(forse) Si.Può.(ri)Fare!

Vivere da sola in Italia, a 25 anni, con 450 euro al mese e a impatto zero.

Zucchine ripiene al miglio … e palle ripiene alla universitaria.

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Zucchine ripiene.

Di ritorno dal primo dei tre esami previsti per questa magra sessione, ho il ‘vaffa piuttosto facile.

Mi sfogo rispolverando la ricetta di un piatto unico piuttosto amico di tutti i palati:

Zucchine scavate col cucchiaino e scottate in acqua bollente leggermente salata per cinque minuti,

ripempite con miglio bollito ripassato in padella con un sugo leggermente crudo

e insaporito con pepe nero e noce moscata. In forno per 15 minuti a 200 gradi.

oooooo

Per quanto riguarda il Machèddavero, ho avuto un assaggio di una pietanza tutt’altro che digeribile, ovvero il linguaggio del professore accademico italico. Altro che Biscardi in menopausa !!! Siccome sono stata per tre anni e mezzo studentessa di lingue voglio tanto tanto contribuire alla diffusione dello studio di una seconda lingua da parte dell’italica nazione: iniziamo con il dialetto accademico del professorese. Funziona più o meno così: 

Non studiate il capitolo N = Studiate il capitolo N

Non comprate il libro = Il compito è sul libro

Il compito è sulle slide = Le slide non esistono

Il compito è solo su ciò che ho spiegato = il compito è sul materiale meno reperibile che ho fornito al più tardi una settimana fa in aramaico sul sito di Bruno Vespa e si autodistruggerà tra … TRE … DUE … UNO …

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Chissà cosa dirà SCassandra: “Carla, ma come ti … PERMETTI ?”

Piccolo vestito rosa.

Povere bambine.

L’argomento del ruolo della donna o più genericamente della figura femminile veicolata dalla pubblicità televisiva è materia di ampio dibattito da chè il piccolo schermo si è insinuato nelle vite degli abitanti del cosìddetto “Primo mondo”. Ebbene, dato che non ho fin’ora fornito un mio contributo scritto alla questione, mi riservo di farlo adesso, contestualmente all’uscita dell’ennesimo spot tele-lesivo non tanto della figura quanto della psiche – ben più grave, dunque – della femmina italica che sembra dover aderire al modello della “Femmina unica portatrice di pensiero unico.”

Sono personalmente convinta che ciò che un individuo – anche di sesso femminile – faccia o faccia fare del suo corpo sia suo personalissimo ed intimissimo affare. Non mi sono mai sentita offesa dall’esposizione strumentale del corpo femminile, perchè non ho mai visto in ciò una costrizione: se ti fai pagare per stare a novanta sul cofano di una macchina vuol dire che la cosa non ti arreca disturbo e, data l’altissima affluenza di carne-da-spot – o da stacchetto, o da cubo – a tutti i casting del cyberspazio credo che una notevole fetta della popolazione femminile non sia disturbata dal mostrare il proprio corpo a pagamento.

Non lo sono neppure io per la verità, l’unico motivo per cui non l’ho ancora fatto in prima persona è per un timore di incappare in malintenzionati (giustificato da esperienze di varie amiche) o, in altre circostanze, per evitare ulcere a dei fidanzati particolarmente possessivi. Se avessi una persona di fiducia che mi garantisse l’immissione in un “circuito protetto”, sarei una soddisfattissima – ed opulentissima – cubista, streap-teaser, lap-dancer, ragazza immagine o che dir si voglia. Sono per la legalizzazione della prostituzione e la giustifico apertamente in quanto mestiere, figuriamoci se mi crea problemi che una studentessa della mia età approfitti di una manica di imbecilli lampadati che le paga un mese di affitto con una sola foto a culo in aria.

Meno pecorecciamente, posso affermare che il corpo è libero a mio parere e dovremmo sentirci liberi di farci ciò che vogliamo a tutti i livelli, senza il timore di ledere l’immagine di una non ben definita “categoria di genere” che considero uno stereotipo totalmente superato in virtù dell’avvento di una flessibile e malleabile sovrasessualità o ipersessualità generalizzata.

In virtù di ciò posso al massimo lamentarmi del fatto che le donne delle pubblicità siano nell’80% dei casi delle bonazze da urlo, mentre gli uomini sono del tipo “Cesso colle’recchie”, o al massimo “Bruttino ma simpatico”, “Grazioso ma cicciotto” … fatto salvo il caso delle pubblicità di aziende gestite da gay, a cui erigerei un altare per ringraziarli di aver eretto – è il caso di ripeterlo – l’ultimo baluardo di bonazzaggine maschile della tv.

Detto ciò, veniamo al titolo del post – che tra l’altro è anagramma di “spot”- odierno, ovvero al mio personalissimo fastidio e ribrezzo e disgusto di fronte alla pubblicizzazione di quella che considero un’identità sessuale o di genere rigida ed obsoleta, ovvero quella maschile contrapposta a quella femminile e viceversa. Genericamente potrei prendermela con qualsiasi spot di prodotti riservati esclusivamente agli uomini e di conseguenza veicolati da un certo tipo di linguaggio, o di prodotti riservati alle donne e veicolati da un altro tipo di linguaggio. Ho scelto questo in particolare – se lo avete visto non avete bisogno di ulteriori chiarimenti – perchè mi ha scandalizzata particolarmente, forse anche per la presenza di un personaggio davvero inquietante che sta monopolizzando diversi settori della rete televisiva.

Lo scopo della pubblicità è quello di arrivare ad un numero maggiore di utenti possibile  che comprendano e rispondano ad un linguaggio specifico, e dunque se le pubblicità riservate alle donne adoperano un certo linguaggio è anche perchè – tristemente – esiste un’effettiva maggioranza di donne che comprende e risponde a questo specifico linguaggio. Il mio problema è che quest’ultima maggioranza va aderendo sempre più al modello “donnetta scema”, ovvero un modello lontano anni luce dalla sovrasessualità a cui personalmente auspico, e questo mi dà un inquietante dato sulla composizione maggioritaria della popolazione femminile.

La questione è ben lampante nel detto spot poichè la donnetta protagonista risponde totalmente agli schemi: il problema maximo si riassume nel paradigma del “Checcazzomimemetto”; deve stupire le amiche con i suoi vestiti e dunque il dilemma s’infittisce; si è rincoglionita di programmi tv sui vestiti in cui un’aliena psicotica ossigenata gesticolava pronunciando gridolini e frasi fatte irripetibili con cenni anglosassoni insieme ad un altro venusiano incravattato di rosa e ce lo fa sapere anelando davanti allo specchio per l’intervento della prima; è una moderna cenerentola per la quale i sogni son desideri e quindi la mattacchiona di cui sopra, fresca di inaugurazione del Piper, spunta nella stanza con un beauty-case quattro stagioni, dicendole che deve vestirsi di luce e poi la infila nel canonico spezzato beige e blu e lei estasiata si chiede come ha fatto a non pensarci, che sciocca.

