(forse) Si.Può.(ri)Fare!

Vivere da sola in Italia, a 25 anni, con 450 euro al mese e a impatto zero.

Ecostudentessa Ecouniversitaria

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Siccome mi mancano tanto i miei super-amichetti della triennale – senza togliere nulla a tutti gli altri amichetti – voglio dedicare questo post a loro e usare le foto delle loro feste di laurea per guarnirlo. Grazie a Carmelo Mr. Lopalopa, Giulietto e La Finlandese … per tutto quello che mi hanno dato, insegnato, imboccato e via così =)

E’ da dicembre che ho in testa questo post. Ho dato il primo esame della sessione il 20 dicembre e mi son detta:

“Bene, quando avrò dato l’ultimo esame della sessione, lo scriverò”.

Signori, siete tutti testimoni: avrei dovuto dare l’ultimo esame oggi alle 17 e sempre oggi – 26 febbraio 2014 – l’esame è stato spostato al CINQUE.DI.MARZO. Nel frattempo, tanto per dare coraggio agli studenti -lavoratori-autospesati (merce rarissima) o agli aspiranti tali ho collezionato quattro trenta cum laude, che mi sono valsi una teglia per dolci e un cerchietto di velluto. Perché io mi premio … come i cani antidroga.

… E siccome se devo ridare l’esame è tuttacolpamia, o meglio della mia secchiaggine ormai conclamata e incontenibile – ebbene sì, quest’esame l’ho già dato e ho praticamente rifiutato un voto già di per sé alto perché voglio il 30 – … non pongo altro tempo in mezzo e vi scrivo qualche cosa sull’essere studenti e rendere compatibile questa sventurata condizione di vita con l’ecologia e la perenne squattrinatezza.

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E’ innanzitutto una questione di stile …

Number_one: La Carta_ se sei uno studente, la Foresta Amazzonica ce l’ha con te per principio. Per placarla devi ricordarti del suo umido urlo primordiale ogni volta che stai per fare una fotocopia, comprare un libro, comprare un quaderno …

a. Dai libri non si scampa, se vuoi dare l’esame devi essere in loro possesso per almeno un tot. Hai diverse strade: se hai dei rari professori SANTI che mettono il libro sulla loro bacheca in formato e-book, dai loro il culo perché se lo meritano; se dai l’esame insieme ad altre persone ammortizzate i costi e le spese procurandovi una copia del libro in questione da usare a turno – ma che sia gente fidata ! Anche dare gli esami in batterie da due è un’ottimo metodo – e che sia rigorosamente usata. Idem per i libri fotocopiati: to share ! TO SHARE ! TUSCER. Toucher ? Vabbè. Se il professore è l’autore del libro e tende a mettere 30 a chi lo espone nuovo di zecca sul banco … non fatemi essere volgare. Io comunque, siccome i libri dell’università sono una delle voci di spesa a carico dei miei li scarico sul kindle, li compro usati o – se non si trovano – nuovi e poi li spaccio AL POPOLO che ci studia sopra o – ARGH – li fotocopia.

b. Le fotocopie hanno un’utilità qualora il loro uso non si trasformi in un abuso. Scrivere velocemente – stenografare è un’arte che dovrebbe essere nuovamente fruibile ai più – permette di copiare gli appunti delle lezioni mancate (per lavoro) dai quaderni altrui. Fotocopiate appunti e libri solo in caso di imminente autocombustione degli stessi e rigorosamente fronte-retro. Una volta usato il libro  fotocopiato può essere rivenduto o ceduto. Non si butta nessun foglio che non sia stato utilizzato da entrambi i lati.

c. I quaderni: per prendere gli appunti vanno bene un mucchio di fogli usati solo da un lato e spillati sapientemente in un angolo. Semmai vi servisse un quaderno – io ne ho uno avanzato dalla triennale che ho trovato a casa dei miei a dicembre e uno per francese, perché non avendo una grammatica di riferimento per il corso è quest’ultimo a fare da manuale – compratelo di carta riciclata in EU o meglio in Italia, ma solo dopo esservi assicurati di non averne altri. In alternativa potete scegliere quelli con il marchio fsc, ovvero fatto di carta proveniente da foreste gestite responsabilmente. Un’ultima frontiera è la carta fatta di pietra, ehssì, andate a leggere ! Io ne possiedo un piccolo esemplare che mi da grandi soddisfazioni ! Ah, molte ONG propongono quaderni in carta riciclata o Fsc acquistabili nella parte del merchandising del sito. E poi c’è sempre il commercio equo e solidale !

d. La tesi si stampa – perché alla fine sei lì per laurearti … quindi dovrebbe succede ad un certo punto che ci sia una tesi – su carta riciclata con copertina di cartone. Ebbene yes.

Consigli extra: scrivete piccolo, più piccolo che potete, e aggiustate il vostro metodo di studio … ovvero, se per dare un esame avete bisogno di leggere il libro, sottolinearlo col righello, riassumerlo, schematizzare i riassunti, schematizzare gli appunti, fare le mappe concettuali al computer e stamparle attaccandole al cesso o sull’armadio, ripetere il tutto per tre settimane … la mia diagnosi è che avete troppo tempo a disposizione, troppa ansia a cui porre rimedio e/o un disturbo dell’apprendimento di vasta portata.

Number_two: La cancelleria più in generale_ Di alcune cose si può fare a meno: bianchetto, evidenziatore – io ne ho tre che resistono dal primo anno di triennale ! – righelli, penne che sparano gel glitterato al profumo di fabbrica. Altre suppellettili sono tristemente necessarie:

Penne di colore neutro: io, finché non finiranno, userò le “penne dei convegni” …

(PARANTESI: se sei uno studente universitario DEVI partecipare a più convegni (anche festival, assegnazioni di premi e di lauree honoris causa) possibile, specie quelli in cui figurano molti sponsor. Perché si imparano un mucchio di cose, intanto, ma soprattutto perché sono fonte inesauribile di penne, matite, pennette usb e fogli di carta … senza contare quegli eventi magnifici in cui ti offrono anche il pranzo o l’aperitivo, o il caffè … E’ UN INVESTIMENTO !!!)

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La fame la caccia con la scopa … e la raccoglie con la paletta. Sì, è di Brescia.

