(forse) Si.Può.(ri)Fare!

Vivere da sola in Italia, a 25 anni, con 450 euro al mese e a impatto zero.

Liebster Award … largo ai piccoli !


Liebster Award

Ringrazio la piccola – immagino – piccolissima SeleneQueen – stelli’ … però ‘sto nome è ad alto rischio cyberpedofilia ! -per la nomination al Liebster Award. Ammetto di essere stata tentata di non mettermi a rispondere … Ma quando sono andata a leggere la versione di questa ragazza e ho capito che si trattava di una vera e propria piccinina ho pensato: “Mammò perché ‘sta creatura deve esse’ vittima della mia indomita stanchezza ???”. Eqquindi, eccoci qua !

Le regole:

1. Ringraziare il blog che ti ha nominato e assegnato il premio

2. Rispondere alle undici domande richieste dal blog(ger) che ti ha nominato/a

3. Scrivere 11 cose che parlano di te

4. Premiare a tua volta 11 blog con meno di 200 follower

5. Formulare le tue 11 domande per il/la blogger che nominerai

6. Informare i blogger del premio assegnato

1) Grazie !

2) Le undici domande della piccinina =)

Colore preferito: tutti. Tranne il rosa.

La mia passione: appassionarmi.

Come mi descriverei: eviterei di farlo perchè non credo sia utile ad alcunché.

Ciò che mi fa sorridere: lo stipendio, dato che DEVO sorridere da contratto 6.40 ore al giorno.

Il primo libro che mi viene in mente: Il principe di Machiavelli.

Latte, té o caffè ? Tè.

Hobbies ? Ni.

L’animale più fastidioso è … L’evasore fiscale.

Ti sei annoiato a rispondere a queste domande? Nu.

3) Undici cose su di me

1 Non so perché ma da un bel po’ che mangerei SOLOOO dolci.

2 Non sopporto il calcio il tennis e la palla a volo … ma quando ci sono le Olimpiadi mi sveglio anche la notte per guardare le gare in diretta.

3 La suddetta proposizione non è valida per Pechino 2008 che ho integralmente boicottato.

4 Odio lavare i piatti e piuttosto cucino per tutti i presenti … così non li devo lavare. Tra l’altro …

5 … adoro cucinare !

6 Sono una maledetta perfezonista perché vendo da un passato di ossessivo compulsivismo conclamato: avevo i vestiti nell’armadio ordinati per colore e per pesantezza di tessuto, non riuscivo a fare nulla se c’era un solo oggetto fuori posto e nei miei cassetti gli oggetti erano stipati a incastro.

7 Sono guarita, eh. Ogni tanto mi rendo conto che a livello mentale c’è ancora questa spinta verso un ordine cosmico assoluto … è il mio lato Asperger.

8 Non mi depilo da un saaacco di tempo.

9 Avevo una collezione di piante grasse che ho iniziato alla scuola materna con una piantina costata mille lire che avevo chiamato Micamea. E’ ancora viva e sta sul terrazzo dei nonni.

10 Con i miei genitori abbiamo traslocato in media una volta ogni quattro anni, cosa che ha sparpagliato tutta la collezione di piante grasse, tranne la Micamea.

11 Mi soono davvero stufata di vivere a Venezia.

4) Le 11 domande

1 Quali sono i cinque mestieri che potresti fare per almeno quindici anni felicemente ?

2 Ispiraci: cosa fai ogni giorno per salvare il mondo ?

3 … e per distruggerlo ?

4 Se avessi la possibilità di far sparire dalla faccia della terra quattro persone, chi sarebbero ?

5 Se avessi la possibilità di far ricomparire e rendere immortali quattro persone, chi sarebbero ?

6 Qual’è la cosa più importante che senti di aver davvero compreso nell’ultimo anno ?

7 Quanti figli vuoi ?

8 Con quale proposito, davvero, hai aperto questo blog ?

9 Da zero a dieci quanto ti consideri razzista?

10 Da zero a dieci quanto ti consideri pacifista ?

11 Da zero a dieci quanto ti consideri ?

5) Siccome non ho modo di sapere il numero dei seguitori di tutti i blogghe che mi piacciono, essiccome l’aggettivo Liebster non mi è chiarissimo,ho deciso di nominare la mia premiatrice e pochi altri eletti. Me ne frego, dunque, del numero 11 e vado per un 6 politico !

http://outoftheblueselenequeen.wordpress.com/

2 http://segretievirtudellepiantemedicinali.wordpress.com/

3 http://passionidabere.wordpress.com/

4 http://numero091277.wordpress.com/

5 http://soffio61.wordpress.com/

6 http://quartopianosenzascensore.wordpress.com/

Ehssì, dai, l’ho preso un po’ poco sul serio.

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ARGH ! Versatile blogger award di un mese fa !!!

versitle-blogger-1

Sono ufficialmente terrificante per ben due motivi …

1. Ho ricevuto un Versatile Blogger Award dalla Very Versatile Happiies un mese fa e mi ritrovo a ringraziare solo ora;

2. In realtà avevo fatto un cenno di ringraziamento ma avevo inserito il nome della blogger “premiante” sbagliato !

Per partecipare, in realtà basta ben poco, a parte la maledetta connessione che io ho solo un paio di volte la settimana. Macomunque non ho scuse … Ecco le regole !

