(forse) Si.Può.(ri)Fare!

Vivere da sola in Italia, a 25 anni, con 450 euro al mese e a impatto zero.

La Robba_parliamo di vestiario … e di decluttering.

su 8 maggio 2013

[articolo fortemente sconsigliato – opperchènno, Consigliato – alle “fashoniste”, sinonimo neogenerato di donnette]

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Settembre.

C’è poco di più distante da me dello lo shopping o del substrato socioculturale relativo alla frase “Non ho un cazzo da mettermi” pronunciata davanti alla Buckingham Palace delle cabine-armadio.

Dal giorno in cui ho saputo che mi sarei trasferita per frequentare la magistrale a Venezia al giorno in cui questo è effettivamente accaduto sono passati due anni e qualche mese. In questo periodo c’è stato un momento in cui mi è balenata l’idea di quest’impresa e da lì ho iniziato a fare varie sperimentazioni di vita futuribile, la maggior parte delle quali riguardavano la riduzione dell’enorme mole di Robba che avrei poi dovuto portare a braccia per mezza Italia.                                                                                                                                                                            Già una volta, tornata dall’India, ero rimasta scioccata e sgomenta rispetto a quanto la mia vita fosse opulenta e colma di frivolezze materiali. Era il 2010 ed ero tornata in infradito di gomma in aereo, lasciando nell’altro continente quasi tutto ciò che avevo. Arrivata a casa avevo iniziato ad imbustare il grosso della mia roba, soprattutto vestiti, oggetti e qualche libro e a distribuirlo ad amici, associazioni, mercatini …
Mi era capitato con le scarpe anni prima: ne avevo – come di punto in bianco –  23 paia e mi ero data come obiettivo di scendere sotto le 10: sono rimasta oscillante verso le 15 perchè Miasorella me ne passò quattro paia tutte insieme quando le crebbe il piede oltre il 37 e Mammozza me ne molla un paio l’anno minimo, perchè ha la straordinaria abitudine da roulette russa di provarle su un piede solo, senza camminarci … e poi le vanno strette e me le passa a me che ho i piedi fini e mi durano anche 8 anni perchè ne ho molte e le consumo poco.

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Ottobre.

Qualche giorno fa ho scoperto che l’operazione di far sparire il superfluo materiale si chiama “decluttering“. Ebbene, dopo questo sforzo di anni per ridurre la suddetta mole, ecco a voi le foto del mio fallimento sottoforma di innumerevoli valigie di Robba vomitata sul letto ogni volta che tornavo da Roma. Mese dopo mese, inesorabilmente acido lattico e mal di spalle, le mie o quelle degli eventuali accompagnatori. Poi ho voluto spezzare alcune lance a mio favore e ho trovato le mie brave scuse: 1. E’ dal secondo superiore che non cresco: alcuni vestiti li ho da 10 anni. 2. La ggente si ostina a regalarmi vestiti. 3. Mammozza si ostina a mandare al macero capi seminuovi che cerco di salvare come posso. 4. Miasorella è inqualificabilmente più alta di me e mi passa la suo Robba. 5. Sta tutto in due ante, due cassetti e una scatola, non è molto! (lo è se porti la stessa taglie della Barbie ma sei più bassa di lei !) … e così via. Forse sono scuse migliori di “Ma è una Chanel!”, o “Ne ho bisogno”, o “Tutte ce l’hanno” … ma la mia giuria si rifiuta ugualmente di assolvermi. Va bene, non compro nulla finchè non c’è qualcosa da buttare che va sostituito … e quindi non compro nulla. Perchè mi arrivano talmente tanti vestiti che il disavanzo è costante. Mi sento comunque una frivola consumatrice, schiava del possesso e figlia degli anni ’80. Ma voglio guarire !

il mucchio 1

Ottobre, altro giro altro regalo.

Ecco allora ciò che ho imparato sui vestiti negli ultimi anni di autoanalisi: servono solo per non sentire freddo d’inverno, per non sedersi nudi in giro d’estate e per comunicare con gli altri se sei un drogato di magliette con scritte come “People Before Profits” … come me. Detto ciò i miei vestiti sono suddivisibili in una manciata di categorie: quelli che ho dal pleistocene, quelli si seconda mano, quelli ecologici e quelli regalati. Ed eccoci nel vivo della questione: cos’è un vestito ecologico? Considero “ecologico” un capo d’abbigliamento che abbia almeno tre delle seguenti caratteristiche:

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Dicembre.