… dicevamo. Quando le penne dei convegni finiranno, e quando finiranno quelle abbandonate sotto i banchi e in biblioteca (W la sbadataggine … altrui) mi rivolgerò all’ampio mercato delle penne ricaricabili di cui ho già un bellissimo esemplare lilla regalatomi da Giulietto e un altro bianco che pesa come un ferro da stiro, regalo dei nonni.

Matite: vedi il discorso convegni. Già la matita in sé è poco impattante, inoltre ne esistono diversi modelli eco-compatibili e fabbricati in Italia o sponsorizzati da ONG. Da non dimenticare i portamine di metallo: mio nonno ne ha passato uno alla nostra famiglia che resiste dagli anni ’50 !

Gomma da cancellare: io ho le stesse due dal liceo, ma anche qui, ne esistono infiniti modelli a basso o nullo impatto.

Temperino: di metallo. Se sei abbastanza furbo, lo compri in prima elementare e non lo molli più.

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Giulietto, una donna un mito !

Number three_Vivere di buon senso_1.RELAX! Non siete i primi a frequentare l’università e non sarete gli ultimi, quindi gli psicofarmaci non sono ammessi, mentre il sesso selvaggio è prescritto e suggerito. 2. Hai diritto ad essere fuori sede SE vivi a più di un’ora dalla città dove si trova la tua università. Sennò sei pigro. 3. Condividi la tua casa con più persone possibile. 4. Mangia ragionevolmente, impara a cucinare nell’ottica di produrre pochi rifiuti e condividi la spesa e i pasti. 5. Spostati a piedi o in bici o con i mezzi SE il tragitto è ragionevolmente impervio. 6. Riduci, ricicla, riusa, rattoppa … riSHARE. 

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Non cambierò mai idee: le case piene sono cose … piene.

La chiave di molte di queste azioni – a parte l’acquisto di oggetti poco impattanti – sta nella collaborazione e nella condivisione con i vostri simili. Purtroppo gli studenti Cafoscarini, o almeno un buon 80% di loro non capisce il senso di questa mia affermazione. Avevo parlato di loro in uno dei miei primi post, un post troppo lungo per la verità, come questo. La solidarietà qui è nemica della competizione. Per fare un esempio su tutti, non solo c’è gente che VENDE i propri appunti … ma c’è gente che LI COMPRA !

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Dall’università al ristorante per il pranzo di laurea si va in autobus =)

Io a Roma ho visto gente che non conoscevo studiare sui miei appunti per i corridoio, io stessa ho usufruito di appunti e libri di perfetti e amichevolissimi sconosciuti. La mia tesi di triennale è stata scritta in 48 a 18 mani, così come molte tesi di altri amici … tranne il fatto delle 48 ore che nel mio caso sono state un ameno – nel senso che se la becco LA MENO – regalo della mia relatrice. In somma, il verbo è SOLIDARIZZARE IL BUON SENSO.

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Scarpe ecologiche di lusso El Naturalista: verdi “il più possibile””

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Brrr è arrivato l’inverno ! E anche le scarpe per superarlo !

A più riprese ho parlato di scarpe e di piedi, ma date le mie abitudini in fatto di acquisti e data la mia situazione finanziaria in generale, non ho potuto esplorare più di tanto il mondo delle fabbriche di scarpe ecologiche. Per fortuna che esiste questa fantastica consuetudine del dono associato all’antica festa pagana dei Saturnali … ciò mi consente di parlarvi di nuovo di scarpe ecologiche che, ve lo dico già, non sono affatto a basso costo (difficilmente si scende sotto i 100 euro), a meno di trovarle in saldo come pare essere successo a chi me le ha regalate con tanta disinvoltura, ovvero LaMutter.

Ma vediamo co’è che andiamo a comprare:

  • Le scarpe da donna e da uomo sono realizzate in Spagna e in cuoio (niente roba per vegani);
  • La suola è in gomma riciclata su quasi tutti i modelli, ma è abbastanza evidente quando non lo è;
  • Le solette interne sono in microfibra riciclata o di pelle traspirante, ma non viene specificata l’una o l’altra cosa all’interno della confezione;
  • Il packaging è tutto di cartone riciclato;
  • La pelle è lavorata a mano con oli e grassi vegetali “il più possibile”;
  • Usano colla “il più possibile” a base d’acqua per il rispetto della manodopera … il più possibile;
  • I colori sono di tipo organico, ma non sempre, ovvero … il più possibile. Se comprate una roba giallo acido, o blu elettrico la vedo difficile … ma d’altra parte perché si sono sentiti in dovere di produrre un mocasso giallo acido ?
  • I modelli non mi piacciono tutti, anzi, sono più quelli che non mi stanno bene affatto. Però questa è una questione mia: porto 36 e ho un piede finissimo come tutto il resto della mia fisionomia e siccome le loro scarpe tendono “al ciotto”, ovvero al tozzo, mi fanno sembrare un palombaro molto facilmente. Però le mie le adoro !
  • Nella scatola ci sono anche uno zainetto-busta in materiale riciclato e una cartolina per destinare il 2.14% del valore del tuo acquisto a progetti umanitai di vario tipo inserendo un codice sul loro sito.

In generale riguardo all’ambiente prevale la teoria del “Più possibile”, ovvero non è TUTTO verde, tutto controllato, tutto certificato … e, soprattutto, quando mi dici “Il più possibile” non mi stai dicendo in che misura stai facendo ciò che dici di fare. Allora mi scadi un bel po’. Perché c’è gente molto più “piccola” di te che riesce a creare un prodotto equiparabile al tuo, che me lo vende alla metà e che si impegna a fare TUTTO per bene.

Ah, hanno anche accessori di vario tipo (tra cui calzini, per riallacciarci al post precedente) … d’altra parte, oggi come oggi, chi non ha 259 euro da spendere in una borsa ?

Ps: per un commento più puntuale e dettagliato ci sarebbe da leggere la loro politica ambientale o il loro rapporto sulla sostenibilità … ma, hey, sono sotto esame io !!!

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3 RICETTE PARAVENTE_Regalo di compleanno per Miofratello. !

Tanti auguri a te,

tanti auguri a te,

tanti auguri a Miofratello,

tanti auguri a te !

