. Ma andiamo avanti …

Cosa Filo ? Per sferruzzare si possono usare i seguenti filati: lana, cotone, rafia, filati sintetici, lino, canapa, yuta … Chiaramente, dal punto di vista ecologico il campo si restringe nettamente: si preferiscono filati italici di tipo organico e con coloranti/colori eco-compatibili. Nell’ambito economico il campo si restringe ancora di più perchè, per quanto la lana merino sia un soffice angolo di paradiso, 5 euro a gomitolo sono proprio un furto. Il cotone è meno costoso, ma è una fibra ad alto impatto per il grande quantitativo d’acqua che richiede sia in fase di coltivazione che di lavorazione e filatura.

Ecco allora il filato più eco-cheap di tutti: quello riciclato in poche e facili mosse. Il seguente procedimento serve a qualsiasi tipo di filato organico per ammorbidirsi, distendersi e tornare quasi come nuovo.

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1.Prendete un paio di forbicette appuntite e un oggetto oggettivamente brutto ma fatto con un filato decente … i negozi dell’usato sono pieni di roba anni ’80 a pochi euro che sembra fatta apposta … approfittiamone !

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2. Se ci sono dei pezzi cuciti, scuciteli. Con i maglioni bisogna staccare le maniche ed aprirle e poi separare il davanti dal dietro.

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3.Dopo aver trovato il capo del filo e aver tagliato il nodo … Usate la mossa di Spock per puro folklore mentre srotolate il filo facendolo passare tra gomito e pollice.

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4.Otterrete così degli anelli che arrotolerete su se stessi per formare delle matasse.

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5.A questo punto imbacinellate tutto con un fondo di aceto bianco e acqua fredda a volontà. Lasciate tutto a mollo per una notte almeno, poi cambiate l’acqua per sciacquare via un po’ d’aceto e mettete le matasse ad asciugare in piano senza strizzarle su un asciugamano.

 

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6.Una volta asciutte fate dei gomitoli … se non siete capaci siete per prima cosa delle persone terrificanti, eppoi vi cercate il tutorial di qualcun altro su iutub.

Ricordatevi che c’è crisi e che quindi nun se bbutta gnente: fatevi un sacchetto a parte dove mettere gli scarti di filo più piccoli. Ad un certo punto finirete per fare almeno un pupazzo e quel giorno vi servirà qualcosa con cui riempirlo !!!

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Nun se bbutta gnente.

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Conti di fine maggio e buoni propositi per “L’estate gratis”

Vi anticipo il verdetto: 500. Così distribuito:

– 230 affitto
– 7 apericena triestino
– 1.45 succhi di frutta*
– 20 tarocchi
– 2 mele*
– 0.9 formaggini
– 1.13 biscottini* equosolidali
– 3 pane integrale con semi*
– 50 bollette e pulitura scale
– 21 cena fuori Vorrei dire che erano rose … ma sventuratamente abito a Venezia, e una cena in un ristorante che non conosci puà lasciarti un certo languore de panza e prurito di mani.
– 20 attivazione promozione e ricarica
– 6 giornali “Trovalavoro”
– 15 Venezia-Roma (Sergiosharing … il benefattore !)
– 7 giornata al mare (treno a/r)
– 35 Roma-Trieste con Chiarsharing
– 1.58 limoni*
– 1.1 krapfen
– 4.70 pranzo in mensa Per la compagnia.
– 2.70 sei uova* ‘stemmerde hanno alzato il prezzo di nuovo !!!
– 5 verdura di Sant’Erasmo
– 1.50 schifezze surgelate ripiene di pomodoro transgenico e mozzarella Ma ogni tanto ci sta.
– 2.20 ingredienti per crema di tiramisù al cioccolato
– 0.8 biscotti Colussi al cioccolato in promozione
– 1.12 polpa di pomodoro italico
– 1.7 tramezzino per l’omone che non riesce a fare la fila in mezzo alla roba da mangiare senza mangiare
– 1.47 banane* eque e solidali
– 0.1 busta
– 1.2 girella da Fassi

– 41 Roma-Padova

– 0.60 per tre fogli di fotocopie (no fronte-retro chiaramente) ‘stemmerde non sanno così la vergogna. E io non mi sono ancora abituata a chiedere il prezzo in via preventiva.