  • Mostrare il logo del premio sul blog;
  • Ringraziare il blog che ti ha nominato;
  • Nominare altri quindici blog; – non so se arrivo a 15
  • Mettere il link dei tuoi nominati nel post e informarli del premio con un commento;
  • Scrivere sette cose su di te.

Allora, devo quindi nominare ei blogger versatili … per farlo ammodino me ne sono andata a passeggio in zona Treccani e ho rispolverato le sfaccettature semantiche del termine in questione: versàtile agg. [dal lat. versatĭlis, in senso proprio e fig., der. di versare «voltare, girare»]. –

1. letter. o scient. Che gira agevolmente, che si svolge o si può volgere facilmente in varie parti e direzioni: Le fanti dai cinti vermigli Intente … a torcere i lor fusi Versatili (D’Annunzio); reti v. da uccellagione; in zoologia, con riferimento agli uccelli, detto delle dita dei piedi che sono rivolte indietro ed opposte alle altre, come per es. il dito posteriore di alcuni rondoni; in botanica, antera v., antera che, essendo assicurata al filamento staminale soltanto per un punto, oscilla facilmente sopra di esso (per es., le antere delle graminacee).

2. fig. Capace di impegnarsi con successo in attività diverse, in diversi campi d’interesse, adattandosi a situazioni varie e imprevedibili: avere un ingegno v., e un uomo, un giovane, una ragazza d’ingegno v., o assol. versatile, che ha disposizione per riuscire bene in campi diversi d’attività e di studio. Nella tecnica, una macchina, un macchinario, un’apparecchiatura v., capace di esplicare funzioni diverse, di eseguire lavorazioni varie; in informatica, programma v., che può essere adattato a problemi ed esigenze molto varie.

Ecco dunque i miei vincitori in ordine sparso !

http://laragazzacoltacco12.wordpress.com/

http://patuasia.com/

http://ladisoccupazioneingegna.wordpress.com/

http://giovanecarinaedisoccupata.wordpress.com/

http://malditestadellimmigrata.wordpress.com/

http://raimondorizzo.wordpress.com/

http://undelirioalgiorno.wordpress.com/

http://cronachebastarde.wordpress.com/

http://lotjina.wordpress.com/

http://urbanlotusflower.wordpress.com/

Oddìo … quanti sono ? Beh, ne metto un altro po’ !

http://passionidabere.wordpress.com/

http://lamiavitasenza.wordpress.com/

http://talkingaboutmyidiots.wordpress.com/

Eppoi, ecco 7 random facts su di me.

1. Sono così maschia che se una vetero-femminista parla con me per più di dieci minuti le scoppia la testa.

2. Da piccola volevo scappare col circo … e anche adesso.

3. Voglio un cane. Però non sare mai tanto crudele da farlo crescere a Venezia, quindi se ne parlerà prossimamente.

4. Voglio tantissimi marmocchi. Tutti quelli a cui le mie futuribilmente fiorenti finanze potranno carantire una vita degna e dignitosa. Però uno solo – che forse saranno due a causa della genetica – biologico e tutti gli altri adottati.

5. Il mio attore preferito non è Brad Pitt, Johnny Depp o checcazzonesò … ma il SOLO e L’UNICO Giuseppe Battiston.

6. Ho la sfiga addosso. Davvero, è come se da qualche parte fosse scritto che qualsiasi cosa io decida di fare debba essere allontanata da me da ostacoli insistenti come la goccia d’acqua nel lavandino quando cerchi di addormentarti. Quest’estate negli stessi 3 minuti in cui la nonna del Miomone vinceva 95 euro giocandone 20, io ne perdevo 20. Stamattina un professore faceva ricevimento e siccome ha due uffici e non avevo internet per contattarlo ho deciso di tentare la sorte e andare nell’ufficio più lontano da casa mia – perché la logica della mia sfiga è subdola – lui era chiaramente nell’altro ufficio. Il medesimo professore, volendo rimandare un esame della scorsa sessione, ha mandato una mail a una su due delle persone iscritte all’esame … chiaramente non a me, ma all’altra, così io l’ho aspettato per tre ore buone chiedendo ad ogni persona che passasse per il corridoio se lo avesse visto. Quando abbiamo finalmente dato l’esame, due giorni dopo, l’aula dove esso si svolgeva aveva due porte e lui ha usato quella dove io non ero per entrarci, così che ha pensato che fossi arrivata con un’ora di ritardo, perchè – indovina – devo aver busato alla porta davanti alla quale aspettavo esattamente nell’istante in cui lui si è recato al cesso. Una settimana fa ho incontrato di persona Giuseppe Battiston, gli ho fatto dodicimila foto e poi, quando a sera volevo metterle sul pc … erano sparite. Ma non sono pazza, ho dei testimoni, LUI c’era ! Se volete continuo: ho 24 anni di prove.

7. Mi commuovo con una facilità estrema.

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Che FINE ha fatto l’estate … contiamo i sassi !

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A fine estate si contano i sassi raccolti in spiaggia. =)

Appena prima del mio ritorno, è finita l’estate.