Oggi è evidentemente il compleanno di Miofratello, maledetto cervello espatriato !!!

… essiccome non ho internet a casa e non posso cantargli Tantiguri su Skype strimpellando sul mio ukulele – parleremo di lui in seguito – mentre sto in biblioteca, essiccome non ho ancora un lavoro e le mie finanze vanno disperatamente assottigliandosi … ecco qui il tuo regalo ‘ninni !!!

Non mi sono dimenticata che sei l’ultima vittima del mio vegetarianesimo non-violento, né che mi avevi chiesto alcune ricettine fordummies utili ad effettuare la famigerata TRANSIZIONE. Certamente puoi anche ispezionare la categoria “Ricette”, ma volevo dedicarti qualcosa di diverso e personale … allora, mentre facevo le mie simpatiche file in segreteria per il cambio di facoltà – che tra l’altro andò a buon fine, chiedo la tesi questa settimana! – mi sono spremuta ben bene le meningi e ho pensato a come formulare queste ricette in maniera funzionale al fatto che siamo a parecchi km di distanza e che sei in un paese diverso dal mio in cui potrebbe esserti difficile reperire determinati ingredienti. Quindi mi sono “inventata” una serie di ricette paravente in cui inserire di volta in volta le verdure che hai … e speriamo che ti piacciano !!!

>In ogni caso, per cucinare bene ci vuole una musica allegra !<

Ricetta paraventa n. 1: Il risotto.

Ciò che distingue la frase “faccio un resotto al …” dalla frase “faccio un riso con …” è per prima cosa un alto grado di self-confidence o presunto tale e poi, lo strumento con cui si effettua la cottura: nel primo caso una padella, nel secondo una pentola.

Quindi ti serve una padella. E, sì, del riso, nella misura di una tazza a cranio. Però ti serve anche una pentola ! Il primo passo, infatti è quello di mettere a bollire due tazze d’acqua per ognuna di riso. Se metti semplicemente mezzo cucchiaino di sale per tazza d’acqua va già bene … non ti allarmare se vedi dei pazzi che ci mettono il dado per brodo o persino del brodo vero, è gente che legge Carlo Cracco. Beh, supponendo che tu abbia messo l’acqua a bollire, prendi la padella, mettici un quarto di cipolla e mezza carota tagliate finafine con una cucchiaiata d’olio, poi prendi una verdura irlandese di stagione accacchio, lavala e tagliala a pezzettini. Accendi il fuoco sotto la padella con cipolla e olio e aggiungici la tazza di riso. Fatto ? Mescolando con un cucchiaio di legno noterai che il riso, oliandosi, diventa tutto trasparente, quando l’olio inizia a fare le bollicine buttaci la verdura a dadini. A questo punto l’acqua della pentola dovrebbe essere già piuttosto calda. Con un mestolo aggiungila nella padella poco alla volta fino a che il riso non sarà cotto. Per fare il figo, ma soptrattutto per garantirti un apporto adeguato di calorie, un attimo prima di spegnere il fuoco aggiungi un po’ di burro, un cucchiaino basterà, e se ne hai, un po’ di formaggio grattato da mescolare finché si sarà sciolto.

Ricetta paraventa n. 2: Uovo strapazzato corretto.

Difficilmente un vegetariano va incontro a carenze proteiche … a meno che non si dimentichi inavvertitamente dell’esistenza delle uova … sì, eventuali lettori vegani, lo so che si può fare a meno delle uova, ma spiegare il come sarebbe insensato in questa sede. Quindi la cosa più facile da fare con le uova è la strapazzatura, e noi la correggiamo oggi per i nostri fini nutritivi. La strapazzatura in sé consiste di solo olio e uovo mescolati forsennatamente durante la cottura, se però aggiungessi all’olio caldo della padella una delle suddette verdure irlandesi a cacchio prima di inserire l’uovo, avresti un uovo strapazzato mooolto più interessante. Quindi: olio in padella, fuoco basso (ma tanto te hai le piastre, porastella !), verdura accacchio tagliata il più piccolo possibile e lasciata cuocere qualche minuto (aggiungi acqua se si attacca !), uova e mescolatura forsennata fino alla cottura dell’uovo. Non dimenticare il sale !

Ricetta paraventa n. 3: Lo sfornato sformato.

More difficult, fratè, a ‘sto giro ti serve una teglia anti-aderente spessa almeno tre dita! … Ce l’hai ? Ottimo ! Allora, visto che le patate non mancano mai in terra d’Irlanda, ho pensato una ricetta a base di patate che potrai reinterpretare a tuo piacimento e a seconda di ciò che ti sarà più facile reperire. Tra l’altro è molto comodo da portare al lavoro e si conserva in frigo per un bel po’, quindi puoi cucinarlo di domenica e andarci avanti fino a metà settimana ! Per la base, appunto, avrai bisogno di quattro patate belle grosse: sbucciale e tagliale in quattro e poi mettile in una pentola coprendole con l’acqua fredda e aggiungendo un cucchiaino di sale. Per capire quando sono cotte puoi provare a bucarle con la forchetta e tirarle sù. Diciamo che più sono morbide e meglio è ! Contemporaneamente metti a bollire con un po’ di sale anche una o due unità delle sempiterna verdura random tagliata a cubettini. Una volta scolate le patate, mettile in un’insalatiera e schiacciale con una forchetta fino a renderle irriconoscibili. A questo punto accendi il forno a 200 gradi … oddìo, non mi ricordo che forno hai … beh, se ci sono unità di misura strane tipo i farenheit, mettilo a una temperatura medio-alta. Aggiungi all’impasto di patate due uova, la verdura a cubetti di cui sopra e un formaggio che ti piace grattuggiato o tagliato a pezzi piccoli. Metti nella teglia due cucchiai d’olio e spalmali a mano su tutta la superficie interna, versaci poi il tuo magnifico pappone e spianalo il più possibile. Poi mettilo in frigo e cuocilo una ventina di minuti.

E BUON APPETITO !

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Conti di fine meSettembre e di inizio anno …

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Foto vecchia e già usata, ma qui la lentezza di linea è endemica: ho fatto le PULIZIE !!!