La stessa donnetta avrà una figlia a cui riproporrà il medesimo modello: la porterà al parco vestita di pizzi ed organza sgridandola perchè si è sporcata con la terra, le insegnerà che una signorina certe cose non le fa, che ci sono attività da maschietti – la politica e da femminucce – lo shopping e la seduta settimanale dal parrucchiere – e che la manderà a lezione di stile da Carla tra i docici e i quindici anni (sul serio) di modo che impari che esistono e vanno rispettate le attitudini ed abitudini da femminucce come quella di amare lo shopping, di truccarsi ogni giorno, di identificarsi con la propria borsa, di piagnucolare, di non saper stare da sole, di sviluppare la personalità in funzione della propria madre o di un uomo a caso, di comprare scarpe quando si è tristi, di stare a dieta, passare ore appresso ai capelli, di limarsi le unghie, pulire casa fino alla sterilità, schifarsi per un nonnulla, avere paura di cose insignificanti come le formiche, di parlare dietro le spalle evitando come la peste la solidarietà, di ridacchiare dicendo “non lo so” per rimorchiare un uomo, di chiedere aiuto anche per ciò che si potrebbe fare da sole … e così via …

In questo modo la maggioranza sarà difesa e gli spot televisivi, continuando a cercare di accontentare la maggioranza, continueranno a rivolgersi ad essa in un coro di confettinismo sfrenato.

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21.4.13_Secret Show di Chiara Vidonis e Matteo E.Basta @CasadiItalo

[E’ successo già da un po’, quindi ve lo servo ora che è bello maturo.]

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Il prima, ovvero, palco vuoto.

Non posso che esordire con un tronfissimo e trionfale Noi c’eravamo!”.

Lo scorso 21 Aprile io e il Miomone siamo stati invitati al nostro primo Secret Show da nientepopodimenoche Chiara Vidonis, una delle protagoniste di spicco della serata. Al secolo, per chi ha sufficiente spirito di linkaggio, trattasi di Chiarsharing, veicolo e Cicerone della mia prima esperienza di autostop programmato. Sì, il lato migliore della faccenda carsharing si conferma quello umano e, sì, succede anche questo: attraversi mezzo stivale con una che dice di strimpellare e scrivere canzoni  così …e ti ritrovi ad ascoltare una cantautrice di livello che organizza un vero e proprio concerto.

Soprattutto, la realtà è ineluttabilmente questa: i cantautori italiani ESISTONO. Io li ho visti ! Li ho ascoltati ! Li ho sentiti ! E … Ho le prove ! Il video ufficiale e quello rubato da me, a cui ho apposto la firma negli ultimi 10 secondi. Ne ho anche un altro che caricherò in nottata … date le tempistiche non posso fare altrimenti. Posso comunque già dimostrare che ci sono persone, testi, arrangiamenti, loop e un pubblico caloroso e affezionato a cui mi auguro vogliate aggiungervi al più presto.

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Chiara e Matteo.

Ma lasciatemi fare le presentazioni: abbiamo un Matteo E. Basta, nome di pacifica battaglia di Matteo Bognolo, vero e proprio Maestro pluridiplomato in chitarra classica e cianfrusaglie sonore plurime, diaframma compreso. Capace di trasformare una chitarra in un’orchestra, di estendere la voce su tonalità a frotte, dal sussurro alla Bora, snoda versi caratterizzati da una poesia sublime e da una forza d’altri tempi, a mio personalissimo e limitatissimo parere, di Stevensiana memoria.

Dall’altra parte abbiamo Chiara Vidonis*, che vado immediatamente a celebrare. C’è qualcosa di più raro di un leone bianco, di un parlamentare incensurato e di un veneziano cordiale: una energica cantautrice italiana di indiscutibile talento e preparazione tecnica i cui testi e le cui melodie navigano letteralmente su un altro pianeta rispetto alle comuni spremute di cuore condite con fette di luoghi comuni sull’essere donna, somministrateci dagli ultimi dieci anni di star-sistem mangiaspaghetti. Non c’è pericolo che le mie sperticature semantiche arrivino a veicolare in maniera efficace quello che intendo. Ascoltare per credere.

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Corridoio.

Lo spettacolo è durato quasi due ore, con interventi più o meno improvvisati e coordinati da parte del pubblico, nella variopinta cornice della casa di Italo, in un condominio molto liberty di Trieste, con interni reinterpretati in technicolor … che potete gustarvi in foto.

Chiara-mente era tutto a titolo gratuito e godereccio, con volontario contributo in vino. Avrei volentieri lasciato qualcosa in un cappello, da qualche parte, conscia del fatto che certe esperienze e la libertà insita nell’atto di parteciapare ad esse, certi attimi e spazi di condivisione, certi angoli, sono il famoso carpe diem di oraziana memoria, lo sbriciolarsi di un momento cosmico che non può e forse non deve avere alcun prezzo in moneta.

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*non posso linkarvi Facebook, non facendone parte, ma il profilo è pubblico per tutto ciò che riguarda la musica, quindi fruitene piuùcchemmai.

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La Robba_parliamo di vestiario … e di decluttering.

[articolo fortemente sconsigliato – opperchènno, Consigliato – alle “fashoniste”, sinonimo neogenerato di donnette]

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Settembre.

C’è poco di più distante da me dello lo shopping o del substrato socioculturale relativo alla frase “Non ho un cazzo da mettermi” pronunciata davanti alla Buckingham Palace delle cabine-armadio.

Dal giorno in cui ho saputo che mi sarei trasferita per frequentare la magistrale a Venezia al giorno in cui questo è effettivamente accaduto sono passati due anni e qualche mese. In questo periodo c’è stato un momento in cui mi è balenata l’idea di quest’impresa e da lì ho iniziato a fare varie sperimentazioni di vita futuribile, la maggior parte delle quali riguardavano la riduzione dell’enorme mole di Robba che avrei poi dovuto portare a braccia per mezza Italia.                                                                                                                                                                            Già una volta, tornata dall’India, ero rimasta scioccata e sgomenta rispetto a quanto la mia vita fosse opulenta e colma di frivolezze materiali. Era il 2010 ed ero tornata in infradito di gomma in aereo, lasciando nell’altro continente quasi tutto ciò che avevo. Arrivata a casa avevo iniziato ad imbustare il grosso della mia roba, soprattutto vestiti, oggetti e qualche libro e a distribuirlo ad amici, associazioni, mercatini …
Mi era capitato con le scarpe anni prima: ne avevo – come di punto in bianco –  23 paia e mi ero data come obiettivo di scendere sotto le 10: sono rimasta oscillante verso le 15 perchè Miasorella me ne passò quattro paia tutte insieme quando le crebbe il piede oltre il 37 e Mammozza me ne molla un paio l’anno minimo, perchè ha la straordinaria abitudine da roulette russa di provarle su un piede solo, senza camminarci … e poi le vanno strette e me le passa a me che ho i piedi fini e mi durano anche 8 anni perchè ne ho molte e le consumo poco.

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Ottobre.

Qualche giorno fa ho scoperto che l’operazione di far sparire il superfluo materiale si chiama “decluttering“. Ebbene, dopo questo sforzo di anni per ridurre la suddetta mole, ecco a voi le foto del mio fallimento sottoforma di innumerevoli valigie di Robba vomitata sul letto ogni volta che tornavo da Roma. Mese dopo mese, inesorabilmente acido lattico e mal di spalle, le mie o quelle degli eventuali accompagnatori. Poi ho voluto spezzare alcune lance a mio favore e ho trovato le mie brave scuse: 1. E’ dal secondo superiore che non cresco: alcuni vestiti li ho da 10 anni. 2. La ggente si ostina a regalarmi vestiti. 3. Mammozza si ostina a mandare al macero capi seminuovi che cerco di salvare come posso. 4. Miasorella è inqualificabilmente più alta di me e mi passa la suo Robba. 5. Sta tutto in due ante, due cassetti e una scatola, non è molto! (lo è se porti la stessa taglie della Barbie ma sei più bassa di lei !) … e così via. Forse sono scuse migliori di “Ma è una Chanel!”, o “Ne ho bisogno”, o “Tutte ce l’hanno” … ma la mia giuria si rifiuta ugualmente di assolvermi. Va bene, non compro nulla finchè non c’è qualcosa da buttare che va sostituito … e quindi non compro nulla. Perchè mi arrivano talmente tanti vestiti che il disavanzo è costante. Mi sento comunque una frivola consumatrice, schiava del possesso e figlia degli anni ’80. Ma voglio guarire !