Qui a Venezia si boccheggia tutt’ora nell’afa tanfogena … ma obiettivamente, legalmente e convenzionalmente, la bella stagione ha cessato di essere e io devo aggiornarvi sulla mia wishlist estiva. Siccome è andata un po’nammerda perché il tempo è tiranno, ma ha comunque sortito un effetto tangibile su me medesima, oltre a darmi la possibilità di informarvi su determinate buone bratiche estive, tralascerò ogni commento e non linkerò nulla. Quello che ho fatto è stato già raccontato e non occorre tediarvi oltre.

1. Tornare da Mammapapà.

2. Andare a trovare gli amici.

3. Corsi di formazione. L’8-9 giugno vale come estate … eddaisì !

4. Campeggio libero.

5. Fare volontariato.

6. Andare in ritiro in una comune o in un monastero.

7. Fare wwoofing(n.b.: andare nelle fattorie biologiche e lavorare in cambio di vitto e alloggio). Qui è tuuutta colta dell’università. L’hanno scorso avevano i niziato i corsi a ottobre, quelli della nuova specialistica … quest’anno il 19 di settembre … SPORCHIBBASTARDI ! Io avevo già pronta la mia settimana sicula !!!

8. Fare un lavoro in cui ti si garantiscano vitto e alloggio. Peggio che anda’ de notte.

9. Viaggiare andando ospiti dalla gente. Ni: abbiamo fatto Ferragosto a Parallo a casa del cognato del Miomone … vale ?

10. Si accettanto consigli.

Vi do appuntamento al prossimo fine settimana con ricchi premi e cotillon.

… qualcuno di voi sa mica cosa sono ‘sti cotillon ???

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Da Betta: Un negozio pieno di etichette verdi, etiche e di qualità !

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Shampoo, due saponi e crema per le mani.

Siccome le etichette sostenibili latitano da un po’, oggi vi propongo una vera e propria combo di etichette di prodotti dell’Italia del sud biodegradabili, sostenibili, biologici, vegani e alla spina ! Vi propongo inoltre un luogo molto speciale dove andarli a comprare.

Nella periferia di Roma sud, in zona Cinecittà Est, c’è un mercato rionale situato in Via Stefano Oberti. Ci sia arriva a piedi dalla fermata metro A di Cinecittà (dieci minuti a piedi, sempre dritti, alla seconda rotonda si gira a destra) oppure prendendo il 559 dal piazzale degli autobus di fronte alla fermata metro di Subaugusta.

All’interno dei mercato uno dei box ospita l’attività di Betta, un’amica di famiglia che rimasta senza lavoro e successivamente separatasi da un marito poco consono che provvedeva al sostentamento suo e della figlia teenager si è caparbiamente data da fare per cavarsela da sola e … ce l’ha fatta. Ha ribaltato l’universo di sussidi, le associazioni che si occupano di donne senza reddito e senza marito, i fondi dell’Unione Europea per l’imprenditoria femminile, si è informata, ha studiato ed ha rimediato brillantemente all’errore più madornale e sconsiderato che una donna possa fare: non lavorare e farsi mantenere dal marito, anche solo per un periodo breve.

Nel box di Betta potete trovare prodotti a peso e alla spina: dal sapone solido alle creme, dai detersivi di ogni tipo ai detergenti per qualsiasi cosa, passando poi per incensi, oli essenziali e gioielli di materiale riciclato. Il fornitore principale è LaSaponaria, azienda italica con sede nelle Marche e produzione pugliese che produce artigianalmente cosmesi bio-etica; il loro sito offre molti spunti anche per l’autoproduzione di cosmetici. Della stessa filosofia sono i fornitori di oli, detergenti e di tutti i prodotti proposti. Data l’altissima qualità dei prodotti, ci si aspetterebbe un prezzario proibitivo, ma il fatto che sia tutto privo di imballaggio e disponibile alla spina, nonché proveniente da vicino, abbassa notevolmente i costi finali.

Davvero, potete evitare di girare il prodotto per controllare l’etichetta: ci ha già pensato Betta !!!

Intanto vi dò un assaggio degli ingredienti dello shampoo della foto colorandoli con i colori del Biodizionario:

Shampoo: Aqua, Salvia Officinalis Water*, Coco-Glucoside, Sodium Coco-Sulfate, Glycerin, Moringa Pterygosperma Seed Extract, Panthenol, Linum Usitatissimum Seed Extract*, Urtica Dioica Leaf Extract*, Glyceryl Oleate, Citrus Limon Fruit Oil, Potassium Undecylenoyl Hydrolyzed Wheat Protein, Salvia Officinalis Oil, Sodium Chloride, Sodium Benzoate, Potassium Sorbate, Sodium Dehydroacetate, Benzyl Alcohol, Sodium Phytate (non è sul biodizionario), Citric Acid, Limonene, Linalool, Citral.

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Vacanze sostenibili: Il Volo della Rondine e altre storie.

Piedi a Marinella

Ripropongo un paio di piedi – sempre miei – su una spiaggia poco distante da Palinuro. Lo faccio in vista della conclusione e del rinnovo di un percorso. E siccome si parte sempre dalle scarpe, dall’assenza di queste vorrei ripartire.