– 2 pizza tonda con patate l forno, pomodoro e mozzarella a metà con Gabry a Padova

– 3.55 Padova-Venezia

– 3.55 Venezia-Padova

– 5 pizza a domicilio con le patate fritte

+ Primomaggio al prato con i croati
+ tessera metro, lozione antipidocchi, riso integrale e tofu da casa-a-Roma
+ quaderno di carta di Fabriano da Miasorella
+ succo di frutta da autista del Carsharing
+ gelato da Giulietto
+ caffè al mare da Alba
+ museo in Trastevere e pranzo alla Casa Internazionale delle Donne da Mammozza
+ gelato da Chiarsharing
+ cena cinese a domicilio dall’omone
+ Trieste-Venezia da Marzio di Blablacar: FOR FREE !
+ caffè da Greg
+ caffè dai Leadersss di Paoletti
+ pranzo da un’amica di famiglia
+ nuova promozione per il telefono, tessera mezzi e cibarievarie dai miei

+ caffè d’orzo da Rossana

+ serata di fine maggio a Casa-Opportuno, Padova =)

A questo punto, data l’ennesima sforata di budjet mensile, qualcuno inizierà a nutrire seri dubbi circa la riuscita della mia impresa originale. E’ il caso quindi che tiri fuori il mio ennesimo jolly sottoforma di propositi estivi. Ebbene, la ventiquattrenne che si spesa da sola in Italia a impatto zero non butta i soldi dalla finestra tenendosi per tre mesi una casa in cui non vive e, dunque, i 230 euro che ogni mese ho sborsato verranno a rimanere fino a settembre nelle mie tasche. L’estate è fatta per viaggiare, dal mio punto di vista, o per lavorare, o per andare a trovare parenti e amici che sono stati principescamente trascurati per tutto l’anno, o tutte le cose assieme. La casa d’estate non serve.

Ed ecco una serie di rimedi gratuiti o quasi per passare tre mesi come “homefree” in Italia:

1. Tornare da Mammapapà.

PRO: è senz’altro gratis. CONTRO: i soldi risparmiati potrebbero facilmente finire nelle mani di uno strizzacervelli che vi rimetta in sesto con una terapia post-traumatica a fine stagione. [lo stesso dicasi per le trasferte dal parentame]

2. Andare a trovare gli amici. PRO: fa bene al cuore. CONTRO: si deve stare molto attenti a non scadere nel parassitaggio.

3. Corsi di formazione. PRO: fanno curriculum. CONTRO: quelli che offrano anche solo il vitto sono proprio pochi.

4. Campeggio libero. PRO: è molto hippie. CONTRO: in Italia e in svariati altri paesi non è legale.

5. Fare volontariato. PRO: fa bene al cuore. CONTRO: spesso la quota associativa è proibitiva e il rimborso spese è solo parziale.

6. Andare in ritiro in una comune o in un monastero: PRO: è mooolto hippe. CONTRO: si può finire in mezzo ai figli dell’amore eterno, o in mezzo a degli schizoidi fondamentalisti new age.

7. Fare wwoofing(n.b.: andare nelle fattorie biologiche e lavorare in cambio di vitto e alloggio). PRO: ti permette di viaggiare ed imparare lingue perchè è un fenomeno diffuso in tutto il mondo. CONTRO: si può finire nella valle dell’Eden o in casa di un simpatico neo-negriero che ti fa sgobbare come un pazzo.

8. Fare un lavoro in cui ti si garantiscano vitto e alloggio. PRO: è remunerativo. CONTRO: va’ cercato per tempo e c’è sempre il fattore schiavitù da non sottovalutare.

9. Viaggiare andando ospiti dalla gente. Esistono varie modalità: lo scambio di casa, i Servas, il Couchsurfing, il Bewelcome … PRO: fa bene al cuore ed è gratis. CONTRO: puoi beccare un rompicoglioni, ma a differenza del punto uno, te ne puoi scegliere un altro.

10. Si accettanto consigli.

Siccome ho ponderato che la quota di guadagni di cui avrò bisogno all’inizio dell’anno prossimo sarà di 1000 euro massimo, ho deciso che la mia estate prevederà tutti i suddetti punti. Tutti.

Vivere con poco durante l’anno ha anche questo vantaggio: quando arriva l’estate si ha un bel gruzzolo di risparmi per garantirsi tre mesi di meritato riposo e svago al fine di recuperare la salute mentale. Mica pizza e fichi.

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Zucchine ripiene al miglio … e palle ripiene alla universitaria.

Immagine

Zucchine ripiene.