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Ottobre, altro giro altro regalo.

Ecco allora ciò che ho imparato sui vestiti negli ultimi anni di autoanalisi: servono solo per non sentire freddo d’inverno, per non sedersi nudi in giro d’estate e per comunicare con gli altri se sei un drogato di magliette con scritte come “People Before Profits” … come me. Detto ciò i miei vestiti sono suddivisibili in una manciata di categorie: quelli che ho dal pleistocene, quelli si seconda mano, quelli ecologici e quelli regalati. Ed eccoci nel vivo della questione: cos’è un vestito ecologico? Considero “ecologico” un capo d’abbigliamento che abbia almeno tre delle seguenti caratteristiche:

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Dicembre.

E’ fatto per durare: come il vestito arancione della prima foto! E’ un abito di seconda mano di Luisa Spagnoli appartenente ad una collezione anni ’70 che è costato 1 euro più 8 di bottoni nuovi che ho voluto attaccarci io. E’ fatto per durare perchè … è durato è dura ancora! Scherzi a parte, per i vestiti, come per la verdura e per la frutta è come con gli uomini: tocca ciò che compri e non avrai brutte sorprese. Se ti vedi la mano attraverso il tessuto non è un buon segno (con buona pace delle mode degli ultimi anni). Se ha la fodera dentro è un’ottima cosa. Se stiri leggermente le cuciture e senti una scricchiolìo, è destinato a sformarsi …

– E’ fatto con materiale riciclato/biodegradabile/organico o è di seconda mano: è di lana al 75% minimo, di cotone biologico, di lino, di cotone biologico, di fibra di latte, di canapa, di stoffe ricavate da una tenda …

– E’ Made In Italy o almeno Made In Europe. Niente Cina, India, USA, Thailandia …

– E’ del commercio equo e solidale.

– La fabbrica in cui è prodotto utilizza energie rinnovabili o derivate da fonti alternative.

– La fabbrica in cui è prodotto devolve in beneficenza una parte consistente del ricavo.

– La fabbrica in cui è prodotto sottoscrive un codice etico rigido sia per i metodi di produzione che per i diritti dei lavoratori impiegati.

Non compro in nessun caso vestiti “firmati”, di marca, di marchi e prodotti da qualsivoglia multinazionale o colosso della moda. Ne’ tantomeno le collezioni “ecofriendly” – che a ben vedere non lo sono mai di questi ultimi che mi sembrano una presa per i fondelli vergognosa, un’offesa all’intelligenza e un atto di inumana paraculaggine sciacqua-coscienza. Mentre c’è gente che si fa il mazzo per produrre eticamente, questi aborti della creatività pensano solo a mantenere i dividendi alti riaccaparrandosi i compratori scettici.

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Gennaio.

Se non credete che esista al mondo niente del genere, vi sbuggero subito con i link dei miei vestiti:

Quello della laurea. E’ proprio quello della foto, tra l’altro.

Quello di Capodanno di qualche anno fa.

Quello per la comunione del cugino preferito (che si vuole giustappunto sbattezzare).

I prezzi sono commisurati alla qualità e alla lungimiranza di chi si interroga sul consumo cercando di sfuggire alle logiche di mercato: è meglio comprare 10 magliette che ti durano un mese ciascuna o una che ti dura per un anno?

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Aprile.

E, a proposito di durata, come si fa a rendere eterno un capo d’abbigliamento di buona qualità? Anche qui ho sviluppato le mie brave regole:

1. Usatelo poco: la migliore abitudine che mi abbia passato il mio Papozzo – e quella sola, spero – è quella di stare in casa con vestiti “da casa” e al lavoro con vestiti “da lavoro”.

2. Il saggio lavaggio: al contrario, separando i colorati (anche per tonalità!) dai bianchi e a 30 gradi con un detersivo ecologico.

3. Stenditura e non stiratura: i bianchi al sole che disinfetta e i colorati all’ombra e al contrario così non stingono. Sbattete tutto per bene e usate le stampelle per le camicie. I maglioni e i delicati, invece, si stendono in piano. La stiratura è off limits. Vendetevelo il ferro da stiro, barattatelo o buttatelo … o bruciatelo nella pubblica piazza assieme al reggiseno !

4. Impara e ripara: ci vuole veramente poco a riattaccare un bottone, cambiare una lampo, cucire una toppa o rafforzare una cucitura lenta. Pochissimo. Se volete vi faccio i video tutorial … ma sul serio … è elementare.

In realtà il problema della durata non dovrebbe neppure essere posto: anche un capo d’abbigliamento di qualità media può durare decenni. Abbiamo prodotto così tanto vestiario negli ultimi 20 anni, che potremmo tranquillamente fermarci per altri 20 e vivere ben vestiti comunque. Ed è un po’ ciò che suggeriamo al mondo comprando vestiti usati …

Certo, dovremmo riaprire i manicomi per tutte le donnette che dopo aver letto questa frase sono crollate sbavando in preda ad un attacco epilettico … Ma, d’altra parte, nessun cambiamento è totalmente indolore.

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“Io non compro” di Judith Levine, le imprese si fanno anche dopo i 30 anni ! E riescono !

E’ circa un mese che “lavoro” a questa recensione. Per la verità, è circa un mese che mi chiedo come sia possibile scrivere di questo libro e di questa donna straordinaria senza evitare di mancare totalmente il colpo, di non rendere giustizia al suo lavoro ed alla sua impresa. Ebbene, riuscirò a farlo o morirò nel tentativo. Che sennò mi si accumulano i libri da recensire ed è un disastro !

Scheda “tennica”:

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Titolo: “Io non compro”

Sottotitolo: Un anno senza acquisti, un’esperienza per riflettere sul potere del mercato.

Autrice: Judith Levine

 Titolo originale: “Not buying it – My year without shopping”

 Casa editrice: Ponte delle grazie

 Prima pubblicazione: 2006

 Prezzo: 14.00

 Pagine: 243

 Letto in circa 3 mesi, ma una studentessa-lavoratrice non fa molto testo …

 Quarta di copertina: “Facciamo promesse solenni. A partire dal 2004, io e Paul acquisteremo solo il necessario per il sostentamento, per la salute e per il lavoro […]. Non lo faccio solo per risparmiare, tuttavia sarei felice se succedesse. Non canterò le lodi della vita semplice e non dispenserò consigli su come viverla […]. Da un punto di vista materiale sopravviveremo. Non è certo quello che mi preoccupa. Ma mi chiedo se sia possibile che una persona continui ad avere una vita sociale, comunitaria o famigliare, un lavoro, relazioni culturali, un’identità, persino un sé al di fuori del regno delle esperienze e delle cose acquistate ? E’ possibile sottrarsi al mercato? ”