Ci ho messo circa tre ore per trovare il coraggio di riaccendere il computer. Mezz’ora per collegarlo a internet, e non ho ancora trovato le forze di scaricare la posta e spero di riuscire a non farlo fino a domani.  Credo di essere completmente disintossicata: dal Nord, dalla fatica, dal freddo, dai prezzi, dal gelo interpersonale, dallo studio, dal lavoro, dal rumore, dagli elenchi =)

Mare vicino Grotta Azzurra

QUESTO è mare.

Sarà che siamo partiti da questo mare e siamo stati accolti a Roma da secchiate d’acqua e grandine … ma da cosa si misura l’efficacia di una settimana di vacanza ? Credo dall’amaro di rientrare a casa, almeno in parte, dato dalla constatazione che, sì, è rimasto proprio tutto così come era stato lasciato, che questa settimana non ha in alcun modo contagiato i maledetti oggetti, la polvere, le piante, il frigorifero. Anche non riconoscersi al primo sguardo nello specchio: il bianco dei denti e degli occhi che contrasta incredibilmente col bruno resto. E non conoscere gli orari di casa, gli spazi, le proporzioni, i rumori …

Marina di camerota

Porto di Marina di Camerota.

Non so se questa vacanza sia stata eccezionale di per sé o se questa mia totale soddisfazione e senso di appagamento siano il riflesso di ANNI senza altro mare che Ostia Lido. L’anno scorso di questi tempi ero fresca di laurea e aggiungevo un terzo lavoro ai due che mi portavo dietro da marzo e dall’estate precedente. Uno dei tre deve essermi ancora retribuito perchè è in libreria da pochi giorni, mavvabbè. La mia vita era lavorare, sopportare il caldo di una casa deserta in una Roma deserta e tenermi febbrilmente aggiornata con i risultati delle Olimpiadi, unico evento sportivo per il quale potrei ammalarmi e per il quale sono felice di svegliarmi a orari improbabili per gustarmi La DIRETTA. Quindi, avere una settimana spesata dalla famigghia in un posto che risponde a tutti i criteri della vacanza etica e sostenibile e che mi appresto a recensire – tantopiù che abbiamo dimenticato di compilare i questionari di gradimento prima di partire – mi ha fatto sospirare almeno una volta al giorno: “Ammazzatemi adesso, che meglio di così non posso stare”.

Le vacanze verdi non differiscono particolarmente dalle vite verdi che possiamo giornalmente condurre in qualsivoglia luogo. Ma per fare delle vacanze veramente sostenibili è il caso di scegliere luoghi che somiglino meno a new York e più a un campo di grano poesia di un amore lontano … Ebbene, qui si parla di un mare che consegue sistematicamente la bandiera blu – constatate da voi se è sufficientemente blu – e di un Parco Nazionale del Cilento, tra i più estesi e curati d’Italia. E’ inoltre il caso di arrivarci senza lasciare indietro una scia di ‘mmerda nera, ovvero a piedi, in treno o in una macchina che non si muove esclusivamente per noi: al Volo della Rondine ci arrivi in ognuno di questi modi, la stazione più vicina è quella di Pisciotta, poi prendi un autobus che ti porta fino al campeggio Odissea. Si arriva di sabato e ci si ferma almeno fino per una settimana, se no che vacanza è ? Credo che la differenza di prezzo – sensibile – tra tende affittabili, tende proprie e bungalow (pochissimi) sia dovuta al fatto che gli ideatori di queste ecovacanze preferiscano ospiti muniti di tenda per non doversi appoggiare troppo alle strutture del campeggio ospitante. D’altra parte ho visto dormire in tenda Milly, una splendida settantasettenne che nel giorno dell’escursione si è fatta pure un tuffo dalla barca: volere è potere ! E per i prezzi proposti – 330 a cranio adulto – comprendenti soggiorno in tenda, pensione biologica e vegana completa, gite in barca e a piedi e attività olistiche quotidiane che vanno dal tai qi, al qi gong, alla biodanza,allo yoga, alla cosmesi casalinga, alla cucina macrobiotica, al rap e così via, direi che si può fare. Ma aggiungerei che invece SI DEVE per un motivo impalpabile e percettibile solo in presentia: l’atmosfera di questa vacanza, la profondità degli scambi che si creano – si ricordavano di me che ero solo passata di lì due giorni e sotto esame anni fa ! – e la genuinità delle relazioni con persone estremamente “varie” in età, provenienza, interessi e storie da raccontare, rispetto a quanto ci si aspetterebbe da una vacanza così tematica …

… uff, andateci e basta.

E salutatemeli tanto, che mi mancano già tutti !

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Greenwashing, ovvero, ciò che mi renderà un serial-killer.

Scrivo anch’io, no tu no !

Ho fatto un esperimento: su un sito in formazione cercavano pubblicisti a titolo gratuito e io mi sono offerta volontaria dopo aver letto il taglio populista e l’italiano pecoreccio di collaboratori già presenti.

Voglio vedere nascosto l’effetto che fa …E per farlo ho scritto un articolo su un argomento che volevo trattare qui da un po’.

L’articolo qui.

Invece qui c’è uno dei greenwashing index che ho scoperto recentemente.