Alla velocità della connessione gratuita di ateneo, mi tingo di autunno e riappaio su questi schermi con un primo elenco di spese atto a rendere note le mie nuove e pericolosissime intenzioni. Alla fine non ho resistito ed ho collezionato avidamente anche gli scontrini di settembre … anche perché evitando di farlo avrei macchiato la mia deontologia non professionale escludendo le spese della registrazione del contratto di casa e ben due soggiorni romani.

Il grosso della “teoria di base” su questo nuovo inizio la trovate nel nuovo “About che ho poc’anzi composto, ma la mia incrollabile fiducia nell’empirismo mi costringe a rendere esplicite un po’ di cosette: per prima cosa ciò che mi tratteneva dall’aggiornarvi con cadenza meno saltuaria era fondamentalmente l’assenza di internet – che perdura ! – a casa, la sessione d’esami di settembre, il cambio di facoltà, la ricerca forsennata e senza risultati di un lavoro veneziano – che perdura ! – e circa basta. In secondo luogo, i cambiamenti nel conteggio delle spese di fine mese che potete vedere con i vostri occhi poco oltre: ho aggiunto la voce Spese Veneziane. Se è vero, infatti, che una più assennata gestione delle colazioni al bar nel mese di luglio da poco trascorso, come la conoscenza del carsharing di per sé avrebbe salvato dal naufragio la mia impresa …

… è pur vero che questi hanno davvero rotto il cazzo !

Sono ufficialmente stufa di comprare prodotti agroalimentari discutibilmente commestibili a prezzi da crisi del ’29: Mi rende isterico-depressa che nelle brioches da due euro ci sia un cucchiaino di crema rancida, che il caffè a un euro sappia di miscela del motorino, che il pane da 5 euro al chilo sia buono solo per giocarci a rugby, che si vendano chili di frutta letteralmente immangiabile a tre euro al chilo quando ti va bene, che sei uova biologiche costino 70 centesimi più che a Roma, ma che scadano a cinque giorni dall’acquisto e che il loro stramaledetto prezzo salga di mese in mese di pochi centesimi alla volta, chiaro, come se uno non lo notasse. Lo spritz nemmeno mi piace, e poi ho visto con i miei occhi usare boccioni rossi e arancioni da discount del blocco sovietico con su scritto “Aperitivo” per riempire di soppiatto i vuoti di Aperol e Campari, mantenendo tuttavia il prezzo a 2.50, mi sembra ovvio, senza contare il fatto che per mangiare qualcosa bevendo devi rimettere mano al portafogli e incrociare le dita … Se bevo un ombra di vino rosso il mio stomaco mi dice: “La prossima volta annusalo e basta che risparmi un euro!”. Ne ho le gonadi stracciate di pagare decine di centesimi per fotocopie fatte a cazzo di cane, rigorosamente mai fronteretro e puntualmente illegibili o decentrate. Non ho tempo di controllare tuuutto lo scontrino ogni volta che compro qualcosa per evitare che siano stati aggiunti “X2” random, o che vi sia indicato un ottavo di ciò che ho acquistato. Non ho nessuna intenzione di finanziare l’inquiamento dei canali abbonandomi al vaporetto: preferisco sapere di spendere sette fottuti euro a viaggio così, semmai ne avessi, mi passerebbe subito la voglia di salirci sopra.

Soprattutto non posso partecipare e sovvenzionare questo scempio e molto altro sapendo che vado a Roma almeno una volta al mese e che una volta a settimana vedo il Miomone che abita a Trieste ! In entrambe le suddette città il rapporto qualità-prezzo ha un senso matematico non irrazionale e non è stato tutto architettato a regola d’arte per inquinare, globalizzare, lucrare e far andare in fuori di testa le persone.

Quindi, fatte salve le verdure del gruppo d’acquisto di Sant’Erasmo (santisubbito), la mia mitica padrona di casa che ci ha consegnato un appartamento praticamente ristrutturato senza chiederci un centesimo, e quelle rarissime realtà Anti-Venefiche … ehm … Veneziane, che scovo di tanto in tanto e che vi segnalerò prontamente nella simpatica rubrica “Recensioni Veneziane”(ehllosò, che l’ho scritto con la zeta lì accanto … ma nessuno è perfetto !) … io BOICOTTO VENEZIA.

Ed ecco a voi i CONTI DI SETTEMBRE: 

(legenda: pane, rose, spese poco verdi, spese superflue, spese Veneziane)

230 affitto; 26 contratto; 2 fotocopie varie;110 Roma-Venezia a/r per due volte con Blablacar; 4 yogurtiera di seconda mano; 24 Venezia-Trieste a/r; 7 prima spesa triestina: latte*, yogurt, tre pacchi di pastalluovo; 10 ricarica telefonica; 10 verdure di Sant’Erasmo; 1.8 cinque copie del CV; 1.5 limoni*; 1.6 biscotti; 2.2 hamburger vegani; 1.1 panna da cucina; 1.3 fotocopie; 4.5 piadina con stracchino, gorgonzola, fontina e parmiggiano a Trieste; 1.28 succo di frutta all’arancia, me lo potevo pure evita’ … ma non era strettamente per me; 1.9 mele*   = 440

+ spesa di legumi e cereali a peso da Mammapapa + 40 stipendio + 100 Miononno + cena cinese dal Miomone + miele di sulla e di castagno e quadernini di carta di pietra da Cammelo&Cammelina + biglietti del treno, aperitivo e cena del Quinto Anniversario dal Miomone + un ombra di vino e un pasticcino e le lenzuola matrimoniali zebrate da Cammelo&Cammelina

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Montagna Low-cost … con il barefooting !

Sentiero 12_Vallone di Lòò

Sentiero 12 del Vallone di Lòò_Valle D’Aosta.

La scoperta giunge, in realtà, casuale quanto la mela di Newton.

Dopo due orette e mezza di scarpinata per arrivare al Vallone di Lòò e ricevere la polenta rituale, ci si levano le scarponi e si vegeta giusto un po’ tra vacche e insetti ronzanti, nel dopo pranzo. La siesta dura poco per gli irriducibili della scalata e subito si propone di andare un po’ più sù, mezzoralmassimo, ai laghi che sono rigorosamente tre e rigorosamente chiamati Lago Blu, Lago Verde e/o Lago Nero. Siccome gli alpinisti sono notoriamente ben più bugiardi del più bugiardo dei pescatori, dopo ben tre mezzorealmassimo, stavamo ancora salendo in mezzo a punteggiature di neve perenne. Io e Miasorella, con la scusa di essere terrone e cittadine, abbiamo raggiunto un sasso piuttosto piatto, ci siamo tolte gli scarponi e ci siamo sdraiate con i piedi a mollo nel ruscello.