Recensione con citazioni: lo scenario si apre su una NY natalizia post-9/11. L’imperativo per il salvataggio della nazione è spendere, spendere, spendere. Lo shopping è divenuto un dovere patriottico, così come lo è il servizio di leva … e proprio a questo proposito Judith, l’autrice, la sua personale obiezione di coscienza: Io non compro ! Seguito da una densissima rassegna degli stili di consumo statunitensi con riferimenti a studi di mercato ed evidenze statistiche, salvo poi scoprire un vero e proprio buco per quanto riguarda le ricerche sulle scelte delle persone di essere meno compulsive e materiali nel soddisfare i bisogni. Il Buy Nothing Day è solo il piede prima di una ideale linea di partenza, ma essendo celebrato nel venerdì dello shopping statunitense per eccellenza, quello immediatamente precedente al Thanksgiving, acquisisce un valore di rito propiziatorio, canto alle muse, iniziazione. Il canto del gallo arriva carico di compulsione nell’ultima settimana dell’anno: convinto il marito della sensatezza dell’impresa, i coniugi passano il Capodanno nella tenuta del Vermont in preda ad acquisti last-minute di dubbia natura, come se il giorno successivo si dovesse scatenare un vero e proprio cataclisma. Una prospettiva sensata per una coppia di cinquantenni, rispettivamente un consulente di politica e risparmio energetico e una scrittrice ed editor a tempo pieno, istruiti, cosmopoliti e senza figli. Il bello è che Judith crede che siano proprio queste loro caratteristiche a renderli costituzionalmente adatti al ruolo. Rispetto alla media del paese in cui vivono, loro sono consumatori saltuari di beni deperibili, hanno perfino una sola tv, perfino molto vecchia. La dimensione delle cose ci sbatte prepotentemente in faccia quando la protagonista, ovvero, autrice del diario si abbandona ad una descrizione del contenuto della dispensa: otto tipi di riso, tre tipi di sale (aiutatemi a capire !) e nove bottiglie contenenti il medesimo numero di aceti diversi, può dare un senso a ciò che sottintendo. Un’amica cubana alla vista di ciò sei è sentita sopraffatta e nauseata … e te credo ! Il problema di gennaio, poi diventa quello di stabilire cosa sia la necessità e, soprattutto di stabilirlo apertamente, di fronte ad amici e parenti più che sconcertati. D’altra parte, ci viene ingenuamente ricordato che una coppia ambientalista vegetariana vive in 160 metri quadri di casa e può possedere tre auto con una naturalezza allarmante, ecco come: oltre al pick-up Chevy, che ci serve per andare nel bosco a raccogliere legna sterpi e concime per il giardino, Paul pissiede anche una Subaru Legaci del 1999 e io una Honda Civic del 1995. Il pick-up non è adatto per i viaggi lunghi. La Subaru, che invece lo è, consuma troppo perchè ha quattro ruote motrici. La Honda ha consumi ridotti, è affidabile per lunghi viaggi e ha un bagaglio capiente molto utile per gli spostamenti dal Vermont a NY, he può essere riempito all’inverosimile (compreso Julius nella sua gabbietta). Ma la Honda non ha quattro ruote motrici e diventa un rischio – infatti da noi in Umbria ne muore uno al giorno – usarla sulle strade innevate o fangose del Vermont. Durante la stagione piovosa usiamo la Subaru. Se alla guida della Honda mi impantano o resto bloccata in strada, Paul l’aggancia al pick-up e mi trascina a casa. Questo è il punto di partenza: ogni commento è superfluo. Il capitolo successivo, sulla psicologia del consumatore, si apre con un’imprecazione e con un flusso di coscienza semplicemente lirico dei percorsi “logici” che un consumatore medio è abituato a fare nei rari casi in cui deve giustificare a se stesso un acquisto inutile, che non gli porterà alcun beneficio se non quello momentaneo ed immediato di far parte della specie homo oeconomicus. Nel momento esatto in cui state per chiudere il libro in preda a spasmi soffocanti, la signora che citava Thoreau nel primo capitolo fa nuovamente capolino imbastendo una puntualissima analisi sull’economia neoclassica destreggiandosi tra Smith, Keynes e Malthus e gabbandoli tutti e tre. Ma a questo punto, e con un vuoto bibliografico insoluto, occore stabilire la falla nell’analisi neoclassica e si delibera che il consumo veicolato da quell’analisi passa per un individuo solitario che si relaziona agli altri tramite un’emulazione scientifica dei loro bisogni (che in economia è chiamata razionalità) che lei riporta all’aberrazione patologica di freudiana memoria. E’, in sintesi, una grave epidemia a cui il mercato pare aver risposto addirittura con un apposito farmaco, nella fattispecie un antidepressivo. La sua personale guarigione passa per un buddhismo indiretto che elimina i desideri e che compenetra i propri bisogni reali con quelli degli altri iniziando a parlare di mutuo soccorso disinteressato. E siamo solo al secondo capitolo. Da qui in poi, sul piano teorico sarà tutto un susseguirsi di consapevolezze, esperienze, domande e risposte supportate da analisi cristalline di fattori psicologici, economici, sociali ed intimi; sul piano pratico le vecchie abitudini spariranno e saranno poi rimpiazzate da quelle nuove. A livello lavorativo, senza un bicchiere di vino o una tazza di caffè, una riunione finisce per trasformarsi in un arido incontro di lavoro e la vita culturale è imperniata attorno al quesito E’ gratis? Si schiudono le porte delle biblioteche e del loro stato decadente, si spalancano le persiane del teatro fatto dalle associazioni ( il divertimento gratuito è rimasto un secolo indietro rispetto a quello a pagamento) e dei gruppi Voluntary Simplicity di auto-coscienza tardiva in cui gli squattrinati decantano le gioie autoindotte del vivere semplice e i nostri due privilegiati astensionisti cercano di non sembrare troppo ridicolmente sfacciati. In primavera, dopo aver ripercorso la storia dell’uomo in chiave consumista, sorge un nuovo problema : la sensazione di scarsità materiale e quella emotiva, anche la noia: quest’anno io e Paul abbiamo volontariamente deciso diessere bambini all’interno di una cultura che equipara la condizioe di adulto all’autonomia e l’autonomia alla capacità di trovare una via d’uscita dall’impasse comprando; l’mpasse è la noia, la designazione del desiderio. Il superamento del desiderio passa per le foto di Abu Ghraib, i tagli all’amministrazione pubblica, il taglio fiscale da 350 miliardi di dollari … la figura di Paul manca un po’: un diario a 4 mani sarebbe stato più completo, ma la voce femminile avrebbe perso di intimità, forse. L’estate porta questioni pratiche e sentimentali: l’etica del dono si scontra con la convenzione sociale del dono: non vi dico cosa vince … ma è poesia e c’è una grande lezione da imparare sull’affetto e sul valore affettivo degli oggetti. Le lezioni imparate permettono a Judith di allontanarsi dal mercato ed essere fiera di se stessa dopo mesi di rmbrott allo specchio e senso di inadeguatezza, così passiamo alla Radical Simplicity di Richard, che vive in autosufficienza, ai limiti della povertà economica ma ben proiettato verso una pace interiore e dichiara che i soldi non sono utili. Sono ben utili per la macchina del terror-business, invece: torna l’11 settembre e la chiave è imparare a gestire le proprietà, i regali degli amici, il doni … giusto in tempo per aderire alla campagna Compra il tuo presidente ! In piena campagna elettorale giunge puntuale la riflessione sul branding e sul consumo che è politica, perché anche l’attività politica è una forma di consumo. Judith non può godersi i comfort della vita newyorkese senza pensare ai problemi dei lavoratori e all’impatto ambientale, ma appena è libera dal desiderio di acquistare ecco che è libera dal desiderio di giudicarecoloro che desiderano comprare. Ed ecco che si lancia nella descrizione del suo mondo ideale in cui ho sottolineato uno stato forte.

