(forse) Si.Può.(ri)Fare!

Vivere da sola in Italia, a 25 anni, con 450 euro al mese e a impatto zero.

Che cazzo studio.

su 24 maggio 2014
Che cazzo studio

Decifrate, se potete.

Per spiegarvi, finalmente – appunto – checcazzostudio, riciclo un pezzo di una mail che ho mandato a una persona della quale vi parlerò quest’estate, magari pubblicando un’intervista qui o su un altro blog che magari aprirò a breve.

“Mi sono iscritta all’allora Facoltà di Studi Orientali della Sapienza di Roma nel 2008, con l’intento di imparare il cinese a partire dalla frase “I diritti umani vanno rispettati, dannazione !”, che avevo già approfondito in lingua italiana e inglese precedentemente e mi sono immediatamente scontrata con la dura realtà della sinologia accademica italiana. Mi sono scontrata con docenti di storia contemporanea che paventavano l’esistenza della razza nera, di quella gialla e di quella bianca (superiore alle prime due); ho sentito dire che “come in Italia” in Cina ci sono le elezioni rappresentative in cui si possono votare i candidati scelti “dai partiti”; ho assistito a vari episodi di proselitismo di partito e oscurantismo culturale; l’episodio di Piazza Tiananmen è stato liquidato in poche frasi; le traduzioni giornalistiche erano una review acritica dei “prodotti editoriali” della Xinhua in cui il funzionario di turno che rispondeva con frasi prestampate era un “fine ed esauriente oratore” e ho prodotto una tesi sulla Cina e sul Tibet di cui francamente mi vergogno, poiché le uniche indicazioni che ho avuto in proposito sono state su ciò che “non dovrà essere menzionato”. In tutto ciò ho cercato di crearmi un’istruzione e delle opinioni indipendenti sulla Cina e sugli argomenti che mi stavano a cuore e di individuare i “fari” di una sinologia che potremmo definire “scientifica” o “pragmatica” e che ho trovato in lei e in pochi altri sinologi italiani non legati al mondo accademico e quindi poco inclini alla genuflessione dinanzi al partito.

All’inizio del mio terzo anno ho partecipato ad un seminario in cui Jean Philippe Béja parlava a volto scoperto di tutte le istanze, i fatti, le persone di cui non mi era stato concesso di parlare all’università … e lo faceva da una cattedra ! Specificava inoltre che fare il suo lavoro, e farlo bene, da quarant’anni non significava necessariamente essere considerato “persona non gradita” su suolo cinese, né tantomeno essere regolarmente arrestati “Certo – aveva detto – so benissimo da chi è pagato il signore che legge il giornale nell’areoporto in cui arrivo, nella hall dell’albergo in cui dormo e nel ristorante in cui mangio … ma non curarmente fa parte del mio lavoro”. Diceva tutto ciò mentre la docente che aveva organizzato l’incontro scriveva il suo nome e quello di Liu Xiaobo – in quel periodo usciva La philosophie du porc et autres essais – sbagliando l’ortografia di quest’ultimo e, una volta avvertita dell’errore dagli sbracciamenti di vari studenti, guardava la lavagna attonita senza notarlo e, ancora, una volta cancellato, lo scriveva con un’ortografia diversa ma ugulamente errata. Quel giorno ho capito che, a differenza di ciò che mi veniva velatamente suggerito da alcuni professori, si poteva fare: si poteva studiare la Cina con occhio critico sulla gestione dei poteri, si poteva additare la transizione capitalista e l’impatto di essa sulla vita dei cinesi e si poteva scrivere e parlare di questo in sedi accademiche, sui giornali, nei libri. E, anzi, farlo era urgente e doveroso per contrastare la cultura condiscendente che si andava creando con l’ausilio degli Istituti Confucio e dei loro affiliati e che sfornava centinaia di studenti che tornavano dalla Cina con il qipao e un pacco di quaderni di carta di riso dicendo “Ma quale dittatura, quelli stanno meglio di noi !”.

Ebbene, finito lo strazio della triennale portando a casa una pubblicazione non da poco (la prima grammatica tibetana per italiani, edita da Hoepli http://www.cbt.biblioteche.provincia.tn.it/oseegenius/resource?uri=6365055) mi sono trasferita a Venezia, ho trovato un lavoro in un bar e mi sono iscritta alla magistrale in “Lingue e istituzione economiche e giuridiche dell’Asia e dell’Africa Mediterranea” pensando di essere approdata su lidi differenti. Dalla descrizione sul sito dell’università sembrava che il corso desse la possibilità di specializzarsi nell’ambito giuridico e nell’ambito economico anche in riferimento alla cooperazione allo sviluppo. Invece mi sono ritrovata a fare i conti con la propugnazione pedissequa delle teorie del Dio Mercato, con corsi di lingua in cui si studiava trattativa commerciale E BASTA e in cui le parole nuove del giorno erano “container, tonnellate, burro di arachidi, trasporto marittimo …”. Ho pazientemente atteso l’inizio del secondo semestre per frequentare il corso di “Diritto cinese” e durante la prima lezione mi sono sentita dire: 1. “Manteniamoci in un ambito eminentemente commerciale”. 2. “Saltate i capitoli sui diritti umani e sulla cooperazione e le relazioni internazionali”. 3. “Nessuno dei movimenti, delle manifestazioni, delle proteste, degli scioperi che avvengono in Cina sono autonomi e/o separati in qualche modo dalla propaganda di partito e dal governo. Se protestano è perché qualcuno dice loro di farlo. I petitioners hanno vita breve perché esiste un corpo di polizia speciale che si occupa di loro e che è composto appositamente da picchiatori di petitioners”.

Sono esplosa e ho cambiato facoltà recuperando gli esami e il tirocinio in estate ed iscrivendomi direttamente al secondo anno. Sono approdata in un mondo in cui valgo tanto oro quanto peso (sarà che siamo in Italia o che peso 45 chili, ma ancora non s’è visto niente a parte lusinghe e proposte … quindi continuo a vivere con il mio bravo stipendio da cameriera), ovvero alla magistrale di scienze sociali [n.b. corso di studi magistrale in “Lavoro, cittadinanza sociale e interculturalità”], dove tutti hanno una gran voglia di parlare con cognizione di causa dei Brics e di Cina in particolare e presso la quale avevo sostenuto due esami a scelta in “Diritti umani” e “Diritto di cittadinanza” con il Professor Zagato, oggi relatore della mia tesi. Qui ho trovato un vero supporto ed ho iniziato a seminare le mie ricerche sul cosiddetto sociale in Cina: le condizioni lavorative, le questioni di genere, il razzismo anti-nero, l’indipendenza del sistema giuridico, la tutela dei diritti umani, la tutela dell’ambiente, la democratizzazione, le forme di opposizione al potere, la censura, l’uso propagandistico dei media … E ora che ho quasi finito, appunto, e che ho scelto l’argomento Hukou, tra i tanti, per scrivere la tesi, sto già pensando a dove andare a finire dopo. Ultimamente sto leggendo tutto ciò che trovo di Pun Ngai (a partire da “Cina, la società armoniosa”) e mi sta venendo voglia di provare a Hongkong per il master (oltre che alla SOAS, alla Sant’Anna di Pisa e in altre università sparse per il mondo).”

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