Dopo un’altra mezzoralmassimo è risceso il Miomone e ci ha raggiunte. Non avevamo nessuna voglia di rimetterci gli scarponi, essiccome ci ricordavamo un percorso piuttosto pratoso e acquoso … non lo abbiamo fatto: siamo scese per due mezz’ore a piedi scalzi ! E abbiamo anche incontrato dei ragazzi che salivano a piedi scalzi. Tornate giù un signore che era salito con noi vedendoci ha detto “Ah, fate barefooting !” … e noi che non facciamo quarant’anni in due – lui ne ha oltre 70 – abbiamo scoperto che, sì facevamo proprio barefooting o, come si dice in italiano, per sviare ogni interesse al primo colpo, facciamo gimnopodismo.

Ebbene, i vantaggi di questa attività sono molteplici: a livello medico è un po’ come fare ginnastica posturale, a livello psichico dà un gran senso di libertà e rusticaggine, a livello estetico è esfoliante, a livello godereccio è dimorto godereccio sentire l’erba sotto i piedi, poi la pietra, poi il fango caldo … e perfino la merda di vacca ! Machennesapete !?

Inoltre, non necessita di alcuna attrezzatura e quindi costituisce un’attività perfetta per giovani squattrinati ed ecologisti come me che hanno un po’ lo schifo di tutti quegli sport – e l’alpinismo è uno di questi – che necessitano un montepremi di 200 euro di chincaglierie in plastica solo per andare a vede di cosa si tratti. Senza parlare di chi sfoga la smania da shopping comprandosi attrezzature allucinanti che userà tre volte all’anno massimo ecceteraeccetera …

Dal punto di vista filosofico, si rifà alla corrente slow e di decrescita e restituisce la dimensione più umana e meno agonistica alla montagna. A piedi scalzi non si può fare un percorso da otto ore in otto ore come se niente fosse, non si può correre, la montagna la si sente e per gustarsi il panorama occorre fermarsi a guardarlo per evitare di inciampare o ferirsi … almeno all’inizio, quando si ha ancora la pianta “da scarpa” e ci si sente piuttosto nudi e indifesi a contatto col suolo.

E il bello è che esistono degli itinerari pensati apposta per i barefooters: in Germania ce n’è tantissimi perchè – tanto per cambiare – questa cosa se la sono inventata loro, ma anche in Italia c’è il Club dei Nati Scalzi che organizza parecchie cosette sia in Italia che all’estero. Ma, semplicemente, se vedete che il terreno è buono, levatevi le scarpe e andate !

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Questa foto l’ha scattata Miasorella: se volete fare BarefootingSCassandresco, non dimenticate lo smalto rosso !

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Vacanze sostenibili: Il Volo della Rondine e altre storie.

Piedi a Marinella

Ripropongo un paio di piedi – sempre miei – su una spiaggia poco distante da Palinuro. Lo faccio in vista della conclusione e del rinnovo di un percorso. E siccome si parte sempre dalle scarpe, dall’assenza di queste vorrei ripartire.

Ci ho messo circa tre ore per trovare il coraggio di riaccendere il computer. Mezz’ora per collegarlo a internet, e non ho ancora trovato le forze di scaricare la posta e spero di riuscire a non farlo fino a domani.  Credo di essere completmente disintossicata: dal Nord, dalla fatica, dal freddo, dai prezzi, dal gelo interpersonale, dallo studio, dal lavoro, dal rumore, dagli elenchi =)

Mare vicino Grotta Azzurra

QUESTO è mare.

Sarà che siamo partiti da questo mare e siamo stati accolti a Roma da secchiate d’acqua e grandine … ma da cosa si misura l’efficacia di una settimana di vacanza ? Credo dall’amaro di rientrare a casa, almeno in parte, dato dalla constatazione che, sì, è rimasto proprio tutto così come era stato lasciato, che questa settimana non ha in alcun modo contagiato i maledetti oggetti, la polvere, le piante, il frigorifero. Anche non riconoscersi al primo sguardo nello specchio: il bianco dei denti e degli occhi che contrasta incredibilmente col bruno resto. E non conoscere gli orari di casa, gli spazi, le proporzioni, i rumori …

Marina di camerota

Porto di Marina di Camerota.

Non so se questa vacanza sia stata eccezionale di per sé o se questa mia totale soddisfazione e senso di appagamento siano il riflesso di ANNI senza altro mare che Ostia Lido. L’anno scorso di questi tempi ero fresca di laurea e aggiungevo un terzo lavoro ai due che mi portavo dietro da marzo e dall’estate precedente. Uno dei tre deve essermi ancora retribuito perchè è in libreria da pochi giorni, mavvabbè. La mia vita era lavorare, sopportare il caldo di una casa deserta in una Roma deserta e tenermi febbrilmente aggiornata con i risultati delle Olimpiadi, unico evento sportivo per il quale potrei ammalarmi e per il quale sono felice di svegliarmi a orari improbabili per gustarmi La DIRETTA. Quindi, avere una settimana spesata dalla famigghia in un posto che risponde a tutti i criteri della vacanza etica e sostenibile e che mi appresto a recensire – tantopiù che abbiamo dimenticato di compilare i questionari di gradimento prima di partire – mi ha fatto sospirare almeno una volta al giorno: “Ammazzatemi adesso, che meglio di così non posso stare”.