Di ritorno dal primo dei tre esami previsti per questa magra sessione, ho il ‘vaffa piuttosto facile.

Mi sfogo rispolverando la ricetta di un piatto unico piuttosto amico di tutti i palati:

Zucchine scavate col cucchiaino e scottate in acqua bollente leggermente salata per cinque minuti,

ripempite con miglio bollito ripassato in padella con un sugo leggermente crudo

e insaporito con pepe nero e noce moscata. In forno per 15 minuti a 200 gradi.

oooooo

Per quanto riguarda il Machèddavero, ho avuto un assaggio di una pietanza tutt’altro che digeribile, ovvero il linguaggio del professore accademico italico. Altro che Biscardi in menopausa !!! Siccome sono stata per tre anni e mezzo studentessa di lingue voglio tanto tanto contribuire alla diffusione dello studio di una seconda lingua da parte dell’italica nazione: iniziamo con il dialetto accademico del professorese. Funziona più o meno così: 

Non studiate il capitolo N = Studiate il capitolo N

Non comprate il libro = Il compito è sul libro

Il compito è sulle slide = Le slide non esistono

Il compito è solo su ciò che ho spiegato = il compito è sul materiale meno reperibile che ho fornito al più tardi una settimana fa in aramaico sul sito di Bruno Vespa e si autodistruggerà tra … TRE … DUE … UNO …

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Chissà cosa dirà SCassandra: “Carla, ma come ti … PERMETTI ?”

Piccolo vestito rosa.

Povere bambine.

L’argomento del ruolo della donna o più genericamente della figura femminile veicolata dalla pubblicità televisiva è materia di ampio dibattito da chè il piccolo schermo si è insinuato nelle vite degli abitanti del cosìddetto “Primo mondo”. Ebbene, dato che non ho fin’ora fornito un mio contributo scritto alla questione, mi riservo di farlo adesso, contestualmente all’uscita dell’ennesimo spot tele-lesivo non tanto della figura quanto della psiche – ben più grave, dunque – della femmina italica che sembra dover aderire al modello della “Femmina unica portatrice di pensiero unico.”

Sono personalmente convinta che ciò che un individuo – anche di sesso femminile – faccia o faccia fare del suo corpo sia suo personalissimo ed intimissimo affare. Non mi sono mai sentita offesa dall’esposizione strumentale del corpo femminile, perchè non ho mai visto in ciò una costrizione: se ti fai pagare per stare a novanta sul cofano di una macchina vuol dire che la cosa non ti arreca disturbo e, data l’altissima affluenza di carne-da-spot – o da stacchetto, o da cubo – a tutti i casting del cyberspazio credo che una notevole fetta della popolazione femminile non sia disturbata dal mostrare il proprio corpo a pagamento.

Non lo sono neppure io per la verità, l’unico motivo per cui non l’ho ancora fatto in prima persona è per un timore di incappare in malintenzionati (giustificato da esperienze di varie amiche) o, in altre circostanze, per evitare ulcere a dei fidanzati particolarmente possessivi. Se avessi una persona di fiducia che mi garantisse l’immissione in un “circuito protetto”, sarei una soddisfattissima – ed opulentissima – cubista, streap-teaser, lap-dancer, ragazza immagine o che dir si voglia. Sono per la legalizzazione della prostituzione e la giustifico apertamente in quanto mestiere, figuriamoci se mi crea problemi che una studentessa della mia età approfitti di una manica di imbecilli lampadati che le paga un mese di affitto con una sola foto a culo in aria.

Meno pecorecciamente, posso affermare che il corpo è libero a mio parere e dovremmo sentirci liberi di farci ciò che vogliamo a tutti i livelli, senza il timore di ledere l’immagine di una non ben definita “categoria di genere” che considero uno stereotipo totalmente superato in virtù dell’avvento di una flessibile e malleabile sovrasessualità o ipersessualità generalizzata.

In virtù di ciò posso al massimo lamentarmi del fatto che le donne delle pubblicità siano nell’80% dei casi delle bonazze da urlo, mentre gli uomini sono del tipo “Cesso colle’recchie”, o al massimo “Bruttino ma simpatico”, “Grazioso ma cicciotto” … fatto salvo il caso delle pubblicità di aziende gestite da gay, a cui erigerei un altare per ringraziarli di aver eretto – è il caso di ripeterlo – l’ultimo baluardo di bonazzaggine maschile della tv.