L’antidoto migliore, però, rimane quello di allenare il senso del ridicolo.

Postilla: l’articolo è ricomparso con la dicitura “admin” al posto dell’autore. Non so per quanto lo lasceranno stare, quindi lo copio qui sotto, per i puristi dello stile che hanno voglia di vedere se il Bellotti aveva ragione a dire che l’originale era più armonioso. Secondo me aveva ragione dal momento che il successivo è stato un pachwork attorno a stralci attaccati alla mia precaria memoria. In ogni caso, ecco qua:

Greenwashing, il nuovo volto della disonestà di mercato.

Il marketing non conosce ormai frontiera alcuna: se  qualcosa fa tendenza è un peccato disdicevole non approfittarne elaborando una qualche teoria pubblicitaria avanguardistica ad hoc. E’ il caso del nuovissimo must del terzo millennio, l’attributo più cool e più fashion dell’estate: l’ecologicità, o presunta tale. Sì, il verde è di moda più che mai, ormai da una decina d’anni a questa parte le statistiche confermano un’invasione di questo colore a tutto campo: le aziende si convertono al solare per rendersi energeticamente autosifficienti, le famiglie comprano cibo biologico prodotto localmente per evitare di avere sorprese nel piatto, le dosi di carne precipitano a ritmo con la ricomparsa di aviaria e disfunzioni ormonali infantili, perfino le malate di make-up sono diventate fans dell’eco-bio ed avide lettrici di etichette zeppe di formule chimiche e le fashioniste, non da meno, preferiscono il cotone biologico.

 Ebbene, ora che persino il premio Nobel per l’economia Paul Krugman ha ammesso che la rivoluzione verde conviene, gli strategic managers non possono più girarsi dall’altra parte sorseggiando caffè al ginseng con un vago senso di disgusto di fronte ad un fenomeno ormai massificato. Ecco quindi la ricetta diabolicamente perfetta, ovvero il nodo teorico del greenwashing: se i prodotti verdi vendono di più, facciamo finta che i prodotti inquinanti non siano poi così terribili, o che lo siano meno del previsto o, meglio ancora, che non lo siano più, assottigliamo le differenze, limiamo le spigolosità del cliente, oliamo i cardini del consumatore.

A questa brillante intuizione dobbiamo la cascata di pubblicità di autovetture a benzina che sparano fiori dal tubo di scappamento; detersivi gonfi di tensioattivi che però, grazie alla nuova confezione col tappo color smeraldo, non inquinano più; aziende multinazionali famose per delocalizzazione selvaggia e sfruttamento minorile che promuovono la linea equa e solidale palliativa; nonchè l’aberrazione linguistica portata allo stremo nell’uso pedissequo della parola “naturale”, un aggettivo vuoto e truffaldino per antonomasia: il petrolio è un elemento naturale, ma difficilmente lo vorrei inserito negli ingredienti di una crema per il viso, l’olio di palma è naturale ed impazza in tutti gli alimenti nonostante sia scientificamente cancerogeno.

Non si può, tuttavia, ignorare la presenza di un happy-ending davvero gratificante, lorsignori non hanno infatti tenuto conto di un elemento fondamentale della faccenda: la tipologia psicologica di tutti i soggetti che si sono negli anni convertiti al biologico, al rinnovabile, al biodegradabile, al kilometro zero. Queste persone, o meglio, questi consumatori, mal si collegano con le teorie neoliberiste di cui gli strateghi del marketing si sono cibati ancor prima di aver pronunciato la prima parola – che probabilmente è stata “Mercato” -e non perseguono “razionalmente” il proprio benessere in contrapposizione con quello degli altri, non si lasciano comprare da un prezzo ribassato, non dimenticano il volto oscuro di chi si propone come paladino dell’ambiente e, forse più banalmente, si ricordano ancora che dal tubo di scappamento di una macchina non escono certo margherite.

Tutti coloro i quali si arrogano il diritto di sfruttare il proprio spirito critico di fronte alla messa in scena del greenwashing non hanno nemmeno bisogno di consultare le liste smascheratrici presenti sul web: davanti all’insensatezza di queste patetiche azioni – pane per gli azionisti – ridono beati e li seppelliscono letteralmente tra risate e vernice acrilica color prato.

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21.4.13_Secret Show di Chiara Vidonis e Matteo E.Basta @CasadiItalo

[E’ successo già da un po’, quindi ve lo servo ora che è bello maturo.]

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Il prima, ovvero, palco vuoto.

Non posso che esordire con un tronfissimo e trionfale Noi c’eravamo!”.

Lo scorso 21 Aprile io e il Miomone siamo stati invitati al nostro primo Secret Show da nientepopodimenoche Chiara Vidonis, una delle protagoniste di spicco della serata. Al secolo, per chi ha sufficiente spirito di linkaggio, trattasi di Chiarsharing, veicolo e Cicerone della mia prima esperienza di autostop programmato. Sì, il lato migliore della faccenda carsharing si conferma quello umano e, sì, succede anche questo: attraversi mezzo stivale con una che dice di strimpellare e scrivere canzoni  così …e ti ritrovi ad ascoltare una cantautrice di livello che organizza un vero e proprio concerto.