Le vacanze verdi non differiscono particolarmente dalle vite verdi che possiamo giornalmente condurre in qualsivoglia luogo. Ma per fare delle vacanze veramente sostenibili è il caso di scegliere luoghi che somiglino meno a new York e più a un campo di grano poesia di un amore lontano … Ebbene, qui si parla di un mare che consegue sistematicamente la bandiera blu – constatate da voi se è sufficientemente blu – e di un Parco Nazionale del Cilento, tra i più estesi e curati d’Italia. E’ inoltre il caso di arrivarci senza lasciare indietro una scia di ‘mmerda nera, ovvero a piedi, in treno o in una macchina che non si muove esclusivamente per noi: al Volo della Rondine ci arrivi in ognuno di questi modi, la stazione più vicina è quella di Pisciotta, poi prendi un autobus che ti porta fino al campeggio Odissea. Si arriva di sabato e ci si ferma almeno fino per una settimana, se no che vacanza è ? Credo che la differenza di prezzo – sensibile – tra tende affittabili, tende proprie e bungalow (pochissimi) sia dovuta al fatto che gli ideatori di queste ecovacanze preferiscano ospiti muniti di tenda per non doversi appoggiare troppo alle strutture del campeggio ospitante. D’altra parte ho visto dormire in tenda Milly, una splendida settantasettenne che nel giorno dell’escursione si è fatta pure un tuffo dalla barca: volere è potere ! E per i prezzi proposti – 330 a cranio adulto – comprendenti soggiorno in tenda, pensione biologica e vegana completa, gite in barca e a piedi e attività olistiche quotidiane che vanno dal tai qi, al qi gong, alla biodanza,allo yoga, alla cosmesi casalinga, alla cucina macrobiotica, al rap e così via, direi che si può fare. Ma aggiungerei che invece SI DEVE per un motivo impalpabile e percettibile solo in presentia: l’atmosfera di questa vacanza, la profondità degli scambi che si creano – si ricordavano di me che ero solo passata di lì due giorni e sotto esame anni fa ! – e la genuinità delle relazioni con persone estremamente “varie” in età, provenienza, interessi e storie da raccontare, rispetto a quanto ci si aspetterebbe da una vacanza così tematica …

… uff, andateci e basta.

E salutatemeli tanto, che mi mancano già tutti !

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Mi fanno venire il latte alle giNokia.

Mi sto drogando con una canzoncina nientemale !

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GRRRRRR !

Eh, sì, lui se li sarebbe pure presi i telefoni e i caricabatterie … ma li avrebbe portati nei centri di smaltimento del comune. Anche lui. D’altronde la Nokia si è data una bella zappata sulle palle partorendo l’ultima merda degli smartphone e abbandonando completamente le progettazioni ecosostenibili i cui prototipi avevano dato modo di sperare in telefoni con la scocca di legno e la batteria che va a succo di frutta …

A questo punto mi risolvo su due ipotesi contrastanti:

IPOTESI A Mando il tutto in un bel pacco tramite corriere con allegata una lettera d’odio come quelle che si scrivono agli ex. O, il che è sulla stessa linea, affitto un elicottero ad Helsinki e gli tiro addosso tutta la mia roba dall’alto come fa la donna tradita – e sottolineo Donna – che caccia la bestia di casa tirando in strada tutte le sue cose. N.B.: è perfettamente inutile che Zuckenberg abbia dei soldi e io no, visto che io li impiegherei fruttuosamente in iniziative simili a quest’ultima … e lui no.

IPOTESI B Evitando di inquinare l’immacolato ecosistema finnico, posso optare per uno smaltimento di tipo etico aderendo ad una delle iniziative proposte qui, anche se l’articolo in questione è un po’ vecchiotto.

Si accettano consigli … anche se ammetto che vorrei che la pagassero e una vendettuccia morale la apprezzerei parecchio. Alla fine ne ho talmente tanti che potrei dividerli a metà e fare entrambe le cose. Ma sono tendenzialmente partigiana e intendo perseverare.

Il “piesse” boicottaro è … Nokia, Nokia, Va-ffan-culo !

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Telefonia ecocheap: Cose che, NO !(kia), non riesco a buttare.

[Tanti auguri eggrazie ! Non tanto per i 101 articoli, quanto per i 103 followers: ma che malattia avete ? =)]

NO_kia

NO!

1. Iniziò così … la mia avversione per i telefoni cellulari.

Tutto ha avuto inizio con un Nokia 3310 che comprai all’età di 12 anni dopo un anno di Grande Depressione fatto di risparmi e nulla più. Lo pagai la bellezza di trecentoventi milalire e aveva cinquanta milalire di ricarica al suo interno che l’odiato genitore, allora privo e determinatamente contrario ad ogni supporto di telefonia mobile, aveva prosciugato durante le settantadue ore che separarono l’acquisto dall’arrivo nelle mie mani della bestiola. Me lo rubarono quattro anni dopo. La perdita fu – non proprio col senno di poi, dato che un cellulare indistruttibile non l’anno più fatto – riparabilissima: mi ero già scocciata dell’assiduo parental control a cui l’oggetto mi costringeva, con tutto che allora la metro era ancora un silenzioso rifugio anti-radiazioni. Come da copione, la mia scarsa di riaverlo volontà, ma soprattutto le motivazioni per le quali non mi misi a risparmiare ogni centesimo che pioveva dal cielo, portarono i Janitors a regalarmene uno per il Santo Anale, ovvero quello azzurrino in basso a sinistra nella foto. Si vede che l’oggetto era particolarmente indesiderato e posseduto da spiriti maligni, perchè il mio ragazzo di allora mi lasciò per mezzo dello stesso il giorno successivo dando inizio a due anni buoni di odioso tira e molla adolescenziale … sì, per telefono, il giorno di Nasale. Il successivo – sia telefono che fidanzato, in effetti ! – durò una settimana … e non in senso biblico ! Era uscito dalla fabbrica difettato … sì, anche qui vale per entrambi. Quindi ci fu l’unico cellulare per cui spesi più di venti euro dai tempi gloriosi del 3310 e che durò un annetto e mezzo. Dopodiché, mi venne nuovamente regalato quello attuale, sempre perchè paventavo la volontà di liberarmi dalla schiavitù del reperibilismo perpetuo.