 Ho adorato la cultura, l’ironia e la voglia di mettersi in discussione di questa donna. Dalla prima all’ultima pagina. La sua personale “Follia della donna”, sparisce davanti al cambiamento radicale delle sue abitudini. Non si limita a non comprare la maggior parte delle cose che riempivano il suo carrello di settimana in settimana, ma radicalizza il cambiamento iniziando a fare acquisti consapevoli, sempre di più e con spirito critico.

Vi sfido a provarci per una sola settimana.

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Carsharing: giudizio definitivo … 10 !

Sono partita ieri alle 12.00 e tornata stasera alle 18.00 circa.

 All’andata ho viaggiato con Chiara e al ritorno con Fabrizio e ho speso complessivamente 60 euro.

Ma non è una questione di soldi, vi voglio far capire lo spirito della faccenda, se possibile molto più roseo di quanto perfino io potessi immaginare: Chiara è una donna straordinaria, una chitarrista cantautrice con un occhio sempre logico, pronta ad affrontare con spirito critico e sincera partecipazione ogni argomento. Abbiamo viaggiato senza soste io, lei e la sua chitarra e il viaggio è davvero volato, nonostante la pioggia e la neve che ci ha di tanto in tanto rallentate. Arrivate a Roma mi ha perfino regalato un’abbonamento mensile della metro che le era stato lasciato dalle precedenti “globe-trotter”. Non vedo l’ora di andare a sentire uno dei suoi concerti !

Fabrizio è la generosità fatta uomo: ogni sportello della macchina era munito di bottiglietta d’acqua e cioccolatino di ben venuto. Ci ha offerto il caffè e parte del pranzo, ha portato le altre ragazze fino sotto casa mettendo a disposizione il suo telefono per chiamare eventuali attendenti. Come tutti i romani ama chiacchierare e scherzare, ma ama approfondire le conversazioni con un loquacissimo contraddittorio. Spero di ritrovarmelo come chauffer al più presto. Le compagne di viaggio erano un’australiana in viaggio pre-universitario e una tuttologa ultrachiacchierona che ci ha fatto scoprire l’origine del bondage nell’antico Giappone per scopi tutt’altro che erotici.

Date retta a me: la gente è straordinaria !

Ps: ero andata a Roma per votare ed ho imparato una grossa lezione … quelli che voto io non superano lo sbarramento.

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Very Inspiring Blogger Award by SCassandra

Ricevo e volentieri ritrasmetto il qui presente premio a chi ha voluto onorarmi di cotanta onoreficenza, ovvero il proliferissimus, internautissimo Raimondissimo !

Le regole :
1. Copia e inserisci il premio in un post
2. Ringrazia la persona che te l’ha assegnato e crea un link al suo blog
3. Racconta 7 cose di te
4. Nomina 15 blog a cui vuoi assegnare il premio e avvisali postando un commento nella loro bacheca

7 cose su di me :

Sono una no-global

Sono una hippie

Sono neofemminista

Sono ecologista

Sono pacifista

Sono una SCASSAMINGHIA di professione

Sono neocomunista

  1. http://raisingmyrainbow.com/Una mamma americana alle prese con uno straordinario figlio “Gender creative”, il sito è in inglese, quindi non le linkerò il mio premio. Una persona così non ne ha alcun bisogno.
  2.  http://5minutiperlambiente.wordpress.com/ Si, questa lista sarà piena di siti ambientalisti o filantropici e anche cinofili e di sinistra.
  3. http://tribunodelpopolo.com/ Un blog di sinistra. Quella vera. Finalmente.
  4. ECO QUOTIDIAN* E gli altri non li commento … che ho sonno !!!
  5. Un mondo sbagliato No, vabbè, facciamo le cose fatte bene. Questo è un blog con annunci di adozione di cani a rischio soppressione.

  6. La disoccupazione ingegna … E soprattutto … è sempre in agguato !

  7.  Casa Squirters Squirt it out !
  8.  malditestadellimmigrata Altro che momendol !
  9. La principessa sul pisello Vostra grazia.
  10. Ecocucina Poteva mancare ???
  11. Piciclisti Padri di “Senz’auto“.
  12. Lavoro Verde E speriamo !

  13. Michela Marzano Altro che femmine e donnette !
  14. Patuasia News Perchè la Valle D’Aosta non solo esiste, ma è viva e vitale !
  15. ParteCineseParteNopeo E anche la Cina esiste … ma non quella che pensate voi.

Non voglio vincere premi maippiù: questo post è stato straimpegnativo !!!

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Si comincia dalle scarpe.

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Ettore Mo ha insegnato alla sua allieva Milena Gabanelli che quelli come noi sono perennemente bloccati su un treno, un treno che corre e da cui non si può scendere per andare a fare pic-nic con gli altri. Si può solo, una volta saliti, stare su e sperare che il viaggio porti ad un buon posto. Guardare fuori, al massimo.

Posso dire, in questo momento, di essere con un piede sul predellino e una mano sulla maniglia della porta di questo treno. Il mio peso è già dillà. Sono sul treno di quelli, per fare un’altra citazione, che credono alla Verità della coperta (che risulta indisponibile su tutta LA Rete … nessun video che parta … pensate quant’è pericolosa !!!), ovvero che tutto è collegato e che con quest’infinita fune della cause e dell’effetto c’è da farci i conti per evitare di ritrovarsela metafisicamente attorno al collo. E non c’è un cazzo di religioso in questo. C’è solo la realtà di se stessi da accettare, ovvero che si è predestinati e incatenati ad una granitica coerenza. Non possiamo non mettere tutti noi stessi nel fare ciò in cui crediamo, mancare alla parola data, arrivare tardi all’appuntamento, mentire, tradire, buttare la cartaccia in terra … o meglio, possiamo fare tutto questo sapendo che dopo perderemo il sonno, la pace, agli stadi più avanzati perfino il senno. Scoperta ed accettata l’ineluttabilità di questo destino, non c’è altro da fare se non darsi le regole, la direzione verso cui sviluppare questa coerenza e le mie regole finiscono pedissequamente per coincidere con quelle di taluni individui morti di morte violenta, ma che forse – o almeno è ciò che mi auguro – non moriranno mai. Ad esempio, le mie regole, coincidono con quelle del personaggio che a pronunciato il seguente discorso negli anni ’80 davanti all’assemblea generale dell’ONU, con la differenza che lui parla davanti a tutti a nome di molti e io parlo a un computer di me.

Si noti bene che la chiave di lettura del suo intero operato è: Cooperare e condividere.