Soprattutto, la realtà è ineluttabilmente questa: i cantautori italiani ESISTONO. Io li ho visti ! Li ho ascoltati ! Li ho sentiti ! E … Ho le prove ! Il video ufficiale e quello rubato da me, a cui ho apposto la firma negli ultimi 10 secondi. Ne ho anche un altro che caricherò in nottata … date le tempistiche non posso fare altrimenti. Posso comunque già dimostrare che ci sono persone, testi, arrangiamenti, loop e un pubblico caloroso e affezionato a cui mi auguro vogliate aggiungervi al più presto.

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Chiara e Matteo.

Ma lasciatemi fare le presentazioni: abbiamo un Matteo E. Basta, nome di pacifica battaglia di Matteo Bognolo, vero e proprio Maestro pluridiplomato in chitarra classica e cianfrusaglie sonore plurime, diaframma compreso. Capace di trasformare una chitarra in un’orchestra, di estendere la voce su tonalità a frotte, dal sussurro alla Bora, snoda versi caratterizzati da una poesia sublime e da una forza d’altri tempi, a mio personalissimo e limitatissimo parere, di Stevensiana memoria.

Dall’altra parte abbiamo Chiara Vidonis*, che vado immediatamente a celebrare. C’è qualcosa di più raro di un leone bianco, di un parlamentare incensurato e di un veneziano cordiale: una energica cantautrice italiana di indiscutibile talento e preparazione tecnica i cui testi e le cui melodie navigano letteralmente su un altro pianeta rispetto alle comuni spremute di cuore condite con fette di luoghi comuni sull’essere donna, somministrateci dagli ultimi dieci anni di star-sistem mangiaspaghetti. Non c’è pericolo che le mie sperticature semantiche arrivino a veicolare in maniera efficace quello che intendo. Ascoltare per credere.

Casa di Lucio_corridoio

Corridoio.

Lo spettacolo è durato quasi due ore, con interventi più o meno improvvisati e coordinati da parte del pubblico, nella variopinta cornice della casa di Italo, in un condominio molto liberty di Trieste, con interni reinterpretati in technicolor … che potete gustarvi in foto.

Chiara-mente era tutto a titolo gratuito e godereccio, con volontario contributo in vino. Avrei volentieri lasciato qualcosa in un cappello, da qualche parte, conscia del fatto che certe esperienze e la libertà insita nell’atto di parteciapare ad esse, certi attimi e spazi di condivisione, certi angoli, sono il famoso carpe diem di oraziana memoria, lo sbriciolarsi di un momento cosmico che non può e forse non deve avere alcun prezzo in moneta.

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*non posso linkarvi Facebook, non facendone parte, ma il profilo è pubblico per tutto ciò che riguarda la musica, quindi fruitene piuùcchemmai.

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La Robba_parliamo di vestiario … e di decluttering.

[articolo fortemente sconsigliato – opperchènno, Consigliato – alle “fashoniste”, sinonimo neogenerato di donnette]

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Settembre.

C’è poco di più distante da me dello lo shopping o del substrato socioculturale relativo alla frase “Non ho un cazzo da mettermi” pronunciata davanti alla Buckingham Palace delle cabine-armadio.

Dal giorno in cui ho saputo che mi sarei trasferita per frequentare la magistrale a Venezia al giorno in cui questo è effettivamente accaduto sono passati due anni e qualche mese. In questo periodo c’è stato un momento in cui mi è balenata l’idea di quest’impresa e da lì ho iniziato a fare varie sperimentazioni di vita futuribile, la maggior parte delle quali riguardavano la riduzione dell’enorme mole di Robba che avrei poi dovuto portare a braccia per mezza Italia.                                                                                                                                                                            Già una volta, tornata dall’India, ero rimasta scioccata e sgomenta rispetto a quanto la mia vita fosse opulenta e colma di frivolezze materiali. Era il 2010 ed ero tornata in infradito di gomma in aereo, lasciando nell’altro continente quasi tutto ciò che avevo. Arrivata a casa avevo iniziato ad imbustare il grosso della mia roba, soprattutto vestiti, oggetti e qualche libro e a distribuirlo ad amici, associazioni, mercatini …
Mi era capitato con le scarpe anni prima: ne avevo – come di punto in bianco –  23 paia e mi ero data come obiettivo di scendere sotto le 10: sono rimasta oscillante verso le 15 perchè Miasorella me ne passò quattro paia tutte insieme quando le crebbe il piede oltre il 37 e Mammozza me ne molla un paio l’anno minimo, perchè ha la straordinaria abitudine da roulette russa di provarle su un piede solo, senza camminarci … e poi le vanno strette e me le passa a me che ho i piedi fini e mi durano anche 8 anni perchè ne ho molte e le consumo poco.

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Ottobre.