2. Il cellulare ecologico non esiste.

Mi spiace (?) ma è proprio un controsenso in termini. Il telefono cellulare in quanto oggetto è assolutamente non etico e non sostenibile: è prodotto in paesi sedicenti in via di sviluppo in cui i diritti dei lavoratori non hanno mai messo piede, la produzione è decentrata e non è raro che ogni singola componente affronti svariate ore di volo prima di essere assemblata ed altrettante planate per giungere a noi; i materiali di cui è composto sono inquinanti in ogni fase di produzione, difficilmente smaltibile e – vedi coltan – forieri di conflitti, deforestazione e sfruttamento. Quindi già l’oggetto di per sè, ancora privo dell’altrettanto inquinante e non smaltibile batteria, crea più danni di una bimbaminkia repressa dell’Opus Dei infettata di AIDS. Poi lo accendi e, a meno che tu non abbia comprato il modello col pannellino solare sul retro (che sarà il mio prossimo telefono, anche se la fotocamera potevano risparmiarsela) o il caricabatterie ad energia solare, inizi a consumare energia elettrica. A questo punto ti serve giusto un antennone cancerogeno ogni centocinquanta metri e sei apposto.

3. E’ l’uso che se ne fa …

Uno dei motivi per i quali non citerò gli smartphone in questo articolo – a parte ora … anche se ne esiste almeno uno che non faccia totalmente vomitare ECCOLCACCHIO che vi metto il link ! – è che sono stati ragionati PROPRIO per evitare accuratamente che il loro uso possa essere anche solo vagamente poco nocivo per ambiente, psiche, interazione sociale, vita di coppia, vita sessuale, applicazione e sviluppo di capacità ecc. Emmidispiace per chi è persuaso del contrario: caricare uno smartphone col pannello solare equivale ad andare col SUV alla fattoria biologica, ad andare in aereo al G8/Social Forum di Genova, a farsi lo chatouche (si vede che ho delle colleghe femmine ?) sui rasta

sì, la pianto. Ecco un non-so-quantalogo del cellulare col minimo impatto su ambiente, umano e psiche: usatelo il meno possibile, mandate perlopiù sms, usate l’auricolare, spegnetelo la notte, non tenetevelo acceso vicino alla testa mentre dormite, comprate telefoni che facciano i telefoni e non le macchine fotografiche/ le badanti/ la pasta / il caffè / la baby-sitter/ il vibratore/ l’analista / la panchina / la piazza / la manifestazione / il letto / la scuola / il pub / il cinema / la sala giochi / la mignotta / il telegiornale / il libro / il computer … approfittatene quando si rompe per regalarvi una VERA settimana detox, cercate di non identificare il vostro Io in un telefono cellulare, consultate Santa Internet prima di comprarne uno (vedi modello solare sopra), cercatelo usato, date un’occhiata al sito i Greenpeace (chemmagari prima o poi le aggiornano ‘ste guide al consumo critico), dimenticatelo volutamente a casa una tantum, in attesa del caricabatterie semistantaneo – oltre che di quello che va a scuregge – ricaricatelo con i pannelli solari o con le manovelle(GUARDATE I PREZZI), una volta rotti smaltiteli comeccristocomanda, se quello precedente non si è ancora rotto lasciandovi “fuori dal mondo” nel momento cruciale della vostra vita – vedi “gente che ti lascia per telefono il giorno di natale”- non cambiate cellulare.

4. SCassandra contro Nokia.

E’ tardissimo ma ‘sto post mi ha appassionata: lo voglio concludere. Il succo è che ho tutta quella robba lassù, tanto per cambiare. Non l’ho mai buttata perchè la Nokia si vanta di essere ecosostenibile – nel 2010 Greenpeace le dava un 7.5 molto lusinghiero – e di riciclare i vecchi modelli ritirandoli e smaltendo ciò che resta inutilizzato e inutilizzabile. Ebbene, in dodici anni di fedele customeraggio, mai nessun centro di raccolta Nokia si è degnato di riprendersi nemmeno uno dei miei sgorbi. Ho mandato mail all’insegna del “Buttiamo ‘sto pomeriggio”, ho subito tristi telefonate di circostanza dai call-center in cui mi si indicavano i centri di stoccaggio dell’AMA, ho camminato per chilometri per andare a stanare i centri raccolta di Roma salvo poi tornare indietro a mani piene e con in testa le scuse più disparate, stavo meditando di portarmeli ad Helsinki e filmare l’evento di me che entro alla Nokia col paccotto … Ma forse è finita: vicino al luogo in cui lavoro c’è un centro assistenza Nokia che ha un cartello affisso fuori: “CENTRO RACCOLTA CELLULARI NOKIA”.

Io domani ci provo … NO ?

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Formazione: FATTO ! (un post ritardatario)

Stamattina ho dato l’ultimo esame della sessione e ora – in attesa dei risultati che arriveranno a giorni – sono in biblioteca a usufruire della connessione perchè stiamo lasciando casa e Internet ha deciso di lasciarla per prima, lasciadoci liberi di studiare come dei disperati. La biblioteca si è quindi trasformato nel luogo di svago per antonomasia. Uno svago silenzioso e composto, ma gratuito.

Per il resto l’estate è giunta anche qui al nord, in un turbine di zanzare e odor di marcio, ma anche nelle sagre di parrocchia, nei saluti pre-partenza e in vestiti zingareschi e colorati che finalmente affiorano dai cassetti della sottoscritta.

In tutto ciò, ho la possibilità di depennare già un punto – il terzo – della mia wishlist estiva, che colgo l’occasione per ribadire. Non pensiate che si tratti di uno scherzo: chi mi conosce sa che io non scherzo mai.

1. Tornare da Mammapapà.
2. Andare a trovare gli amici.
3. Corsi di formazione.
4. Campeggio libero.
5. Fare volontariato.
6. Andare in ritiro in una comune o in un monastero.
7. Fare wwoofing(n.b.: andare nelle fattorie biologiche e lavorare in cambio di vitto e alloggio).
8. Fare un lavoro in cui ti si garantiscano vitto e alloggio.
9. Viaggiare andando ospiti dalla gente.
10. Si accettanto consigli.

Per mia scelta personale ho deciso di non usufruire dell’alloggio offerto presso La Città dell’Utopiaho sicuramente fatto almeno un mezzo errore. Non tanto per il fatto che stando dai Jenitors ho avuto il caloroso benvenuto con urla e porte sbattute,un costume vecchio come la bomba all’ambasciata americana nel Il dittatore del libero stato di Bananas. Quando per il clima di questo casale delle
meraviglie: la concretizzazione di tutti i miei sogni, come già il nome suggerisce. Sono questi i luoghi in cui la formazione è gratuita, cibata vegetarianamente, alloggiata in mezzo a tanta bella gioventù (o meno) multietnica e formata per il depennamento di un altro paio delle cose da fare di cui sopra … non vi dico quale primo perché sono cattiva e secondo perché la linea della biblioteca crasha di continuo e per scrivere ‘sta paginetta sto qui dalle tre !!!