Detto ciò, veniamo al titolo del post – che tra l’altro è anagramma di “spot”- odierno, ovvero al mio personalissimo fastidio e ribrezzo e disgusto di fronte alla pubblicizzazione di quella che considero un’identità sessuale o di genere rigida ed obsoleta, ovvero quella maschile contrapposta a quella femminile e viceversa. Genericamente potrei prendermela con qualsiasi spot di prodotti riservati esclusivamente agli uomini e di conseguenza veicolati da un certo tipo di linguaggio, o di prodotti riservati alle donne e veicolati da un altro tipo di linguaggio. Ho scelto questo in particolare – se lo avete visto non avete bisogno di ulteriori chiarimenti – perchè mi ha scandalizzata particolarmente, forse anche per la presenza di un personaggio davvero inquietante che sta monopolizzando diversi settori della rete televisiva.

Lo scopo della pubblicità è quello di arrivare ad un numero maggiore di utenti possibile  che comprendano e rispondano ad un linguaggio specifico, e dunque se le pubblicità riservate alle donne adoperano un certo linguaggio è anche perchè – tristemente – esiste un’effettiva maggioranza di donne che comprende e risponde a questo specifico linguaggio. Il mio problema è che quest’ultima maggioranza va aderendo sempre più al modello “donnetta scema”, ovvero un modello lontano anni luce dalla sovrasessualità a cui personalmente auspico, e questo mi dà un inquietante dato sulla composizione maggioritaria della popolazione femminile.

La questione è ben lampante nel detto spot poichè la donnetta protagonista risponde totalmente agli schemi: il problema maximo si riassume nel paradigma del “Checcazzomimemetto”; deve stupire le amiche con i suoi vestiti e dunque il dilemma s’infittisce; si è rincoglionita di programmi tv sui vestiti in cui un’aliena psicotica ossigenata gesticolava pronunciando gridolini e frasi fatte irripetibili con cenni anglosassoni insieme ad un altro venusiano incravattato di rosa e ce lo fa sapere anelando davanti allo specchio per l’intervento della prima; è una moderna cenerentola per la quale i sogni son desideri e quindi la mattacchiona di cui sopra, fresca di inaugurazione del Piper, spunta nella stanza con un beauty-case quattro stagioni, dicendole che deve vestirsi di luce e poi la infila nel canonico spezzato beige e blu e lei estasiata si chiede come ha fatto a non pensarci, che sciocca.

La stessa donnetta avrà una figlia a cui riproporrà il medesimo modello: la porterà al parco vestita di pizzi ed organza sgridandola perchè si è sporcata con la terra, le insegnerà che una signorina certe cose non le fa, che ci sono attività da maschietti – la politica e da femminucce – lo shopping e la seduta settimanale dal parrucchiere – e che la manderà a lezione di stile da Carla tra i docici e i quindici anni (sul serio) di modo che impari che esistono e vanno rispettate le attitudini ed abitudini da femminucce come quella di amare lo shopping, di truccarsi ogni giorno, di identificarsi con la propria borsa, di piagnucolare, di non saper stare da sole, di sviluppare la personalità in funzione della propria madre o di un uomo a caso, di comprare scarpe quando si è tristi, di stare a dieta, passare ore appresso ai capelli, di limarsi le unghie, pulire casa fino alla sterilità, schifarsi per un nonnulla, avere paura di cose insignificanti come le formiche, di parlare dietro le spalle evitando come la peste la solidarietà, di ridacchiare dicendo “non lo so” per rimorchiare un uomo, di chiedere aiuto anche per ciò che si potrebbe fare da sole … e così via …

In questo modo la maggioranza sarà difesa e gli spot televisivi, continuando a cercare di accontentare la maggioranza, continueranno a rivolgersi ad essa in un coro di confettinismo sfrenato.

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Il Greenwashing AGAIN !(il primo ha subito un Brownwashing !)

Il verde a Venezia è verticale.

La chiave delle strategie di marketing è quella di appropriarsi di informazioni sui gusti e le abitudini dei consumatori per tradurle in beni di consumo che vendano su una scala geografica e sociale più ampia possibile. L’evidente tendenza di una notevole fetta di popolazione nell’ultimo decennio ha messo però in crisi i teorici della crescita sfrenata, del guadagno facile e della moltiplicazione stellare dei dividendi: il nuovo spettro che si aggira per il mondo occidentale è infatti quello dell’ecologia.