Qualche giorno fa ho scoperto che l’operazione di far sparire il superfluo materiale si chiama “decluttering“. Ebbene, dopo questo sforzo di anni per ridurre la suddetta mole, ecco a voi le foto del mio fallimento sottoforma di innumerevoli valigie di Robba vomitata sul letto ogni volta che tornavo da Roma. Mese dopo mese, inesorabilmente acido lattico e mal di spalle, le mie o quelle degli eventuali accompagnatori. Poi ho voluto spezzare alcune lance a mio favore e ho trovato le mie brave scuse: 1. E’ dal secondo superiore che non cresco: alcuni vestiti li ho da 10 anni. 2. La ggente si ostina a regalarmi vestiti. 3. Mammozza si ostina a mandare al macero capi seminuovi che cerco di salvare come posso. 4. Miasorella è inqualificabilmente più alta di me e mi passa la suo Robba. 5. Sta tutto in due ante, due cassetti e una scatola, non è molto! (lo è se porti la stessa taglie della Barbie ma sei più bassa di lei !) … e così via. Forse sono scuse migliori di “Ma è una Chanel!”, o “Ne ho bisogno”, o “Tutte ce l’hanno” … ma la mia giuria si rifiuta ugualmente di assolvermi. Va bene, non compro nulla finchè non c’è qualcosa da buttare che va sostituito … e quindi non compro nulla. Perchè mi arrivano talmente tanti vestiti che il disavanzo è costante. Mi sento comunque una frivola consumatrice, schiava del possesso e figlia degli anni ’80. Ma voglio guarire !

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Ottobre, altro giro altro regalo.

Ecco allora ciò che ho imparato sui vestiti negli ultimi anni di autoanalisi: servono solo per non sentire freddo d’inverno, per non sedersi nudi in giro d’estate e per comunicare con gli altri se sei un drogato di magliette con scritte come “People Before Profits” … come me. Detto ciò i miei vestiti sono suddivisibili in una manciata di categorie: quelli che ho dal pleistocene, quelli si seconda mano, quelli ecologici e quelli regalati. Ed eccoci nel vivo della questione: cos’è un vestito ecologico? Considero “ecologico” un capo d’abbigliamento che abbia almeno tre delle seguenti caratteristiche:

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Dicembre.

E’ fatto per durare: come il vestito arancione della prima foto! E’ un abito di seconda mano di Luisa Spagnoli appartenente ad una collezione anni ’70 che è costato 1 euro più 8 di bottoni nuovi che ho voluto attaccarci io. E’ fatto per durare perchè … è durato è dura ancora! Scherzi a parte, per i vestiti, come per la verdura e per la frutta è come con gli uomini: tocca ciò che compri e non avrai brutte sorprese. Se ti vedi la mano attraverso il tessuto non è un buon segno (con buona pace delle mode degli ultimi anni). Se ha la fodera dentro è un’ottima cosa. Se stiri leggermente le cuciture e senti una scricchiolìo, è destinato a sformarsi …

– E’ fatto con materiale riciclato/biodegradabile/organico o è di seconda mano: è di lana al 75% minimo, di cotone biologico, di lino, di cotone biologico, di fibra di latte, di canapa, di stoffe ricavate da una tenda …

– E’ Made In Italy o almeno Made In Europe. Niente Cina, India, USA, Thailandia …

– E’ del commercio equo e solidale.

– La fabbrica in cui è prodotto utilizza energie rinnovabili o derivate da fonti alternative.

– La fabbrica in cui è prodotto devolve in beneficenza una parte consistente del ricavo.

– La fabbrica in cui è prodotto sottoscrive un codice etico rigido sia per i metodi di produzione che per i diritti dei lavoratori impiegati.

Non compro in nessun caso vestiti “firmati”, di marca, di marchi e prodotti da qualsivoglia multinazionale o colosso della moda. Ne’ tantomeno le collezioni “ecofriendly” – che a ben vedere non lo sono mai di questi ultimi che mi sembrano una presa per i fondelli vergognosa, un’offesa all’intelligenza e un atto di inumana paraculaggine sciacqua-coscienza. Mentre c’è gente che si fa il mazzo per produrre eticamente, questi aborti della creatività pensano solo a mantenere i dividendi alti riaccaparrandosi i compratori scettici.

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Gennaio.

Se non credete che esista al mondo niente del genere, vi sbuggero subito con i link dei miei vestiti:

Quello della laurea. E’ proprio quello della foto, tra l’altro.

Quello di Capodanno di qualche anno fa.

Quello per la comunione del cugino preferito (che si vuole giustappunto sbattezzare).

I prezzi sono commisurati alla qualità e alla lungimiranza di chi si interroga sul consumo cercando di sfuggire alle logiche di mercato: è meglio comprare 10 magliette che ti durano un mese ciascuna o una che ti dura per un anno?

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Aprile.

E, a proposito di durata, come si fa a rendere eterno un capo d’abbigliamento di buona qualità? Anche qui ho sviluppato le mie brave regole:

1. Usatelo poco: la migliore abitudine che mi abbia passato il mio Papozzo – e quella sola, spero – è quella di stare in casa con vestiti “da casa” e al lavoro con vestiti “da lavoro”.

2. Il saggio lavaggio: al contrario, separando i colorati (anche per tonalità!) dai bianchi e a 30 gradi con un detersivo ecologico.

3. Stenditura e non stiratura: i bianchi al sole che disinfetta e i colorati all’ombra e al contrario così non stingono. Sbattete tutto per bene e usate le stampelle per le camicie. I maglioni e i delicati, invece, si stendono in piano. La stiratura è off limits. Vendetevelo il ferro da stiro, barattatelo o buttatelo … o bruciatelo nella pubblica piazza assieme al reggiseno !

