(forse) Si.Può.(ri)Fare!

Vivere da sola in Italia, a 25 anni, con 450 euro al mese e a impatto zero.

Si comincia dalle scarpe.

su 19 gennaio 2013

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Ettore Mo ha insegnato alla sua allieva Milena Gabanelli che quelli come noi sono perennemente bloccati su un treno, un treno che corre e da cui non si può scendere per andare a fare pic-nic con gli altri. Si può solo, una volta saliti, stare su e sperare che il viaggio porti ad un buon posto. Guardare fuori, al massimo.

Posso dire, in questo momento, di essere con un piede sul predellino e una mano sulla maniglia della porta di questo treno. Il mio peso è già dillà. Sono sul treno di quelli, per fare un’altra citazione, che credono alla Verità della coperta (che risulta indisponibile su tutta LA Rete … nessun video che parta … pensate quant’è pericolosa !!!), ovvero che tutto è collegato e che con quest’infinita fune della cause e dell’effetto c’è da farci i conti per evitare di ritrovarsela metafisicamente attorno al collo. E non c’è un cazzo di religioso in questo. C’è solo la realtà di se stessi da accettare, ovvero che si è predestinati e incatenati ad una granitica coerenza. Non possiamo non mettere tutti noi stessi nel fare ciò in cui crediamo, mancare alla parola data, arrivare tardi all’appuntamento, mentire, tradire, buttare la cartaccia in terra … o meglio, possiamo fare tutto questo sapendo che dopo perderemo il sonno, la pace, agli stadi più avanzati perfino il senno. Scoperta ed accettata l’ineluttabilità di questo destino, non c’è altro da fare se non darsi le regole, la direzione verso cui sviluppare questa coerenza e le mie regole finiscono pedissequamente per coincidere con quelle di taluni individui morti di morte violenta, ma che forse – o almeno è ciò che mi auguro – non moriranno mai. Ad esempio, le mie regole, coincidono con quelle del personaggio che a pronunciato il seguente discorso negli anni ’80 davanti all’assemblea generale dell’ONU, con la differenza che lui parla davanti a tutti a nome di molti e io parlo a un computer di me.

Si noti bene che la chiave di lettura del suo intero operato è: Cooperare e condividere.

Chi mi ascolta mi permetta di dire che parlo non solo in nome del mio Burkina Faso, tanto amato, ma anche di tutti coloro che soffrono in ogni angolo del mondo. Parlo in nome dei milioni di esseri umani che vivono nei ghetti perché hanno la pelle nera o perché sono di culture diverse, considerati poco più che animali. Soffro in nome degli Indiani d’America che sono stati massacrati, schiacciati, umiliati e confinati per secoli in riserve così che non potessero aspirare ad alcun diritto e la loro cultura non potesse arricchirsi con una benefica unione con le altre, inclusa quella dell’invasore. Parlo in nome di quanti hanno perso il lavoro, in un sistema che è strutturalmente ingiusto e congiunturalmente in crisi, ridotti a percepire della vita solo il riflesso di quella dei più abbienti. Parlo in nome delle donne del mondo intero, che soffrono sotto un sistema maschilista che le sfrutta. Per quel che ci riguarda siano benvenuti tutti i suggerimenti, di qualunque parte del mondo, circa i modi per favorire il pieno sviluppo della donna burkinabé. In cambio, possiamo condividere con tutti gli altri paesi la nostra esperienza positiva realizzata con le donne ormai presenti ad ogni livello dell’apparato statale e in tutti gli aspetti della vita sociale burkinabé. Le donne in lotta proclamano all’unisono con noi che lo schiavo che non organizza la propria ribellione non merita compassione per la sua sorte. Questo schiavo è responsabile della sua sfortuna se nutre qualche illusione quando il padrone gli promette libertà. La libertà può essere conquistata solo con la lotta e noi chiamiamo tutte le nostre sorelle di tutte le razze a sollevarsi e a lottare per conquistare i loro diritti. Parlo in nome delle madri dei nostri paesi impoveriti che vedono i loro bambini morire di malaria o di diarrea e che ignorano che esistono per salvarli dei mezzi semplici che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo piuttosto investire nei laboratori cosmetici, nella chirurgia estetica a beneficio dei capricci di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di calorie nei pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel.

 Ebbene, il passo successivo è il Che fare ? di leniniana memoria. Da dove partire e per andare dove, o nel mio caso: voglio davvero vivere così ? Si scende da qualche parte? Si torna al Via ? Come non essere me stessa (anche questa citazione introvabile in video …) ?