Chi mi ascolta mi permetta di dire che parlo non solo in nome del mio Burkina Faso, tanto amato, ma anche di tutti coloro che soffrono in ogni angolo del mondo. Parlo in nome dei milioni di esseri umani che vivono nei ghetti perché hanno la pelle nera o perché sono di culture diverse, considerati poco più che animali. Soffro in nome degli Indiani d’America che sono stati massacrati, schiacciati, umiliati e confinati per secoli in riserve così che non potessero aspirare ad alcun diritto e la loro cultura non potesse arricchirsi con una benefica unione con le altre, inclusa quella dell’invasore. Parlo in nome di quanti hanno perso il lavoro, in un sistema che è strutturalmente ingiusto e congiunturalmente in crisi, ridotti a percepire della vita solo il riflesso di quella dei più abbienti. Parlo in nome delle donne del mondo intero, che soffrono sotto un sistema maschilista che le sfrutta. Per quel che ci riguarda siano benvenuti tutti i suggerimenti, di qualunque parte del mondo, circa i modi per favorire il pieno sviluppo della donna burkinabé. In cambio, possiamo condividere con tutti gli altri paesi la nostra esperienza positiva realizzata con le donne ormai presenti ad ogni livello dell’apparato statale e in tutti gli aspetti della vita sociale burkinabé. Le donne in lotta proclamano all’unisono con noi che lo schiavo che non organizza la propria ribellione non merita compassione per la sua sorte. Questo schiavo è responsabile della sua sfortuna se nutre qualche illusione quando il padrone gli promette libertà. La libertà può essere conquistata solo con la lotta e noi chiamiamo tutte le nostre sorelle di tutte le razze a sollevarsi e a lottare per conquistare i loro diritti. Parlo in nome delle madri dei nostri paesi impoveriti che vedono i loro bambini morire di malaria o di diarrea e che ignorano che esistono per salvarli dei mezzi semplici che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo piuttosto investire nei laboratori cosmetici, nella chirurgia estetica a beneficio dei capricci di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di calorie nei pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel.

 Ebbene, il passo successivo è il Che fare ? di leniniana memoria. Da dove partire e per andare dove, o nel mio caso: voglio davvero vivere così ? Si scende da qualche parte? Si torna al Via ? Come non essere me stessa (anche questa citazione introvabile in video …) ?

 Se così è, credo che mi sia toccato un destino comodo. Essere su un treno significa non dover pensare troppo alla destinazione e, soprattutto, significa essere meccanicamente trasportati alla meta. Lasciarsi trasportare è la chiave. Salire con il biglietto vidimato. Abbassare il volume del cellulare. E scendere alla propria fermata. Non prima. Beh, quella della discesa … fa parte dell’umano.

 Quindi, siccome ho il piede sul predellino e sto per salire definitivamente, essiccome senza scarpe non si sale, è chiaro che un’altra cosa che fa parte dell’umano occidentale e che è veramente, al di là di ogni ragionevole dubbio, necessaria, sono le scarpe.

Senza scarpe sei morto, come diceva Il Greco a Levi: senza scarpe no trovi cibo.

E non è cambiato poi molto visto che per comprare il cibo ci servono dei soldi e che per guadagnarci quelli magari stiamo otto ore in piedi al giorno e ci spostiamo col medesimo mezzo per evitare di buttare al cesso i ricavi del nostro lavoro.

Il mio bisnonno da piccolo camminava tutta l’estate scalzo. Gli si formava uno strato di callo spesso mezzo centimetro sotto la pianta del piede, dopo tre mesi di scorribande. Allora ritagliava il copertone di pneumatico a forma di piede e lo cuciva al callo, sui lati. Vi racconto questo perchè mi ha fatto molto ridere scoprire che un calzaturificio spagnolo deve aver immaginato qualcosa di simile quando ha progettato queste scarpe

 Dopo un’attenta riflessione, credo che le scarpe migliori che l’uomo sia mai stato in grado di fabbricare siano quelle di cuoio, a pianta larga, con il plantare, con le componenti cucite oltre che incollate. Sembra di essere in ciabatte, non si suda, non si ha freddo, non si puzza, non ci si bagnano i piedi e in Italia le facciamo benissimo, tant’è che il suddetto calzaturificio si avvale di manodopera, progettazione, soprattutto, brevetti italiani che ci siamo fatti bellamente soffiare … è tradizione anche quella !

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Cosmesi Carlitica e fine del mondo … tant’è …

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Ho creduto fino a pochi giorni fa che la fantomatica fine del mondo fosse prevista per oggi. Il 12 12 12 mi suonava più apocalittimo … come i numeridi assistenza per la manutenzione degli elettrodomestici capricciosi. Eddunque mi ero già fatta un’idea appropriata al riguardo: tant’è. Il mio essere assolutamente nonna per la vita mi dà una certa serenità riguardo la morte. La accetto senza problemi, mi aiuta ad occuparmi dell’ attimo … la ringrazio di ridare la giusta dimensione alle cose e alle persone, e alle cose delle persone. Il peggio di andarsene prematuramente è lasciare interdetti tutti quanti … a portare a spalle una barra inaspettata. Allora, se proprio è il caso di andarsene prematuramente, meglio fare un salto BUM! istananeo e contemporaneo oltre la linea gialla.

E non lasciare nessuno indietro a piangere e disperarsi.

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Fine. Cambiamo completamente argomento facendoci introdurre dalla qui presente signorina ad un mondo dorato ma piuttosto insidioso che ho avuto modo di nominare recentemente: la cosmesi eco, ecobio, ecoeco e, in particolare la cosmesi casalinga. Si chiama Carlitadolce e me l’ha presentata La Finlandese su youtube tempo fa. Questa ragazza, che ha palesi competenze tecniche nel settore chimico, spiega tutto quello che non va nella cosmetica moderna: enumera tutte le componenti dannose per noi e/o per l’ambiente, consiglia prodotti con ingredienti appropriati e per tutte le tasche e crea ricette alternative a tutti i cosmetici in commercio … dalla ceretta e la machera che ho già postato, alla crema per le rughe alle ascelle … LEI LO HA FATTO ! E vi spiega come farlo a casa. E’ un po’ femminuccia … bisogna ammetterlo … le piace il rosa e si trucca con la cazzuola … ma parla un sacco: più di me ! Ha un gran senso dell’umorismo, è preparatissima su tutto ed è una fonte totalmente indipendente perchè non accetta leccate di culo da nessuno scagnozzo dell’industria cosmetica. E’ vera … VERA come un ruscello o un mazzo di papaveri ! In più mi fa morire dal ridere perchè ogni cosa che crea è corredata da una spiegazione sull’uso e sostiene di usare “una volta a settimana” circa tutto ciò che propone … al che ho immaginato casa sua come un impero del cosmetico di sole due stanze: la cucina per spignattare e il bagno per usare gli spignatti ! Per quanto riguarda la cosmetica verde e a basso costo, lei è e sarà sempre la mia fonte primaria.

 Per fare un sunto a chi vuole l’informazione veloce dirò che in tutto ciò che ingeriamo spalmiamo o sfreghiamo non devono esserci parabeni, PEG, siliconi (il nome finisce sempre in ONE), cose il cui nome ricorda “petrolio” o “Benzina”, paraffina e SLS. Soprattutto mi fanno incazzare quelli con ingredienti biologici e carrellate di siliconi … per la serie “Ti faccio pat-pat sulla testa dopo averti steso con un destro”.

Al secondo posto inserisco una vera e propria droga che vi toglierà qualsiasi dubbio sulla’ecocompatibilità e la nocività degli ingredienti dei cosmetici: il BIODIZIONARIO !

 Certo, c’è anche “al femminile” e “sai cosa ti spalmi”, ma io non li amo e quindi non li linko … perchè sono troppo da femmina … l’idolatria del trucco fa parte del famoso discorso su femmine e Donne e sui relativi linguaggi e stili di vita. Sono sempre piuttosto orripilata da chi mi si lamenta del sonno perchè si alza ogni mattina alle 5 per “Prepararmi” leggi: stuccarsi la faccia come un clown e poi magari ti dice “Ma no … ho messo solo un po’ di CREMA COLORATA”. Certo. E le stalattiti sono venute dopo la gita alle grotte di Postumia immagino.