4. Impara e ripara: ci vuole veramente poco a riattaccare un bottone, cambiare una lampo, cucire una toppa o rafforzare una cucitura lenta. Pochissimo. Se volete vi faccio i video tutorial … ma sul serio … è elementare.

In realtà il problema della durata non dovrebbe neppure essere posto: anche un capo d’abbigliamento di qualità media può durare decenni. Abbiamo prodotto così tanto vestiario negli ultimi 20 anni, che potremmo tranquillamente fermarci per altri 20 e vivere ben vestiti comunque. Ed è un po’ ciò che suggeriamo al mondo comprando vestiti usati …

Certo, dovremmo riaprire i manicomi per tutte le donnette che dopo aver letto questa frase sono crollate sbavando in preda ad un attacco epilettico … Ma, d’altra parte, nessun cambiamento è totalmente indolore.

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Recensione Triestina: un libraio da salvare !

Libreria San Marco

Trieste_Febbraio 2013

Da quando il Miomone si è trasferito a Trieste si è subito affezionato ad una libreria in particolare. Sì, perchè una delle caratteristiche più apprezzabili di questa magnifica città è il particolare rapporto con la letteratura, l’editoria e il libro in generale.

“Ogni triestino ha scritto almeno due libri. Uno dei quali su Trieste.”

_ La padrona di casa del Miomone _

La grande editoria/distribuzione prende piede relativamente. Credo che le tre librerie più grandi siano la Feltrinelli, quella di Saba (col Saba di bronzo che la fissa per l’eternità) e la Lovat, con tutto il bar akm zero che c’è dentro. Per il resto proliferano a catena piccole librerie, anche tematiche e quasi sempre portatrici sane di case editrici molto originali e vivaci.

Io e il Miomone, tra le tante, abbiamo scelto la libreria San Marco e alla connessa Casa Editrice Asterios in Via Donizetti, vicino all’omonimo caffè storico e davanti alla sinagoga.

L’affetto per questa libreria in particolare è dato da una serie di fattori sentimentali e materiali. Primo fra tutti il fatto che questo luogo e il suo proprietario abbiano accolto un novello triestino Miomone, appena trasferitosi in città nel settembre 2011. In secondo luogo, ma non perchè sia necessariamente meno importante, il proprietario della libreria ha letto la maggior parte dei libri che vende e quelli che non ha letto li conosce e te li trova. Per questo i titoli presenti costituiscono una raccolta estremamente originale: l’uomo in questione è un vero e proprio Libraio, come ne esistono e resistono ormai pochi.

Da più di un anno e mezzo andiamo lì ogni volta che cerchiamo un libro, un consiglio di lettura o una chiacchierata con un pozzo di scienza. E’ invece solo da gennaio che ci siamo presi un impegno ulteriore: comprare un libro ciascono al mese – io ne compro uno a lui e lui uno a me – in questa libreria per sostenere il nostro libraio preferito contro i mozzichi della crisi.

Provate a dare un’occhiata al catalogo … se leggete questo blog ci sono buone probabilità che troviate qualcosa di interessante da leggere o da regalare.

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SCassandrate Irlandesi: Quay Co-op !

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Andare in un paese che non sia l’Irlanda non mi esenta in alcun modo dalla mia condotta eco-etico-fricchettona-sostenibile. E’ chiaro quindi, che cercando un luogo per un pranzo che ci desse un po’ di tregua-pioggia nell’unico giorno in cui ha piovuto, io il Miomone e Miasorella non abbiamo potuto fa altro che orientarci verso l’unico ristorante vegetariano suggerito dalla guida Lonely Planet che avevamo dietro: il Quay Co-op di Cork. Salvo poi scoprire di essere in un “molto più che ristorante”.

Quando i Depeche cantavano che “Tutto conta” e la popolazione occidentale sceglieva di decidere che i soldi e il successo veicolato da essi contava più di ogni altra cosa, un gruppo di gay, femministe, gruppi ambientalisti e appartenenti alla simpatica feccia alternativa di cui faccio modestamente parte,crearono questa comunità aperta che ebbe un ruolo di centro politico e aggregativo durante le svariate recessioni che l’Irlanda ha affrontato a più riprese.

Dall’inizio dell’ultima crisi economica il posto si reinventa aggiungendo al piano terra il negozio di cibo biologico e la panetteria, il ristorante vegetariano e vegano al secondo piano, la sala da tè – in cui si mangia anche se sotto è pieno – e la possibilità di pernottamento in stanze. Continuano le attività come centro culturale: dallo yoga, ai seminari su qualsiasi cosa, le mostre fotografiche sulle pareti del terzo piano e l’esposizione di opere un po’ ovunque.

L’atmosfera è intima, il cibo è così delizioso che non ve ne parlerò finchè non riuscirò a riprodurre tutto ciò che ho mangiato. I prezzi bassissimi: ho speso 13 euro per un pasto eccellente che andava dal primo al dolce. Il tutto con un occhio di riguardo per lo spreco e l’impatto ambientale.

Un posto dove andare.

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Sugar and Cinnamon

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