Il verde fa tendenza, l’eco è cool e l’impatto zero è sempre più fashion: le aziende si convertono al solare per rendersi energeticamente autosufficienti e risparmiare, sempre più persone passano al biologico prodotto localmente per non avere sorprese nel piatto, le razioni settimanali di carne precipitano a ritmo con le ondate epidemiche di aviaria e le disfunzioni ormonali infantili, le malate di make-up si convertono all’eco-bio e divorano etichette sature di formule chimiche fuorvianti, perfino le fashioniste iniziano a preferire il cotone biologico e le collezioni etiche.

Ora che anche il premio Nobel per l’economia Paul Krugman ha ammesso che la rivoluzione ecologica conviene e conviene a tutti anche dal punto di vista economico, gli strategic managers non possono più girarsi dall’altra sorseggiando caffè al ginseng con aria di vago disgusto. Dunque, come accaparrarsi la fetta di clientela in fuga verso l’ecologia se non elaborando una strategia ad hoc? Ed ecco che corre in loro soccorso il Greenwashing, la ricetta diabolicamente perfetta: facciamo finta che i nostri prodotti non siano poi così male, assottigliamo le differenze – soprattutto estetiche – rispetto a quelli ecologici, appropriamoci di parole chiave, di design del packaging, oliamo il compratore, confondiamolo e depistiamolo, limiamo le criticiatà. In altre parole: prendiamo per il culo a sprn battuto … ma in una nuova e sfacciata versione !

A questo evidente slancio di lungimiranza dobbiamo le miriadi di pubblicità di automobili che spargono fiori dal tubo di scappamento, saponi gonfi di tensioattivi che però non inquinano grazie al nuovo tappo color smeraldo, nonchè l’aberrazione semantica per eccellenza: l’abuso incessante e indiscusso dell’attributo più vuoto e truffaldino attribuibile a qualsivoglia bene di consumo: “Naturale”. Aberrazione più che mai sconfessabile, cari miei : il petrolio è naturale, ma è inaccettabile che sia parte dell’INCI di una crema per il viso; l’olio di palma è naturale ma è notoriamente cancerogeno, eppure fa parte della lista degli ingredienti di un numero sempre crescente di generi alimentari.

Ciò che lorsignori non hanno infatti debitamente preso in considerazione è la psicolgia delle suddette persone, o meglio dei compratori che stanno via via aderendo a questo nuovo modello di consumi. Si tratta di individui che non seguono le logiche neoliberiste di mercato a cui loro sono abituati dalla nascita: non perseguono “razionalmente” il proprio benessere contro quello degli altri, non si lasciano comprare da un prezzo ribassato sulle spalle di qualcun’altro, non dimenticano la faccia scura di multinazionali che hanno sfornato per decenni prodotti dal prezzo esorbitante e dal valore infimo il cui nome era associato a scandali sul lavoro minorile, l’inquinamento delle falde acquifere di mezzo mondo e il disboscamento delle foreste equatoriali con annesso esodo di nativi e che ora strizzano l’occhio presentando la “linea green” dei medesimi prodotti che continuano comunque ad essere venduti. O, più semplicemente, queste persone sanno che dal tubo di scappamento delle auto a benzina non escono certo margherite e viole mammole.

Chi adopera il proprio spirito critico nell’acquisto di beni sostenibili non ha neppure bisogno di tenere sott’occhio le guide al consumo sostenibile di Greenpeace o i vari Greenwashing index. Il senso del ridicolo prevale ed è ben allenato, e il compratore non può che sghignazzare bonariamente di fronte alla goffagine di queste azioni, pane, rose e Rolls Royce per gli azionisti, e seppellirli tra risate e ondate di vernice acrilica color prato.

Postefatto: chiedo a chi si è perso una puntata di fare un saltello all’indietro e leggere il penultimo post, ma soprattutto i commenti e trarne le dovute conclusioni. No, non avevo salvato l’articolo perchè non pensavo che me l’avrebbero censurato. Ho cercato di riproporvelo in versione Alzaimerata e Dubbada e Migliorata. Colgo l’occasione per ringraziare il Bellotti (fammi sapere se ricordi qualcosa del vecchio articolo che ho perso per strada !), sì, il mio fornitore personale di Altrescarpe che aveva linkato l’articolo su Faccialibbro e accortosi che non funzionava più, mi ha scritto una mail. Questo articolo lo dedico a lui e alle sue scarpe !

Dov’è Shpalman quando serve ???

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