[Colgo solo l’occasione per ringraziare la Città dell’Utopia (dove vi invito ad andare il prima
possibile per seguire un corso di danze basche, per partecipare ad un pranzo sociale, per iscrivervi al
GAS o semplicemente per sedervi sul loro terrazzo a chiacchierare con qualche amico), lo SCI e
tutti i partecipanti al corso: persone rare, davvero.]

Questo post l’ho scritto quattro giorni fa. Subito dopo c’è stato un black-out in biblioteca: i potenti mezzi della tennica.

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Sferruzzo Ergo Sum Ep. 0 La scelta dei filati e riciclo di filati usati.

[dedico questo primo postutorial alla Finlandese, con tante scuse per il ritardo !!!]

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Il mio arsenale bellico.

L’avevo anticipato millenni fa, ci ho messo un bel po’, ma eccoci qua con il primo pseudo-postutorial sul fantastico mondo dello sferruzzo. Ho deciso di partire dai fili, poi aggiungerò un ferro per volta: dall’uncinetto passeremo a due ferri, fino poi a quattro. Premetto che non sono un’esperta, sono più che altro un’amatrice.

Partiamo dunque con il senso di SCassandra per lo sferruzzo. La pre-premessa è che lo sferruzzo è unisex: guardate qua ! La premessa è che non tutto ciò che è autoprodotto è conveniente e non tutto ciò che è autoprodotto è ecologico.

Detto ciò, ecco quando – secondo me – è il caso di sferruzzare :

– Sferruzzare per riparare.

– Sferruzzare per i bambini: serve meno lana, meno tempo e gli abiti per bambini, se di qualità, costano tantissimo! D’altra parte i pupi crescono a vista d’occhio, quindi conviene usare lana riciclata e riciclarla una volta che il golfino o chi per lui non gli va più. Eviterei invece la tendenza al “corredinismo”, foriero di spese pazze, bimbi formato cicciobbello e mamme in depressione post-parto dopo le 115 ore passate a guardare telenovelas sudamericane sferruzzando. Siete affette da corredinismo SE: sognate un mondo in cui tutti sono vestiti di tutine uncinettate con cappello, scarpe, guanti e mutande uncinettate in coordinato; avete confezionato venti paia di scarpine da neonato dimenticando che il neonato non cammina e state progettato altrettanti abitini da cocktail ai ferri dimenticando che i cocktail-party a tre mesi non sono uno spasso.

Per fare i regali: anche qui però è sempre in agguato la tendenza “oggettinista”, ovvero la tendenza a creare oggetti totalmente inutili da affibbiare a qualsivoglia amico-amica malcapitata ad ogni occasione. Siete affette da Oggettinismo SE, dopa il portacellulare, il portapenne e il portamonete vi avviate convintamente verso il porta-borsa, il porta-pochette, il porta-porta-penne; oppure se state progettando di vestire il telecomando con un pagliaccetto fatto ai ferri; oppure se avete fatto pupazzi evocativi di tutti i membri dell’albero genealogico fino al quinto grado e ancora state lì a reperire foto della quadrisavola Bertilla per capire se era bionda ed evitare di pupazzarla in bianco e nero;  oppure se fate bignè-pupazzo all’uncinetto e li regalate alle amiche a dieta e poi vi vogliono uccidere … è chiaro ???

Avremo modo più avanti di disquisire su questo punto, ovvero l’utilità di ciò che si crea. La cura per i suddetti disturbi è comunque quella di smettere per un po’. Come con l’alcol. Ma andiamo avanti …

Cosa Filo ? Per sferruzzare si possono usare i seguenti filati: lana, cotone, rafia, filati sintetici, lino, canapa, yuta … Chiaramente, dal punto di vista ecologico il campo si restringe nettamente: si preferiscono filati italici di tipo organico e con coloranti/colori eco-compatibili. Nell’ambito economico il campo si restringe ancora di più perchè, per quanto la lana merino sia un soffice angolo di paradiso, 5 euro a gomitolo sono proprio un furto. Il cotone è meno costoso, ma è una fibra ad alto impatto per il grande quantitativo d’acqua che richiede sia in fase di coltivazione che di lavorazione e filatura.

Ecco allora il filato più eco-cheap di tutti: quello riciclato in poche e facili mosse. Il seguente procedimento serve a qualsiasi tipo di filato organico per ammorbidirsi, distendersi e tornare quasi come nuovo.

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1.Prendete un paio di forbicette appuntite e un oggetto oggettivamente brutto ma fatto con un filato decente … i negozi dell’usato sono pieni di roba anni ’80 a pochi euro che sembra fatta apposta … approfittiamone !

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2. Se ci sono dei pezzi cuciti, scuciteli. Con i maglioni bisogna staccare le maniche ed aprirle e poi separare il davanti dal dietro.

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3.Dopo aver trovato il capo del filo e aver tagliato il nodo … Usate la mossa di Spock per puro folklore mentre srotolate il filo facendolo passare tra gomito e pollice.

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4.Otterrete così degli anelli che arrotolerete su se stessi per formare delle matasse.

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5.A questo punto imbacinellate tutto con un fondo di aceto bianco e acqua fredda a volontà. Lasciate tutto a mollo per una notte almeno, poi cambiate l’acqua per sciacquare via un po’ d’aceto e mettete le matasse ad asciugare in piano senza strizzarle su un asciugamano.

 

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6.Una volta asciutte fate dei gomitoli … se non siete capaci siete per prima cosa delle persone terrificanti, eppoi vi cercate il tutorial di qualcun altro su iutub.

Ricordatevi che c’è crisi e che quindi nun se bbutta gnente: fatevi un sacchetto a parte dove mettere gli scarti di filo più piccoli. Ad un certo punto finirete per fare almeno un pupazzo e quel giorno vi servirà qualcosa con cui riempirlo !!!

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Nun se bbutta gnente.

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