 Penso che le donne dedichino tempo, denaro e materia grigia in quantità eccessiva a tutto ciò che concerne l’apparenza. E che dedichino un’infinità di tempo in meno alla realizzazione non estetica di se stesse, a godersi la vita, la profondità delle cose … le supercazzole. Ancora una volta, l’uomo che si alza alle 8 per entrare alle 8.15 al lavoro è un fico, se lo faccio io sono una sciamannata o, come dice mamma: “La fia de nessuno”. Io pretendo di non essere giudicata nè positivamente nè negativamente per il mio aspetto esteriore e lo pretendo in primis da me stessa, se non altro per coerenza. Questo perchè l’uomo con la faccia da sonno e la barba di tre giorni e i vestiti di ieri si accetta ed è accettato. La donna senza trucco e parrucco ha il sentore di non essere accettata oppure di per sè non si accetta e dunque difficilmente è accettata. Soprattutto dalle sue simili.

– “Perchè non ti VALORIZZI ? … L’eye-liner ti donerebbe moltissimo … per non parlare del blush e della BB Cream e del pinsler del kesler con supercazzola prematurata con scappellamento a destra.”

– “E perchè non ti valorizzi tu? Una frase con subordinata, congiuntivo azzeccato e una manciata di spirito critico ti donerebbe moltissimo … per non parlare del diploma di quinta superiore, un lavoro, la lettura di un giornale che non sia Elle e di un libro che non sia di Sophie Kinsella o simili, un uomo meno scimmioide e una paura di tutto meno evidente di … antani” … disse la Donna che entrò in Truccheria (l’ultima volta nel 2009) chiedendo ingenuamente una crema doposole e venne sbeffeggiata dalla commessa perchè non fu in grado di indicare quale crema desiderava se non dicendo “Quella che costa meno”.

 Sarà che non abbiamo fatto naia per secoli, come gli uomini, ma siamo delle sporche esclusiviste. Non c’è cameratismo tra noi, anzi, c’è un certo godimento nell’escludere il diverso, il “non della mia cerchia”, nel puntare il dito, nel parlare alle spalle, nel nuocere direi … Un fenomeno estremamente interessante che ho sperimentato moltissime volte di persona e mi ha sempre dato l’opportunità per fare delle supercazzole clamorose.

 La mia chiave, per buttarla sullo slogan, non è tanto “Meno apparire e più essere” … piuttosto “Meno voler apparire e più FARE”.

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Se’bbella voi apparì…meglio prevenì, finchè cce stà’a salute.

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Siccome non riesco a mettere la musica di sottofondo … la metto qui.

 Mi sono accorta durante il weekend triestino, sotto centimetri 20 di neve, che è arrivato l’inverno. Ohibò.

 E la gente d’inverno si ammala e prende un sacco di medicine spendendo un sacco di soldi.

 Allora, per emulare la ragazza col tacco, ecco il seialogo su come non ammalarsi e non imbruttarsi, per spendere meno in medicine – Bayern merda ! – e cosmetici plasticoni.

1. Sei quello che mangi, se mangi merda sei stronzo: mangiare come cresta comanda, è ineluttabilmente positivo per l’organismo. Verdura e frutta di stagione, meglio se biologica, a volontà a tutte le ore. Miele al posto dello zucchero, agrumi a stufo e cereali il più vari possibile(grano e riso, si, ma anche farro, avena, miglio, orzo, grano saraceno …), preferibilmente integrali e biologici: se non biologici, meglio non integrali … se no vi mangiate integralmente pure tutte le schifezze che ci mettono. Nel mio libro – non l’ho scritto io, l’ho ricevuto in regalo- di cucina vegetariana (il cucchiaio verde) c’è un elenco di disturbi più o meno comuni associati ad una serie di cibi appropriati da consumare per guarire prima, ecchepperò vanno benissimo anche per non ammalarsi. La regola del “di stagione” vale sempre, ma mi sono permessa di isolare i malanni di stagione e selezionare per voi tutto ciò di cui è il caso di abbuffarsi senza pietà: aglio, mele, carote, cavoli di tutte le fogge e tutti i colori, frutta secca di ogni tipo e ogni quantità … che fa un sacchissimo bene alla pelle e ai capelli. Se prediligete cibarvi di bestie, preferite quelle acquatiche – non surgelate … NULLA DI SURGELATO E’ AMMESSO – o quelle di carne bianca, quella rossa e quella insaccata o affettata usatela per festeggiare, come i sigari della vittoria. Latticini e latte con moderazione … niente latte fa bene ad un sacco di roba … dicono. Se non mangiate bestie assicuratevi di compensare come si deve le possibili carenze di ferro, calcio, vitamina B12 e, anche se raro, proteine. Tutto ciò è il grosso del lavoro che permette di non ammalarsi o di guarire in tempi fulminei, di avere pelle, capelli unghie eccetera a posto … anche se queste ultime cose hanno un’importanza davvero relativa …

2. Copritecheffaffreddo : vestirsi in maniera appropriata sta diventando un dilemma. Continuano a riempirci i negozi di vestiti che costeranno pure poco ma sono di pessima qualità, fatti di plastica, con coloranti che stingono per anni, che si sbrindellano al primo lavaggio e che … Non coprono ! Secondo me l’unico scopo dei vestiti è quello di coprirci d’inverno e di evitare stupri d’estate … quindi se quei vestiti non coprono d’inverno e fanno strasudare d’estate, sono inutili come un culo senza il buco. La cosa migliore in questi casi è andare a vedere cosa fanno le persone che vivono in paesi davvero freddi, o dei nostri nonni che sono sopravvissuti ad un’infanzia priva di riscaldamento centralizzato. Entrambi hanno trovato il medesimo escamotage: la lana. Ma quella vera ! Quella spessa ! Come ho detto, non sono per l’animalismo: non compro capi Benetton, prima di tutto perchè è una multinazionale e anche perchè ho scoperto cos’è il mulesing … ma il tessuto isolante per eccellenza esiste da quasi sempre e dunque si trova facilmente usato e dunque a basso costo. Anche sulle giacche di pelle di seconda mano, apposto. Poi esistono le scarpe di pelle, il Gore-tex, le imbottiture … insomma: se mi dici “Ho freddo” e hai indosso un vestitino in poliestere giro-passera con calze velate … Ma chettedevodiì ?

3. Bbevi che te passa !: altro metodo per scaldarsi è quello di bere continuamente acqua calda o meglio tisane di ogni specie: per l’inverno consiglio quella al timo e l’infuso di rosa canina con il miele. In oriente si bevono solo liquidi a temperatura corporea: dai 36 gradi in su. Questo, soprattutto in prossimità dei pasti e sia in inverno che estate, evita traumi all’esofago ed al tubo digerente oltre che facilitare la digestione. Per quanto riguarda gli alcolici, io non potrei farne a meno, se non con una creatura in grembo che è il caso di non etilicare prima che sia uscita dall’utero. Esclusi quei nove mesi non mi priverò MAI del bicchiere di vino rosso durante i pranzi della domenica, della romanella di settembre, della birraquellabbuona, dell’irish coffee, del white russian, della sangria estiva a piscine … ringrazio di essere una dal vomito facile, perchessennò, con tutto ciò che ho bevuto in anni non sospetti, il coma etilico non me l’avrebbe tolto nessuno. Epperò evitare di spaccarsi la faccia tutte le volte che si esce è davvero una scelta saggia. Ecco un video eloquente fatto da un cliente del bar la sera “Del redentore”, che qui a Venezia è un’istituzione che riempie l’A.A.A. di soggetti sempre nuovi.