E’ fatto per durare: come il vestito arancione della prima foto! E’ un abito di seconda mano di Luisa Spagnoli appartenente ad una collezione anni ’70 che è costato 1 euro più 8 di bottoni nuovi che ho voluto attaccarci io. E’ fatto per durare perchè … è durato è dura ancora! Scherzi a parte, per i vestiti, come per la verdura e per la frutta è come con gli uomini: tocca ciò che compri e non avrai brutte sorprese. Se ti vedi la mano attraverso il tessuto non è un buon segno (con buona pace delle mode degli ultimi anni). Se ha la fodera dentro è un’ottima cosa. Se stiri leggermente le cuciture e senti una scricchiolìo, è destinato a sformarsi …

– E’ fatto con materiale riciclato/biodegradabile/organico o è di seconda mano: è di lana al 75% minimo, di cotone biologico, di lino, di cotone biologico, di fibra di latte, di canapa, di stoffe ricavate da una tenda …

– E’ Made In Italy o almeno Made In Europe. Niente Cina, India, USA, Thailandia …

– E’ del commercio equo e solidale.

– La fabbrica in cui è prodotto utilizza energie rinnovabili o derivate da fonti alternative.

– La fabbrica in cui è prodotto devolve in beneficenza una parte consistente del ricavo.

– La fabbrica in cui è prodotto sottoscrive un codice etico rigido sia per i metodi di produzione che per i diritti dei lavoratori impiegati.

Non compro in nessun caso vestiti “firmati”, di marca, di marchi e prodotti da qualsivoglia multinazionale o colosso della moda. Ne’ tantomeno le collezioni “ecofriendly” – che a ben vedere non lo sono mai di questi ultimi che mi sembrano una presa per i fondelli vergognosa, un’offesa all’intelligenza e un atto di inumana paraculaggine sciacqua-coscienza. Mentre c’è gente che si fa il mazzo per produrre eticamente, questi aborti della creatività pensano solo a mantenere i dividendi alti riaccaparrandosi i compratori scettici.

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Gennaio.

Se non credete che esista al mondo niente del genere, vi sbuggero subito con i link dei miei vestiti:

Quello della laurea. E’ proprio quello della foto, tra l’altro.

Quello di Capodanno di qualche anno fa.

Quello per la comunione del cugino preferito (che si vuole giustappunto sbattezzare).

I prezzi sono commisurati alla qualità e alla lungimiranza di chi si interroga sul consumo cercando di sfuggire alle logiche di mercato: è meglio comprare 10 magliette che ti durano un mese ciascuna o una che ti dura per un anno?

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Aprile.

E, a proposito di durata, come si fa a rendere eterno un capo d’abbigliamento di buona qualità? Anche qui ho sviluppato le mie brave regole:

1. Usatelo poco: la migliore abitudine che mi abbia passato il mio Papozzo – e quella sola, spero – è quella di stare in casa con vestiti “da casa” e al lavoro con vestiti “da lavoro”.

2. Il saggio lavaggio: al contrario, separando i colorati (anche per tonalità!) dai bianchi e a 30 gradi con un detersivo ecologico.

3. Stenditura e non stiratura: i bianchi al sole che disinfetta e i colorati all’ombra e al contrario così non stingono. Sbattete tutto per bene e usate le stampelle per le camicie. I maglioni e i delicati, invece, si stendono in piano. La stiratura è off limits. Vendetevelo il ferro da stiro, barattatelo o buttatelo … o bruciatelo nella pubblica piazza assieme al reggiseno !

4. Impara e ripara: ci vuole veramente poco a riattaccare un bottone, cambiare una lampo, cucire una toppa o rafforzare una cucitura lenta. Pochissimo. Se volete vi faccio i video tutorial … ma sul serio … è elementare.

In realtà il problema della durata non dovrebbe neppure essere posto: anche un capo d’abbigliamento di qualità media può durare decenni. Abbiamo prodotto così tanto vestiario negli ultimi 20 anni, che potremmo tranquillamente fermarci per altri 20 e vivere ben vestiti comunque. Ed è un po’ ciò che suggeriamo al mondo comprando vestiti usati …

Certo, dovremmo riaprire i manicomi per tutte le donnette che dopo aver letto questa frase sono crollate sbavando in preda ad un attacco epilettico … Ma, d’altra parte, nessun cambiamento è totalmente indolore.

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11 responses to “La Robba_parliamo di vestiario … e di decluttering.

  1. Lotje ha detto:

    Io adoro buttare via cose. A me capita a volte che dopo mi realizzo che quella cosa che ho buttato mi manca. Poi ho tante cose presso la casa di miei genitori, che hanno più spazio. Quando ci pensa, abbiamo davvero troppo cose.

  2. Ho imparato, troppo tardi, che molte cose, che sembrano indispensabili, sono assolutamente inutili.

  3. Chasing Hygge ha detto:

    Io sto tentando di non comprare roba nuova da agosto dell’anno scorso….ma ho fallito comprando 2 pantaloni da zara e 3 capi da H&M – comunque tenterò di mettercela tutta e NON ricadere in tentazione 🙂 Il fatto è che comprare i pantaloni che volevo al negozio dell’usato si stava rivelando impossibile. A parte questo sono felicissima della mia scelta sperimentale, e i negozi dell’usato di Copenaghen sono fantastici per trovare un po’ di tutto. Ogni tanto uso la stoffa dei vestiti vecchi per fare delle borsine 🙂 Bello questo post!

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