 Se così è, credo che mi sia toccato un destino comodo. Essere su un treno significa non dover pensare troppo alla destinazione e, soprattutto, significa essere meccanicamente trasportati alla meta. Lasciarsi trasportare è la chiave. Salire con il biglietto vidimato. Abbassare il volume del cellulare. E scendere alla propria fermata. Non prima. Beh, quella della discesa … fa parte dell’umano.

 Quindi, siccome ho il piede sul predellino e sto per salire definitivamente, essiccome senza scarpe non si sale, è chiaro che un’altra cosa che fa parte dell’umano occidentale e che è veramente, al di là di ogni ragionevole dubbio, necessaria, sono le scarpe.

Senza scarpe sei morto, come diceva Il Greco a Levi: senza scarpe no trovi cibo.

E non è cambiato poi molto visto che per comprare il cibo ci servono dei soldi e che per guadagnarci quelli magari stiamo otto ore in piedi al giorno e ci spostiamo col medesimo mezzo per evitare di buttare al cesso i ricavi del nostro lavoro.

Il mio bisnonno da piccolo camminava tutta l’estate scalzo. Gli si formava uno strato di callo spesso mezzo centimetro sotto la pianta del piede, dopo tre mesi di scorribande. Allora ritagliava il copertone di pneumatico a forma di piede e lo cuciva al callo, sui lati. Vi racconto questo perchè mi ha fatto molto ridere scoprire che un calzaturificio spagnolo deve aver immaginato qualcosa di simile quando ha progettato queste scarpe

 Dopo un’attenta riflessione, credo che le scarpe migliori che l’uomo sia mai stato in grado di fabbricare siano quelle di cuoio, a pianta larga, con il plantare, con le componenti cucite oltre che incollate. Sembra di essere in ciabatte, non si suda, non si ha freddo, non si puzza, non ci si bagnano i piedi e in Italia le facciamo benissimo, tant’è che il suddetto calzaturificio si avvale di manodopera, progettazione, soprattutto, brevetti italiani che ci siamo fatti bellamente soffiare … è tradizione anche quella !

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6 responses to “Si comincia dalle scarpe.

  1. Kmagnet ha detto:

    Conoscevo la storia di Thomas Sankara, persona che non ha avuto tempo di portare a termine i suoi progetti.
    Le scarpe sono molto interessanti!

    • scassandralverde ha detto:

      Secondo me invece c’era riuscito piuttosto bene. Almeno al livello statale, nel suo Burkina Faso ha fatto moltissimo.
      Poi, quando ha iniziato a viaggiare e parlare di illegittimità del debito … alla CIA ha iniziato a puzzargli.
      Una volta morto e salito al trono il fantoccio di turno, ci si è messo poco a sfasciare tutto.
      Tranne le idee, è chiaro.

  2. Sono gianbattista belotti, il distributore di Altrescarpe Bioworld (www.altrescarpe.it), le scarpe di cui parli…grazie per la citazione

    Scandaglio la rete alla ricerca di qualcuno che parli di scarpe in maniera non banale e non commerciale, quindi apprezzo molto questo tuo post.

    Complimenti scrivi bene e mi piace molto come componi i tuoi articoli.

    Ti correggo solo la definizione della realtà produttrice di Altrescarpe che è spagnola, ma non è un calzaturificio bensì un piccolo laboratorio, una bottega artigianale.

    Le scarpe con la suola di pneumatico riciclato di cui parli appartengono alla linea Ripneu (http://www.altrescarpe.it/collezione/ri-pneu) e nascono, come dici tu, dal desiderio di utilizzare materiali di recupero alla stregua di quei popoli del sud del mondo dove questa cosa si fa da sempre e che si faceva anche da noi alcuni decenni fa, prima del boom economico a causa della scarsità di materia prima e sopratutto di risorse economiche per acquistarle.

    Negli ultimi anni invece la presa di coscienza delle condizioni disperate del pianeta ha portato all’utilizzo di materiali meno dannosi per l’ambiente, ma anche al riutilizzo dei materiali prima di scartarli definitivamente.

    E, visto la notevole quantità di manufatti di ogni tipo che vengono continuamente dismessi, potremmo farlo per secoli prima di esaurli completamente.

    Si tratta solo di iniziare ad invertire la rotta, nella produzione e negli stili di vita.

    Noi di Altrescarpe, a parte le suole in pneumatico, che da settembre vorremmo montare anche su altri modelli, diamo il nostro contributo al cambio di pensiero anche con un’iniziativa che stimola a rimettere in circolo un paio di scarpe dismesse prima di acquistarne di nuove.

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