3. Movite ! : mezz’ora al giorno. L’obeso non è una persona sana … i compagni yankees d’oltreoceano sono piuttosto eloquenti. Quindi, andate a correre, ballate, saltate sul letto o andate in bici. L’ideale è farlo tutti i giorni. A me piacciono gli “sport” che puliscono l’aria e riducono la Global Footprint di cui parlammo: correre all’aria aperta, andare al lavoro in bici o a piedi, fare tanto ammore (vedi punto 7), fare le scale a piedi anzichè in ascensore … insomme, fate vobis … ma alzate il culo.

4. Fattela ‘na risata, che magari domani te sveji sott’an’cipresso ! : il buon umore fa bene alla salute. Guardate poca tv e tanti film stimolanti e divertenti come Moonrise Kingdom, in cui ci sono messaggi positivi e stimolanti. Buttate tutti i film di Inarritu al macero, se li trovate esposti nei negozi nascondeteli come faccio io coi libri di Moccia. Non ascoltate canzoni in minori … scorpacciatevi Elvis. Scegliete brave persone attorno a voi, ma soprattutto persone capaci di farvi ridere e non prendetevi sul serio … se no poi vi sentirete malati. E per noi donne è già un gran problema, visto che in tv ci ammaliamo solo noi e poi abbiamo ‘stocazzo de ciclo tutti i mesi che pare che stamo a morì. Se guardassimo più Griffins e South Park saremmo meno nevrotiche e non ci soffermeremo sulle frasi idiote degli assorbenti studiate da un team di strizzacervelli per farci sentire piccole, vulnerabili, malate, sporche e irrimediabilmente deficienti.

5. Fuma come un finlandese: in Finlandia le sigarette costano un botto. Fumare è così mal visto che le scuole hanno un’area fumatori di pochi metri quadrati e rigorosamente celata ad occhi blu signorili sul retro dell’edificio. Sono pochissimi gli studenti che si avventurano nelle temperature artiche di quei luoghi appositamente per aspirare cannucce di cancro. Fumare fa male, è fastidioso per chi sta intorno, annerisce i denti, invecchia la pelle e i capelli, crea problemi cardiovascolari e fa venire il cancro. In più è costoso e l’industria del tabacco è corporativa e incredibilmente inquinante. Se proprio dovete, riducete il numero il più possibile, prediligete il tabacco meno catramoso che trovate, così potete scegliere i filtri biodegradabili e le cartine di carta riciclate … e mangiare un sacco di carote biologiche crude per limitare i danni alla gola. In ogni caso riducete il numero di sigarette il più possibile. Eppoi risparmiateci le scuse tipo “Ne fumo una tantum …” … appunto … dovrebbe essere più facile smettere.

6.  … perchè la droga fa male … : niente droghe sintetiche. Niente. Droghe. Sintetiche. Neanche per provare e neanche una volta. Niente MDMA, niente coca, niente ero, niente crack, anfetamine, metanfetamine, speed, mescalina, acidi, cristalli … No. Il rischio è troppo alto. Quelle non sintetiche (marijuana, hashish, funghi allucinogeni, noce moscata, fili di banana, oppio …) … garantitevi robbabbuona, ovvero, andate nei paesi in cui è legale così vi fate un bel viaggione in tutti i sensi e uno Stato protestante con l’economia in crescita controlla che le cimette siano del colore giusto e che lo sballo fisico, psichico e sensoriale dei funghetti sia quantificato in pianetini – da uno a quattro – sulla confezione e che la rastona dello smartshop ti tramortisca di dettagli su eventuali effetti collaterali e su come farli sparire all’istante con bevante molto zuccherate. Ah … e non esageriamo con il caffè !

7. A chi piace la chimica ? : non dico a nessuno ma … nessuno si è mai presentato a me dicento “Ciamo, mi chiamo Pippocentrico e amo la chimica”. Ci sarà pure un motivo. Secondo me è perchè le tinte chimiche fanno prudere la testa, il settore tessile sintetico genera inquinamento e come abbiamo visto non svolge alla sua funzione primaria, i solventi chimici intossicano e la plastica soffoca i cetacei. Il cibo OGM o sintetico, tipo i cereali blu e rosa che di cui gli americani infestano il latte possiamo spararli in una massa compressa insieme a Sarah Jessica Parker, i Tea Party, i dittatori e gli stupratori per deviare il satellite che impatterà non so quando sulla terra. Così, in un mondo senza più stupratori potremo finalmente andarcene in giro nude tutta l’estate.

8. Aiutati che idiota-yuta : questo messaggio è sotteso in tutto il testo. Però per l’inverno ingurgitare un misurinoino di pappa reale ogni mattina è molto più hippie del multicentrum, che tra l’altro mi ha fatto vomitare un paio di volte. Avevo bisogno di dirlo.

9. Vuoi un mondo pulito? Scopa ! : fare tanto ammore e bene, aiuta tutto e tutti a livello psicofisico. Una canzone degli Skiantos dice “Fallo contento … Fallo qui, fallo là …” SACROSANTO. Ma mentre i nostri conterranei maschi sono stimolati fin da piccini a farlo molto e bene. A noi ci viene assegnata la parte molle e sottomessa. Loro sono stalloni, noi troie. Chiaro. Ma apriamo l’era della Fiera Porcaaa !!! Prendiamo contatto con il nostro corpo e con i nostri desideri e soddisfiamoli facendo tanto sano sesso di qualità: in tante posizioni, in tanti luoghi, iniziare presto per godersi il mutamento dal sesso sedicenne a quello diciottenne a quello ventenne e così via … con chi ci pare e nel modo che ci pare e con chi ci pare: io ho dovuto provare il secondo per scoprire che il primo era un eiaculatore precoce, ed ho dovuto provare il successivo per iniziare a familiarizzare con il vero significato della parola “dimensioni” eccetera. Ora sono scientemente monogama – ma d’altra parte, per me, la fila s’è sempre fatta uno per volta … – da 4 anni e avrò i miei buoni motivi … OTTIMI motivi … Le regole sono rispetto universale, la sperimentazione forsennata e protezione da gravidanze indesiderate e malattie veneree. Per il resto diamo avvio alla rivoluzione delle Fiere Porche !

10. Curati ! : e se poi ci si ammala, valgono tutte le raccomandazioni precedenti. Più un vademecum di non medicine che curano i malanni di stagione e non: per il raffreddore abbiamo il miele e l’infuso al timo che stura il naso e sfiamma; per la sinusite sempre timo e pezze calde(con acqua calda o sale grosso saltato in padella … no, non scherzo) sulla fronte; per la febbre timo, echinacea e rum caldo con miele e una scorza di arancia; per il mal di gola miele, propoli e gargarismi con acqua e sale. Per qualsiasi altro acciacco esiste almeno un’erbetta curativa, basta cercare. Anche l’omeopatia non è male ma costa un sacco. Sul fatto che funzioni c’è chi ha dei dubbi e parla di effetto placebo al 100% … eppure negli allevamenti biologici ci curano gli animali … ve la immaginate una pecora che si fa i dialoghi mentali tipo “Mi sento meglio … molto meglio … si, tu ti senti meglio … BEEEEE !”.

Ps_ la maschera che mi sono spalmata è facilissima: un cucchiaino di yogurt bianco, uno di miele e uno di argilla verde in polvere. Conservare in frigo !!!

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